Cindy Sheehan, la donna che rovina le vacanze a Bush

La madre di uno dei caduti in Iraq, simbolo di chi vuole il ritiro

Miami
Cindy Sheehan ha 48 anni. Ed è, a suo modo, il primo vero eroe (o la prima vera eroina), d’una guerra ufficialmente senza eroi. Meglio ancora: è il primo vero eroe della prima guerra che – contravvenendo alle regole d’ogni conflitto – ha fin qui, per tutt’altro che misteriose ragioni, preferito tener nascosti i propri valorosi caduti. O, più esattamente, «spazzarli sotto il tappeto come gli imbarazzanti rimasugli d’un party mal riuscito» (la citazione è da una lettera pubblicata dal “New York Times”).
La guerra è, ovviamente, quella in corso in Iraq. E questa è la storia, ordinaria e terribile, che – complici, probabilmente, i languori d’una estate povera di notizie politiche, o di quelle che i media usano considerare tali – ha in questi giorni portato Cindy sotto gli occhi delle telecamere accampate, in attesa del nulla, lungo le polverose strade che a Crawford, in Texas, conducono al ranch presidenziale di Prairie Chapel, dove George W. Bush usa consumare le sue, tradizionalmente assai estese, vacanze d’agosto. Semplicemente: Cindy aveva un figlio ed ora non ce l’ha più. Perché Casey, 24 anni, è morto lo scorso 4 di aprile, nel corso d’una azione di pattugliamento in quella parte di Baghdad che va sotto il nome di Sadr City. Ed è proprio per questo che la signora Sheehan è arrivata a Crawford: per discutere con l’uomo che ha mandato suo figlio a morire le ragioni vere di quell’assenza. O meglio: per trarre, da quell’assenza, pesante come una montagna, quella che considera l’unica possibile lezione. Cindy non chiede medaglie o riconoscimenti. Chiede la fine della guerra, il ritiro delle truppe americane dall’Iraq. E chiede anche il ritiro dell’uomo che quella guerra ha voluto, come chiaramente indicato dal titolo – “Impeachment Tour”, ben in vista sul pullman che l’ha condotta a Crawford – da lei assegnato al viaggio che dalla California (dove risiede, nella cittadina di Vacaville) l’ha condotta fino alla residenza estiva del presidente in carica. Cindy – vanno in questi giorni spiegando i media – era a suo tempo stata una convinta sostenitrice dell’attacco all’Iraq. E per questo aveva salutato, se non con gioia, quantomeno con orgoglio la partenza del figlio per i deserti della Mesopotamia.

A trasformarla in un’altrettanto convinta pacifista, tuttavia, non è stato soltanto, o tanto, l’ovvio, dilaniante dolore per la morte del figlio, quanto la visione – la rivelazione quasi – di ciò che il sacrificio di Casey ha davvero rappresentato (o non rappresentato) per l’uomo che quella guerra aveva ordinato. Il segreto della trasfigurazione di Cindy, la sua più intima verità sta, come spesso accade, in un dettaglio. Quello, in questo caso, d’un nome dimenticato. E dimenticato perché non importante, parte, un frammento e nulla più, d’una tediosa routine riempita soltanto da retorica a basso prezzo. Senza passione e senza dolore. E proprio per questo senza dubbi e senza rimpianti.
Cindy e W., narrano le cronache, già si erano trovati di fronte lo scorso giugno a Fort Lewis, nello Stato di Washington, durante uno degli sporadici incontri che, da qualche tempo, il presidente intrattiene (si dice molto malvolentieri) con piccoli gruppi di famigliari dei caduti. E, nel corso di quell’incontro, il presidente s’era sistematicamente (e distrattamente) rivolto a lei chiamandola “mom”. Non per rispetto al suo ruolo di madre che – come si diceva un tempo – aveva “donato un figlio alla Patria”, ma perché, con tutta evidenza, di quel figlio lui non rammentava neppure il nome. O – ancor più probabilmente – perché di quel nome (o delle circostanze della morte di Casey) mai gli era interessato sapere. Ed era stato proprio in quel silenzio, in quella minuscola assenza di parole – vuota come l’espressione contrita di W. – che Cindy aveva, come un lampo, visto la verità della guerra che le aveva divorato il figlio. Per questo era partita..

