Cina, Russia, America Latina

Il titolo di cui sopra è quello del libro edito dall’Editrice Aurora di Milano, Autori Vari, pag. 160, 12 euro. Così presentato può creare qualche malinteso. Il soggetto centrale del libro è infatti la Cina. La Russia, l’America Latina (cui vanno aggiunti l’Africa e i Paesi del Patto di Shangai), di cui ovviamente si parla, rappresentano la proiezione planetaria della politica estera di Pechino e rendono l’idea delle sue dimensioni economiche, politiche e militari.

Per quanto sia difficile replicare con la fionda all’incessante bombardamento mediatico anticinese, i vari saggi che compongono il libro sono un tentativo controcorrente di riproporre, senza ipocrisie e senza pretese storiografiche, il nesso esistente tra l’identità del potere politico che governa la Cina e la sua straordinaria crescita economica, ricordando sommariamente i vari passaggi che stanno cadenzando la fase attuale di sviluppo definita “socialismo di mercato”.

L’uscita del libro ha coinciso, per puro caso, con gli effetti devastanti che la crisi economica mondiale sta provocando ovunque. Ci stiamo però accorgendo, col passare dei giorni, che il peso della parola “ovunque” assume un rilievo diverso a seconda del luogo : i dati e i numeri che giungono dall’epicentro del maremoto, Wall Street, e da quelli euronipponici, strettamente correlati con la casa madre di New York, sono pessimi e mostrano la tendenza al peggioramento, mentre quelli provenienti da Pechino – a giudizio di chi pur non amando la Cina la conosce molto bene – sono di segno diverso. Scrive Federico Rampini su Repubblica del 5 marzo 2009 : ” C’è voluta un’assemblea di dirigenti comunisti cinesi per ridare un barlume di speranza ai mercati finanziari mondiali. (…) Confortati dalla ripresa degli ordini d’acquisto dei manager industriali cinesi, i mercati hanno voluto scommettere che la Repubblica Popolare potrà svolgere un ruolo di locomotiva nella ripresa mondiale”. E’curioso notarlo ma la crisi globale piazza nuovamente la Cina in pole position mediatica. Ora sembra che sia il mondo ad avere bisogno del suo aiuto per uscire dalla catastrofe.

Sviluppo economico e potere politico in Cina : buono il primo, cattivo il secondo.

La percezione e il giudizio sulla Cina di oggi è assai contradditorio, almeno in questa parte del mondo che ama definirsi di capitalismo avanzato : Confindustria e destra guardano, discretamente intimoriti ma con rassegnato realismo, al dragone asiatico, all’efficienza delle sue forze produttive, alla dimensione del suo enorme mercato e alla capacità espansiva del suo modello di sviluppo e dei suoi prodotti in ogni angolo del pianeta. Detestano e condannano invece, senza appello, il suo regime politico, senza però mettere a rischio affari e investimenti. Ma è soprattutto da parte della sinistra “radicale”, già apologa di Mao e del libretto rosso ed ora nemica ad oltranza dello “sviluppismo” altrui, che il disprezzo anticinese raggiunge spesso toni da crociata lamaista. Il paradosso di queste due condanne è che entrambe, pur con intenti opposti, giudicano incompatibili modello di sviluppo e partito al potere.

In entrambi i casi si trascura il piccolo dettaglio che quando si giudica un sistema economico, qualunque esso sia, è difficile ignorare identità e finalità strategiche della forza politica che lo gestisce. Nel caso della Cina questa distinzione tra economia e politica, come si fa tra buoni e cattivi, diventa uno strappo al buon senso poiché, come tutti sanno, nel caso specifico, si tratta di una coppia inseparabile. Il modello di sviluppo cinese è figlio legittimo di una delle più grandi rivoluzioni del secolo ventesimo, guidata da un partito che si chiamava e si chiama tuttora partito comunista. Per quanto sgomento possa suscitare nelle anime belle che lo detestano, è difficile separare questo terribile aggettivo “comunista” da tutto quello che è successo in Cina (e nel mondo) negli ultimi ottant’anni.

