Cindy, che fa tremare Bush

Una donna, madre di un soldato mandato a morire in Iraq, sta assediando l’uomo più potente del mondo nel suo ranch texano. Con una domanda: «perché mio figlio è morto?»
Come a un party Bush parlava con i genitori di Casey allegramente, con battute di spirito come se si fosse a un party, senza neanche chiedere il nome del figlio ucciso; poi aveva detto di non poter neppure immaginare di perdere «una persona cara come una zia». Cindy lo aveva interrotto, e gli aveva fatto presente che lei aveva perso il figlio, non una zia

Il luogo è desolato: un’immensa pianura su cui il sole di mezzogiorno incrudelisce, qualche arbusto che spunta qua e là tutto rinseccolito, alcune macchie di alberi che appaiono in lontananza invitanti e iraggiungibili e una temperatura che toglie la voglia di fare qualsiasi cosa. Solo un ricco signore in grado di permettersi un ranch con ogni immaginabile tipo di comfort potrebbe amare un posto così, e infatti il ranch in cui la dozzina di persone stipate in un pulmino si sta dirigendo appartiene proprio a un signore ricco e potente, il più potente della terra: George W. Bush. Nel bagagliaio ci sono i cartelli che loro contano di agitare appena arrivati a destinazione. Dicono «Io sono per la pace, Bush no», «Questa guerra puzza», «Qualcuno alla Casa bianca mente», e tanto per non lasciare dubbi su cosa pensino del loro presidente, la «ragione sociale», chiamiamola così, del pulmino è Impeachment Trip, a indicare che vogliono Bush processato e destituito come «criminale», parola ricorrente anche nei cartelli di cui sopra. Quando arrivano a Crawford, la cittadina che dà il nome alla località, ad accoglierli ci sono altre decine di persone, più gli inviati dei giornali e delle tv mandati a «coprire» la presenza di Bush, arrivato qui per una delle sue frequenti vacanze. Loro quel posto lo odiano perché si muore dal caldo; perché per una volta che Bush si degna di parlare con loro ci sono giorni e giorni di attese inutili; perché alla «Casa bianca estiva», come lo chiamano, non ci sono gli stessi ritmi di quella di Washinton, la norma del briefing quotidiano non c’è e quindi anche i portavoce presidenziali si fanno vedere solo di tanto in tanto; perché perfino i membri del governo – che almeno una capatina devono farla ogni tanto – appena finita l’incombenza provvedono a dileguarsi in gran fretta e non hanno nessuna voglia di intrattenersi con loro e insomma non c’è mai materiale per un articolo o un servizio per la tv.

Il «pezzo» è garantito

Stavolta però i giornalisti qualcosa da fare ce l’hanno. Sul pulmino infatti c’è Cindy Sheehan e con lei il «pezzo» è garantito. Chi è Cindy Sheenan? E’ una signora di 48 anni che abita a Vacaville, cittadina del Nord della California, e che della politica finora si era interessata, e neanche tanto, solo durante le campagne elettorali. Quando Bush aveva deciso di invadere l’Iraq lei non era d’accordo soprattutto perché temeva che suo figlio Casey, 23 anni, membro del primo battaglione, 82mo reggimento di artiglieria, prima divisione cavalleria di stanza a Fort Hood, Texas, finisse per essere madato laggiù. Lui si era arruolato per pagarsi l’università, mica per andare davvero a combattere. Poi era accaduto proprio che Casey era dovuto partire per l’Iraq. Lei aveva trepidato, aveva pregato che non fosse destinato a nulla di pericoloso, aveva cercato di tenersi in contatto con lui e ogni volta che ci era riuscita aveva fatto sforzi tremendi per non coprirlo di raccomandazioni, finché un giorno le era arrivata la notizia che aveva posto fine alle trepidazioni, alle preghiere e alla speranza: il 4 aprile 2004, durante la famosa «offensiva» di Sadr City, l’unità di cui faceva parte Casey, che intanto di anni ne aveva compiuti 24, era stata attaccata a colpi di missili a spalla e armi leggere e lui era entrato a far parte delle casualties, le perdite.

Cindy e suo marito erano piombati nella disperazione, niente sembrava riuscire a scuoterli dalla depressione che li aveva avvolti, finché due mesi più tardi avevano ricevuto una specie di offerta di diversivo attraverso una lettera del dipartimento della Difesa. Il presidente – diceva la lettera – stava per recarsi in visita nella base militare di Fort Lewis, che si trova nello stato di Washington, non molto lontano da Vacaville, e aveva espresso il desiderio di incontrare alcuni familiari dei caduti. Se loro erano disponibili, il Pentagono avrebbe provveduto a tutto. Loro avevano deciso di andare e proprio quell’evento, l’incontro con Bush, viene ora indicato da Cindy come il momento che ha trasformato il suo dolore in rabbia e la sua tristezza in militanza: contro la guerra e contro Bush.

Cosa era accaduto, infatti, in quell’incontro? Che Bush aveva mostrato di non conoscere – né di essere interessato a conoscere – il nome di suo figlio; che parlava con loro allegramente, con battute di spirito «come se si fosse a un party» e che si rivolgeva a lei chiamandola «mamma», cosa che la mandava in bestia. Poi, forse rendendosi conto che quella che stava usando non era la «cifra» giusta, il presidente si era fatto serio e aveva detto di non riuscire neppure a immaginare di perdere una persona cara «come una zia o uno zio». Cindy lo aveva interrotto, gli aveva fatto presente che lei aveva perso il figlio e che lui doveva pur avere un’idea di cosa volesse dire, visto che ha due figlie. «Gli dissi `Mi creda, mr president, lei non vorrebbe essere in una condizione simile’. Lui rispose `Ha ragione, non vorrei’ e io replicai `Bene, grazie per averci messo me in quella condizione’».