Un bel fastidio per George W. Bush, già alle prese con sondaggi d’opinione che, nelle ultime settimane, hanno visto il gradimento per la sua politica bellica scendere ben al di sotto del 40 per cento. E quello per la sua politica in generale mantenersi appena più in alto. Un bel fastidio anche perché, oltretutto, Cindy s’è in questi giorni rivelata, non solo molto più eloquente del presidente – impresa, in verità, non particolarmente ardua – ma anche un autentico talento in materia di gestione dei rapporti con i media, un’esperta “comunicatrice” capace non soltanto di dire cose giuste, ma di dirle nel modo giusto (o in quello che i mediologi definiscono tale). La settimana scorsa Bush aveva sperato di scrollarsi di dosso quest’inopportuna presenza, affidando al suo Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Stephen Hadley – per l’occasione accompagnato da uno dei suoi deputy Chief of Staff, Joe Hagin – il compito di convincere Cindy a levare le tende con la dovuta discrezione. Ma l’incontro – un incontro che la signora Sheehan ha definito “intimidatorio” – non ha fatto, in realtà, che peggiorare le cose. Cindy resta dunque dov’è, in attesa del presidente sotto il sole della prateria ed anche, da un paio di giorni, sotto gli strali fangosi – primi accenni d’un bombardamento che si preannuncia a tappeto – dei più aggressivi tra i pretoriani televisivi del presidente. Bill O’Reilly, il superconservatore commentatore di Fox News, già l’ha pubblicamente accusata di «tradimento alla Patria», e di trasformare per ragioni politiche «in un circo» quello che dovrebbe essere un «privatissimo dolore».

Come finirà questa storia? Difficile dirlo. Ma certo è che, come il bambino della favola di Andersen, Cindy va in questi giorni rivelando al mondo, con sovversiva forza, qualcosa che il mondo vedeva, ma non osava dire (o che, al massimo, s’azzardava a sussurrare). Ovvero: la nudità – ridicola e tragica al tempo stesso – d’un “presidente di guerra” costretto a nascondere gli eroi che la sua guerra produce. Lo aveva fatto notare domenica scorsa – senza alcun specifico riferimento alla vicenda di Cindy Sheehan – un articolo a firma Damien Cave pubblicato dal “New York Times”: quella in Iraq è, ufficialmente, una guerra senza eroi. Non perché soldati ed ufficiali abbiano, d’acchito, cessato di combattere (e di morire) secondo quelli che la logica militare considera eroici comportamenti, ma perché impossibile, o meglio, del tutto inopportuno è oggi, nell’America di Bush, continuare a morire da eroi in una guerra che il presidente aveva già dichiarato vinta. E perché troppo immediato è diventato, in quest’America, contrapporre l’immagine d’un eroe vero – o, fuor di retorica, l’immagine autentica d’uno dei ragazzi che, come Casey, non sono mai tornati da una guerra annunciata come una trionfale “marcia di liberazione” – a quella grottesca dell’uomo che, travestito da pilota militare, era (il primo di maggio del 2003) sbarcato sulla tolda della Uss Lincoln per annunciare al mondo la buona novella della “mission accomplished”.

Molti lo hanno in questo giorni ricordato. Fino all’estate di due anni fa, il Pentagono aveva espressamente proibito la diffusione delle immagini delle bare dei caduti che tornavano a casa. Perché non solo senza eroi, ma senza caduti, doveva, in effetti, essere la guerra (davvero “infinita” anche se per ragioni assai diverse da quelle teorizzate) dichiarata da George W. Bush. E perché solo su George W. Bush doveva in ogni istante ricadere, come un fascio di luce, la retorica d’una guerra vittoriosa e senza morti da celebrare. La nudità presidenziale – scoperchiata dalle parole d’una madre il cui figlio è uno di quei morti non celebrati – è fatta, in realtà, soprattutto di questo: d’una vittoria che non è mai arrivata e delle menzogne che, di quella vittoria mancata, erano state le vergognose premesse. Non per caso solo tre medaglie d’oro il presidente ha fin qui distribuito, in un’unica cerimonia, nella pompa magna della Casa Bianca. La prima è andata George Tenet, il capo della Cia che ha fornito al presidente le false ragioni della guerra. La seconda a Paul Bremer, il proconsole che lo ha aiutato a nascondere (o a cercare di nascondere) le ragioni della sconfitta. E la terza al generale Tommy Frank la mente militare della “campagna vittoriosa” che non è stata. Tre medaglie per tre menzogne. Perché è la menzogna, in effetti, l’unico “atto eroico” che la guerra in Iraq è in grado di registrare senza ovvie crisi di rigetto.

Parafrasando la più citata tra le battute del Galileo di Brecht: sfortunati i popoli che hanno bisogno di eroi. Ed ancor più sfortunati gli imperi che i propri eroi – inutili e tragici come le guerre che li creano – sono poi costretti a nasconderli. O ad onorarli con le banalità con cui due giorni fa, sollecitato dai giornalisti, Bush ha, a denti stretti, testimoniato la sua “simpatia” per Cindy e per “tutti coloro che hanno perduto i propri cari in guerra”. Con la madre del soldato Shehan, tuttavia, ha ribadito il presidente, lui non intende incontrarsi. Né oggi, né domani, né mai. E ben si comprende perché. Quello che ha piantato le tende sulle porte del ranch di Crawford è, per Bush, molto più d’un fastidio. E’, una volta tanto, un eroe vero. E’ il sovversivo fantasma della verità. E, proprio per questo, gli fa una paura del diavolo.