Cina-Usa, gelide cortesie

Chissà quanti hanno notato che da qualche tempo il lessico della diplomazia cinese, che va a sfumature, ha introdotto una dizione leggermente modificata per descrivere la sua attuale fase di politica internazionale. Dopo aver tanto parlato di «peaceful rising» (pacifica ascesa) a un certo punto, qualche mese fa, deve essere partito un ordine di scuderia e i vertici alti e medi hanno cominciato a usare l’espressione «peaceful development» (sviluppo pacifico). Un attenuamento semantico dettato, con tutta evidenza, dalla levata di scudi mondiale provocata da una politica estera forte e spregiudicata. L’affidamento che i cinesi fanno sul linguaggio è imperscrutabile ma è certo che le parole non restano lettera morta. Si può così dire che l’incarnazione massima del passaggio da «ascesa» a «sviluppo» è stata messa all’opera ieri in occasione della visita in Cina di Donald Rumsfeld. Al di là dei risultati concreti di incontri e colloqui (che si preannunciano scarsi) è stato un evento simbolico di grande rilevanza a segnare la prima visita a Pechino del capo del Pentagono da quando questi è in carica al fianco di George Bush, cioè dal 2001. Ieri per la prima volta i vertici cinesi hanno aperto a un alto ufficiale straniero, che non per caso trattasi essere il ministro della difesa Usa, le porte di un sito militare supersegreto: il quartier generale del Secondo Corpo di Artiglieria, che sovrintende alle operazioni missilistiche nucleari e convenzionali del paese.

Un gesto chiaramente «peaceful», risposta non scontata a un anno di escalation verbale da parte Usa, nella quale il Pentagono è stato in prima fila con una serie di rapporti e asserzioni pesanti da parte dello stesso Rumsfeld che anche nel corso della sua visita ufficiale ha ribadito dubbi e sospetti dell’amministrazione Bush. Rivolto agli studenti della Scuola Centrale del Partito, futura leadership del paese, il capo del Pentagono ha ripetuto ieri che «La crescita del potere di proiezione (militare) della Cina spinge le altre nazioni a chiedersi quali siano le sue intenzioni» e ha rincarato: «la rapida e, almeno dal nostro punto di vista, non trasparente natura di questo incremento contribuisce all’incertezza».

Nel corso di una conferenza stampa congiunta, il ministro della difesa Cao Gangchuan ha risposto ieri a Rumsfeld, dichiarando che Pechino non ce la farebbe mai ad accrescere le sue spese militari al passo che gli viene imputato, dovendo nel contempo sostenere uno sviluppo economico titanico come quello in corso. Quei 30 miliardi di dollari messi in bilancio sono dunque tanti, e più che veritieri, ha insistito il ministro, controbattendo così anche alle accuse americane, ribadite da Rumsfeld, che la spesa effettiva cinese ha ormai toccato i 90 miliardi di dollari. Di qui la domanda retorica del capo del Pentagono: perché la Cina che non ha nemici spende tanto in armamenti? Risposta implicita: non la difesa, ma l’attacco è il vero obiettivo di Pechino.

Alla fine del viaggio, e dopo l’apertura delle «segrete porte» missilistiche, sembra che i toni del confronto siano destinati ad ammorbidirsi. Rumsfeld è uscito dai colloqui con Cao convinto che i cinesi «vogliono trovare attività e modi per lavorare insieme che contribuiranno a demistificare il modo in cui noi vediamo loro e come loro vedono noi». Ma alcuni pesanti sassolini ha voluto comunque toglierseli, per l’occasione, ricordando che alcune mosse della Cina nell’ultimo anno hanno mandato «segnali misti», come le manovre cinesi per escludere gli Usa dal summit dell’Asia orientale che si terrà in dicembre a Kuala Lumpur e l’intesa di Pechino con la Russia e gli stati dell’Asia centrale per porre fine alla presenza militare americana in Uzbekistan. Modo piuttosto unilaterale di vedere la storia dei rapporti Usa-Cina nel corso dell’ultimo anno, come rilevano molti analisti non di parte. I quali invece sottolineano altri eventi che hanno guastato una relazione già stressata, come ad esempio, oltre alla teorizzazione (e pratica) Usa della guerra preventiva, la dichiarazione congiunta Usa-Giappone, diffusa il 19 febbraio di quest’anno, che stabilisce rapporti di cooperazione militare sempre più stretti fra Tokyo e Washington e nella quale si asserisce che Taiwan è nella sfera di sicurezza strategica del Giappone.