Solo selezionati

Così Cindy era entrata nella schiera di quelli per cui tallonare Bush dovunque vada e gridargli la propria opposizione alla guerra è diventato una specie di mestiere non retribuito. Durante la campagna elettorale lo aveva seguito un po’ dappertutto nei suoi «incontri con gli elettori», dovendo accontentarsi di agitare un cartello vicino all’ingresso perché potevano entrare solo persone attentamente selezionate. Una volta però, nel New Jersey, era riuscita a intrufolarsi, gli aveva gridato «Hai ucciso mio figlio» ed era stata quasi linciata dai selezionati.

Intanto però la sua attività instancabile veniva notata, il suo candore commuoveva e suscitava solidarietà e la sua popolarità cresceva in modo inversamente proporzionale a quella di Bush e della sua guerra. Ora che gli estimatori del presidente si sono ridotti al lumicino (il 38 per cento, secondo l’utimo sondaggio) il nome di Cindy lo conoscono tutti, tanto che ha già avuto l’»onore» di attacchi furibondi, secondo il più perfetto stile repubblicano.

Eccoci così a quel pulmino che arriva a Crawford accolto da simpatizzanti e giornalisti. «Sono qui – dice Cindy – perché voglio parlare con il presidente Bush. Voglio che mi spieghi perché mio figlio è morto». A spingerla, dice, è stato l’ultimo discorso pronunciato da Bush in uno dei momenti più cupi per le truppe americane: la morte in pochi giorni di oltre venti marines. Senza parlare specificamente di quei morti, il presidente ha detto che «i nostri uomini e le nostre donne che hanno perso la le loro vite in Iraq e in Afghanistan sono morti per una nobile causa». Bene, dice Cindy, «voglio che mi dica con precisione quale sarebbe questa nobile causa». Stringi stringi, commenta il New York Times, «il successo della signora Sheehan dipende dal fatto che la sua è la domanda che si pongono milioni di noi».

Il pulmino comincia a muovere verso il ranch di Bush e dietro di esso si forma una fila di una ventina di automobili con i simpatizzanti e i giornalisti, oltre ovviamente agli uomini della polizia locale che comunque, guidati da un capitano di nome Kenneth Vanek, per ora si limitano a «controllare la situazione». Dopo qualche miglio – nessuno sa con esattezza quanti ne manchino per arrivare al ranch – il capitano Vanek ferma il convoglio e dice che da lì in poi bisogna proseguire a piedi, mentre si fanno vedere anche gli uomini del «servizio segreto», che nonostante il nome è il più palese che ci sia, visto che si tratta delle guardie del corpo di Bush.

Vietato ostruire il traffico

Cindy non vuole storie, accetta di proseguire a piedi, ma l’ordine del capitano è più specifico: non si può «ostruire il traffico», bisogna camminare al di là del ciglio stradale, il che vuol dire in un fossato tanto accidentato che si inciampa continuamente. Per un po’ i «marciatori» si adeguano. Poi i giornalisti si ribellano, ritornano sull’asfalto e il capitano Vanek non dice nulla. Dopo un po’ lo fanno anche i manifestanti e lui blocca tutto. Perché? «Perché siete entrati nella strada ostruendo il traffico». Ma se lo fanno i giornalisti perché non possiamo farlo noi? «Perché i giornalisti sono qui per raccontare, non per manifestare». Cindy e gli altri si accampano, in attesa di non si sa bene cosa, e per un po’ la battaglia diventa quella di difendersi dal sole costruendo improvvisati ombrelloni o dirigendosi verso uno dei rari alberi.

Dopo un paio d’ore ecco che qualcosa si muove: un’automobile scortata, proveniente dalla direzione del ranch, si sta avvicinando. Tutti si eccitano, gli amici di Cindy preparano i cartelli, i giornalisti pregustano il colloqui fra Cindy e Bush, i cameramen si preparano a riprenderlo, ma nell’automobile il presidente non c’è. A incontrare Cindy ha mandato il suo consigliere per la sicurezza nazionale, Stephen Hadley, e il vice capo del suo staff Joe Hagin. Loro parlano, Cindy aspetta educatamente che abbiano finito e poi replica: «Non me ne vado finché non vedo il presidente. Voglio sapere qual’è la nobile causa per cui mio figlio e altri 1.800 giovani come lui sono morti. Se il presidente torna a Washington senza avermi ricevuto andrò ad accamparmi davanti alla Casa bianca», e loro non possono far altro che tornare a riferire al loro capo. Il quale intanto se ne sta chiuso nel ranch come un pavido assediato e quando proprio deve muoversi si serve dell’elicottero.

Prima o poi però qualcosa dovrà pure inventare, dicono un po’ tutti. Oggi per esempio è previsto che si rechino al ranch Condoleezza Rice e Donald Rumsfeld e lo scopo ufficiale di quell’incontro è «fare il punto sulla guerra». Sarebbe strano non farlo seguire da una conferenza stampa e sarebbe strano che nel corso di essa i giornalisti non lo interpellino su come intende comportarsi con Cindy Sheehan. Poi, per domani, il suo programma prevede che vada a partecipare a una festa per raccogliere soldi a favore del partito repubblicano. Non avrebbe senso andarci in elicottero perché la festa si svolge in un ranch simile al suo a poche miglia di distanza. Il problema è che la sua dimora e quella del riccone texano che organizza la festa sono unite da una strada nel mezzo della quale c’è proprio l’accampamento di Cindy Sheehan, sicché il modo in cui Bush si recherà dai suoi adoratori è materia di scommesse. Cosa può mai combinare una «semplice donna», quando ha la morte nel cuore e la domanda giusta sulle labbra.