Cinema italiano, non servono altre feste

Chiudiamo gli interventi sulla concorrenza tra la Mostra del cinema di Venezia e la Festa del cinema di Roma con una lettera di Stefania Brai, responsabile nazionale spettacolo e cultura per Rifondazione comunista. Ricordiamo che finora abbiamo pubblicato un articolo di Angela Azzaro, una risposta di Pietro Folena, un parere di Rafael Roberto Galve del Grauco film ricerca e uno Luigi Tamborrino dell’Associazione Culturale Rialtoccupato di Roma.

Alla base delle critiche mosse alla Festa del cinema di Roma da Rifondazione comunista (e dal mondo del cinema che a noi fa riferimento, ma non solo quello) c’è una diversa concezione da un lato della politica culturale degli enti locali e dall’altro della cultura stessa e, in essa, del cinema. La politica culturale del Comune di Roma ha fatto in qualche modo “scuola”, fin dai tempi dell’Estate romana di Renato Nicolini. Cui va riconosciuto il merito di aver riportato, in periodo di terrorismo, la gente ad occupare le piazze, ad uscire di casa, a vivere – “ludicamente” come si diceva allora – la cultura. Non c’è quasi Comune, in Italia, che non abbia in qualche modo copiato quell’esperienza o che ad essa si sia richiamata.

Il problema però è che sono passati trent’anni, che alle “estati” si è aggiunta la politica dei grandi eventi, e che poco invece è cambiato nella vita culturale delle persone, nella loro possibilità di accedere alla cultura. Alla sua produzione e alla sua fruizione. Anzi si è andato sempre più restringendo il numero di coloro che della cultura possono fruire. Le politiche dei grandi eventi restituiscono moltissimo in immagine per il Comune che li promuove, restituiscono molto anche dal punto di vista economico, fondamentalmente per i commercianti. Ma in nulla influiscono sulla vita vera della città. Parlo delle persone, delle comunità, delle tante periferie, dei bisogni quotidiani. E tra i bisogni quotidiani c’è anche il bisogno di cultura, il bisogno di poter arrivare alla cultura nel proprio quartiere, nel rispetto dei tempi di vita di ognuno, nel rispetto delle possibilità economiche di ognuno.

La politica culturale di un ente locale dovrebbe concentrarsi allora non sui centri storici, già ricchi economicamente e culturalmente, non su feste e festival, di cui l’Italia è già ricca, non sui grandi eventi, che rendono ancora più deserti i deserti culturali di tutte le nostre “periferie”, ma nel restituire ad esse la vita culturale che è stata loro tolta. Costruendo o riaprendo o potenziando in tutti i luoghi delle città biblioteche, teatri, cinema, sale di registrazione per la musica, case delle culture: luoghi pubblici, realmente pubblici, di produzione, sperimentazione, confronto, incontro, formazione e fruizione culturale.

Dopo cinque anni di un governo che ha devastato economicamente, socialmente e culturalmente questo paese, le grandi risorse economiche trovate per la festa del cinema di Roma potevano essere utilizzate per promuovere e sostenere la produzione culturale – ridotta allo stremo – e i luoghi della cultura. Potevano essere utilizzate per politiche economiche per favorire l’accesso alla cultura alle fasce più deboli e ai giovani, potevano essere utilizzate per politiche sociali in favore dei lavoratori della cultura. E in tanti altri modi. Siamo mossi da una diversa concezione della cultura e, in essa, del cinema. Che la produzione culturale italiana sia stata massacrata dal governo Berlusconi è ormai noto a tutti. Come è noto che ci si è accaniti in modo particolare sul cinema italiano tagliando i fondi di sostegno alla produzione ma ancor di più con una legge di riforma che lo ha ridotto a merce e come tale ne ha affidato le sorti al mercato.

Rifondazione pensa che il cinema abbia bisogno con drammatica urgenza di una nuova normativa di sistema basata fondamentalmente su quattro cardini.

Primo. La creazione di un Centro nazionale per il cinema: un organismo autonomo e democratico, che assuma le funzioni attualmente gestite dal Ministero svincolando la gestione delle politiche e dei fondi dalle ingerenze burocratiche e governative. Secondo. Una rigorosa normativa antitrust, orizzontale e verticale: unica condizione per garantire un reale pluralismo e perché la produzione indipendente possa tornare a vivere ed unica condizione perché il nostro cinema possa tornare a circolare nelle sale di tutto il territorio nazionale. Terzo. Un forte investimento pubblico nella produzione a garanzia di tutte quelle opere (tutte, non solo le prime o seconde) che dal solo mercato non potrebbero mai nascere e il reperimento di fondi aggiuntivi attraverso un prelievo sulle entrate di tutti quei soggetti che a qualsiasi titolo trasmettono film. Quarto. Un forte investimento pubblico nella formazione: di nuove generazioni di autori, di artisti e di tecnici ma anche di nuovi pubblici.

Ma io credo che un’altra, e non meno importante, causa delle difficoltà che vive oggi il cinema italiano sia il lavoro serio e lungo e capillare che è stato fatto di demolizione del concetto di “cultura” riferito al cinema. Cultura come strumento che contribuisce alla formazione dei livelli di coscienza degli individui, di consapevolezza critica e di crescita, di conoscenza della realtà. Cultura come cuore della trasformazione. Lo si è invece ridotto non solo a merce, ma a intrattenimento, spettacolo, divertimento.

E allora c’è bisogno di un progetto complessivo che riporti al centro della propria politica per la cultura la creatività. Il cinema italiano non ha bisogno di altre “feste”, ha bisogno di politiche che restituiscano al cinema la dignità di “evento culturale” che gli spetta.