Cina – Usa, contrasti e sorrisi

È durato meno di un’ora, traduzioni incluse, il tanto atteso incontro tra George W. Bush e il presidente cinese Hu Jintao ieri alla sua prima visita ufficiale alla Casa bianca da quando ha assunto tutti i poteri. Troppo poco persino per poter enunciare tutti i contenziosi che dividono le due super potenze, quella in atto e quella in fieri. Figuriamoci per risolverli. Infatti nessun risultato concreto è emerso dalla Sala Ovale, ma non è uscito neppure alcun contrasto fatale né segni di rottura. «Io gli ho detto quel che penso, lui mi ha detto quello che pensa, con reciproco rispetto», così Bush ha riassunto l’atmosfera del colloquio, nel tono dimesso ma pragmatico che usa quando Dio non gli parla.
Dalla conferenza stampa finale è emerso dunque che i problemi sul tavolo sono rimasti intatti, ma ciascuno sembra aver capito la posizione dell’altro, senza tuttavia che ciò comportasse la modifica della propria. Il presidente Usa è tornato a chiedere la rivalutazione dello yuan. Il presidente cinese ha risposto che la Cina cercherà di migliorare il tasso di cambio, ma non ha preso impegni precisi e il giorno prima aveva escluso ulteriori, consistenti rivalutazioni. Bush ha di nuovo battuto il tasto del mostruoso deficit commerciale Usa, Hu ha ribadito che le frizioni commerciali si risolvono con negoziati condotti su «un piano di parità» (e dunque anche «aprendo» l’export Usa all’alta tecnologia perché, come argomentava qualche giorno fa il Quotidiano del popolo, ci vogliono 40-50 milioni di paia di scarpe prodotte dai cinesi per pagare un Boeing 747).
Medesima impasse sulle questioni internazionali. Per convincere l’Iran a rinunciare al nucleare bisogna negoziare, non bombardarlo, afferma il leader cinese. La Cina non fa abbastanza per piegare a più miti consigli la Corea del nord, controbatte il capo della Casa bianca. Sì, è vero, il negoziato non va avanti, ammette Hu. Ma dal vertice esce, a parole, la consapevolezza che i destini di Cina e Usa sono sempre più intrecciati, che oggi ciascuno ha bisogno dell’altro. In definitiva, conviene Bush, se sull’Iran si dissente sui mezzi, l’obiettivo strategico è comune: impedire che Tehran abbia il nucleare militare. Quanto a Taiwan, uno degli argomenti che stava più a cuore a Hu Jintao chiarire, Bush non ha esitato a dichiarare che gli Usa rimangono impegnati nella politica «una sola Cina» e quanto a lui non sosterrà mai la dichiarazione di indipendenza da parte dell’isola.
Per quanto possa valere la diplomazia dell’ufficialità, la realtà resta però altra cosa. Come mostra il fatto che, nelle stesse ore in cui Bush parlava di Taiwan, lontano dai riflettori veniva annunciata la vendita a Taipei di un sofistico radar da 9,3 milioni di dollari che sarà installato sugli americani F-16, potenziando così la difesa di Taiwan. E sempre per quanto attiene alla realtà, il presidente Usa si è ben guardato ieri dal ripetere le accuse che il mese scorso sono state rivolte alla Cina dalla National Security Strategy: di essere la causa dell’aumento del prezzo del petrolio, con la sua domanda crescente, ma soprattutto di condurre una politica di «caccia petrolifera» che non espande il mercato ma chiude a catenaccio le riserve esistenti. Né è certo un caso che il Wall Street Journal ieri abbia pubblicato due pagine assai poco diplomatiche nelle quale si legge che «mentre il presidente cinese parla di ‘sviluppo pacifico’ il riarmo della Cina induce Washington a prepararsi al conflitto».
Hu però ha avuto ieri quel che voleva mostrare in patria: ascolto e rispetto, con tante dichiarazioni che certo saranno amplificate da giornali e tv cinesi, i quali però si guarderanno bene dal riportare l’imbarazzante protesta che ha avuto luogo proprio durante il discorso di Hu Jintao in risposta al benvenuto di Bush, sul prato antistante la Casa bianca. E’ stato allora che dalle schiere dei reporter si è alzato l’urlo di una donna: «Presidente Hu, ha i giorni contati. Presidente Bush gli faccia fermare la persecuzione del Falun Gong».
Ma Hu sapeva che Washington D.C. avrebbe riservato amarezze, e le dolcezze le ha assaporate nell’altra Washington, a Seattle, dove le «standing ovation» degli uomini d’affari non sono mancate, e neppure l’inaspettato abbraccio del lavoratore della Boeing. Come avrebbe potuto essere altrimenti, dopo l’annuncio che la Cina, da qui, al 2020, avrà bisogno di 2000 aerei.