Cina, summit strategico per conquistare l’ Africa

La Cina ospiterà da domani, per due giorni, un vertice «di amicizia e cooperazione» che ha importanti significati politici. Ben 48 Stati su 53 dell’ Unione Africana saranno protagonisti ai massimi livelli di rappresentanza – presidenti, capi di governo, sultani – di una conferenza che consacra l’ alleanza strategica fra l’ Africa e la Cina. È un passaggio che inciderà sull’ insieme delle relazioni internazionali. Dall’ inizio del 2006 ad oggi la Cina ha indirizzato il dieci per cento (6,27 miliardi di dollari) dei suoi investimenti esteri proprio all’ Africa segnalando così un’ attenzione crescente a quest’ area del mondo e una volontà di diversificazione delle sue rotte commerciali. L’ interscambio dal 2000 è cresciuto di cinque volte e nel 2006 è previsto che si attesti sui 50 miliardi di dollari. Ottocento grandi imprese cinesi hanno impiantato solide attività in Africa e almeno un migliaio di progetti strutturali e infrastrutturali (porti, ospedali, scuole, reti idriche ed elettriche) hanno la firma del Dragone. Numeri che pesano. La diplomazia di Pechino è stata negli ultimi anni efficace e si è mossa con scelte tipiche da grande potenza. Distinguendo le ragioni degli affari e di Stato dalle ragioni etiche e di principio, la Cina è riuscita a collocarsi al centro di una complessa rete di rapporti dando di sé l’ immagine di «global player», un giocatore che siede da protagonista al tavolo per la definizione degli equilibri geopolitici nel pianeta e che sa porsi come interlocutore di primo piano per l’ Europa, le Americhe, l’ Asia, l’ Oceania. Per l’ Africa. Le basi di questo attivismo sono chiare. La Cina ha rafforzato le linee di dialogo con Europa e Usa, nonostante gli attriti sulla questione dei diritti umani, sulle tariffe commerciali e sulla liberalizzazione del cambio valutario. Nulla ha impedito che si suggellassero nuove intese industriali. L’ ultima con la Francia per la costruzione di uno stabilimento dell’ Airbus e per la fornitura di 150 velivoli della famiglia «A 321» (10 miliardi di dollari) oltre che per la progettazione e realizzazione di linee ferroviarie e idroelettriche. Pechino ha trasformato la diffidenza verso la Russia in una partnership sia sul fronte militare sia sul fronte delle forniture energetiche (gas dalla Siberia). Ha guardato al Medio Oriente (Iran, Siria, Kuwait, Emirati, Qatar, soprattutto Arabia Saudita) con sempre maggiore interesse: in entrata petrolio e investimenti finanziari da parte di principi e sceicchi, in uscita dollari, di cui la Banca centrale è piena grazie al surplus commerciale. La Cina ha naturalmente collocato l’ Asia nel cuore delle sue strategie impegnandosi su tre fronti: nella soluzione della crisi nucleare coreana, nella costruzione di un’ area sud-orientale (Thailandia, Indonesia, Malesia, Singapore, Brunei, Filippine) che dovrebbe diventare regione di libero scambio a partire dal 2010 per poi allargarsi nel 2015 a Vietnam, Birmania, Cambogia e Laos e diventare così la più estesa «free trade zone» al mondo, infine nella trattativa con le ex Repubbliche Sovietiche per l’ acquisizione di importanti pacchetti delle società di produzione ed estrazione petrolifera (gli ultimi accordi con il Kazakistan). Ha infine stabilito percorsi privilegiati con l’ Australia (uranio) e con il Sud America dove, in Brasile, ha ormai sostituito gli Usa nella testa della classifica dell’ import-export. Ma è con l’ Africa che ora la Cina completa questo suo eccezionale dinamismo politico-diplomatico (qualcuno lo chiama neoespansionismo). Quanto si stia rivelando sensibile all’ alleanza strategica con il Continente lo dimostrano alcune scelte di fondo: azzerare 10 miliardi di dollari di debiti contratti da 31 Paesi africani; annullare i dazi sui 190 prodotti di importazione africana; includere 16 Paesi dell’ Unione nelle destinazioni turistiche consigliate (già nel 2005 sono stati 110 mila i turisti cinesi che hanno condiviso quelle mete). Naturalmente non è di secondario interesse, per la Cina, la possibilità di accedere alle immense riserve petrolifere africane. L’ Angola è oggi il primo fornitore di Pechino (seconda l’ Arabia Saudita) ma intese per la ricerca e lo sfruttamento di giacimenti sono state già siglate con Nigeria e Sudan. La sete di petrolio della Cina, spinta dal ritmo del suo sviluppo, è una molla importante ma non l’ unica. Sarebbe riduttivo considerare l’ alleanza fra Cina e Africa solo sotto questo aspetto. Il rapporto che si consolida fra Pechino e l’ Unione Africana è strategico (politico, commerciale, industriale, energetico) e ha lo scopo di condizionare gli assetti della politica internazionale. Per tale ragione è insensibile agli imbarazzi che certe alleanze possono determinare. L’ arrivo per il summit del presidente sudanese Omar Hassan al Bashir, responsabile del genocidio nel Darfur, non provoca ondeggiamenti. La Cina difende il suo diritto di intrattenere strette relazioni con quel regime ricorrendo al principio «della non interferenza negli affari interni». Difficile da accettare ma gli obiettivi, per Pechino, vanno ben oltre la morale. La politica estera cinese si ispira alla previsione del vecchio Deng Xiaoping, il quale disse venti anni fa: «Nel mondo multipolare la Cina sarà un polo». Proprio ciò che sta avvenendo.