Cisco, la rivolta contro i falsi bisogni

Dopo quattordici anni passati tra le note dei Modena City Ramblers, sull’onda di paesaggi irlandesi, di pub con dentro l’ubriaco che diventa un po’ filosofo della vita e subito dopo ne conosce tutta la decadenza, Cisco è tornato allo scoperto con La lunga notte, un disco tutto personale, ma a 360 gradi, rivolto ad una profonda riflessione sul mondo e sul modo di uscire dall’infelice “sviluppo” che sino ad oggi ha conosciuto.

Non si fanno le rivoluzioni con le canzoni, cantava Francesco Guccini nella sua “Avvelenata”, e Cisco lo sa. Ciò che si propone è una comunicazione esplicita, diretta e quasi istintiva alle coscienze. Un sussulto pentagrammatico, una rivolta interiore che può muovere il singolo ad uno stile di vita diverso da quello dedito al totale servizio del consumismo, delle guerre, del capitale strutturato globalmente e che, parimenti, può indurre la collettività a liberarsi del freno inibitorio di bisogni superflui, di accecanti visioni di fantasie invece che di concrete costruzioni di un futuro possibile.

Dopo la sua pausa di riflessione lontano dalle scene ecco queste quattordici canzoni che ci mostrano il ritratto completo di una persona. «Viviamo nella notte buia…», canta, e riprende le parole del subcomandante zapatista Marcos, creando da subito un’area di sconforto che potrebbe scoraggiare, che ci potrebbe precipitare in un pessimismo a tutto tondo, ma che invece è il velo sotto il quale si nutre la speranza, la voglia di rimettersi in gioco, tutti, per sollevare i tanti orpelli che non consentono di vedere veramente come stanno le cose, di accorgersi dello sfruttamento, dei falsi bisogni creati dal merceologismo, delle menzogne su cui si fondano le moderne guerre planetarie e permanenti. Ed ecco che scompare il presunto alone grigio scuro e lascia il posto alla contemplazione per le più anticonformiste e geniali immagini del mondo reale, come George Best, Tina Modotti e Leonard Cohen (“Best”, “Tina”, “Sisters of mercy”) ed invita l’ascoltatore ad impararne la lezione di vita senza cedere ai compromessi (“Diamante e carbone” e l’ironica “Zelig”).

Poi, chiude il suo primo disco da solista con un brano che è un manifesto non tanto all’umiltà, o ad una semplicistica ricetta per una soluzione dei drammi e delle ecatombe sociali che ogni giorno vediamo (dal Medioriente all’Afghanistan, dall’Africa alla “civile” Europa): il titolo di questa canzone è “Eroi, Supereroi”. Di costoro proprio non c’è bisogno. La risposta, ci dice Cisco, sta nella gente normale, in quella che ogni giorno vive sulla propria pelle un destino fatto di incertezze, anzi una incertezza che si chiama destino e che assume i toni di una farsa se paragonata alle conquiste operaie di un tempo e che oggi non hanno più un minimo riscontro nel mondo del lavoro ed anche in quello dell’assenza di lavoro, nel vagabondare smarriti in mezzo alle isole del precariato senza sapere cosa vi si troverà.

La risposta, dunque, ribadisce l’ex Mcr, sta nelle nostre possibilità, in ciò che possiamo fare, in quanto possiamo dare ad un rinnovamento sociale generale. Sembra molto vicina questa proposizione al celebre assunto “da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. E, in fondo, forse lo vuole essere.

Che disco è, allora, quello di Cisco? E’ difficile poterlo etichettare, marchiarlo in un preciso genere sia musicale che artistico, ma una cosa possiamo dire: per certi versi ci si avvicina al mondo della canzone d’autore statunitense con ballate acustiche che rimandano alle sonorità di Johnny Cash e Springsteen, in altri punti del disco troviamo inedite commistioni tra il reggae, il mondo latino, l’atmosfera suggestiva dell’Irlanda. E’ un mix di storie e di note messe insieme nei lunghi anni di concerti con i Mcr, e, oggi, che la strada solitaria sembra non avergli fatto smarrire la primaria connotazione sociale, il tour vero di Cisco è la ripercorrenza di quelle sonorità e di quelle parole, con nuovi spunti, con un rinnovato carnet di sguardi e osservazioni sul mondo, ma pur sempre da una parte precisa. Quella dei deboli che anche la musica può aiutare nel cammino lento, ma costante, di liberazione.