Una importante chiave di lettura ci viene squadernata in questo libro dal quadro analitico, ben argomentato, che Bruno Casati ci propone nel suo saggio, sul come la Cina stia edificando il suo sistema ecomico-sociale, dentro un sistema di governo e di potere politico, esercitato sempre dal partito comunista, ma assai diverso dai sistemi sperimentati in precedenza dalla stessa Cina e da quelli di altri paesi socialisti, come ad esempio L’Unione Sovietica. Dunque un percorso nuovo, non privo di contraddizioni e di incognite, sia rispetto ai contenuti che ai tempi necessari per compierlo, ma in continuità con quello iniziato quasi un secolo prima dal movimento comunista e segnato da passi avanti e passi indietro, da vittorie e sconfitte, da successi e fallimenti, ossia da una dialettica che rientra nella assoluta normalità di qualsiasi passaggio storico.

Dal “modello” sovietico al “modello” cinese, la “lunga marcia” verso il socialismo.

E’ stato acutamente osservato che preparare un rivoluzione è già di per sé un impresa molto difficile. Decidere poi di dare l’assalto al vecchio potere e vincerla è ancora più difficile, ma le vere, enormi difficoltà di una rivoluzione cominciano dopo, quando devi costruirla una società nuova e soddisfare i bisogni e le aspettative del popolo che ti ha sostenuto nell’impresa. E siccome hai imboccato una strada verso un futuro che non conosci e non disponi di un modello compiuto, collaudato, chiavi in mano, devi avere la volontà, il coraggio e anche la modestia, di fermarti e di correggere, le scelte superate. Nell’Urss di Krusciov e Breznev questa lungimiranza è mancata. Hanno continuato a prevalere, fuori tempo massimo, gli impulsi del cosidetto “comunismo di guerra”, che nei decenni precedenti era stato necessario per evitare all’URSS assediata di essere travolta dalla potenza soverchiante di una prevedibile aggressione militare imperialista. Ma poi ?

A Mosca, negli anni 60, finito ormai da tempo il periodo eroico, l’URSS era all’apice del suo sviluppo industriale e scientifico e il mondo guardava sbalordito alle imprese spaziali sovietiche. Però di riforme neanche l’ombra. Anche se lo volevi, non potevi aprire una bottega da idraulico. Il lavoro artigiano non era contemplato dal sistema sovietico. Se il rubinetto di casa tua perdeva il problema te lo doveva risolvere lo Stato. Ossia nessuno. Persino i modesti tentativi di riforma economica di Kossigin sono stati subito soffocati dai solerti pompieri della burocrazia kruscioviana.
Nella Cina di oggi, invece, oltre a poter fare l’idraulico, puoi anche fondare una banca. Detta in modo grossolano la differenza tra l’ortodossia tardo sovietica dei piani quinquennali e il socialismo di mercato alla cinese è tutta quì. A distanza di tempo si è riscoperta che, l’esigenza di compromessi con il capitale nella fase di transizione, era stata prevista, nel movimento comunista, fin dall’inizio della sua storia. Era già ben presente nella NEP leniniana ed esposta in maniera esemplare dal leader bolscevico, in una lettera dell’aprile 1921 ai comunisti del Caucaso (Lenin, Opere scelte, vol. 2°, pag. 675) Quando questa esigenza è stata ignorata la storia ha giocato brutti scherzi. Sappiamo tutti come è finita in Unione Sovietica.

Però, dopo il crollo del Muro, quando sembrava che il capitalismo avesse vinto la storica contesa contro il socialismo aperta dai bolscevichi ottant’anni prima, la Cina ha riaperto la sfida. Ma a differenza di Gorbaciov che ha segato il ramo su cui stava seduto, i comunisti cinesi non sono mai stati sfiorati dall’idea di portare in discarica il partito che ha guidato la Lunga Marcia e la rivoluzione né, tanto meno, il “grande timoniere”. Hanno guardato in faccia la realtà e hanno preso atto che occorreva una radicale correzione di rotta per trascinare il paese oltre e fuori dal “socialismo della povertà” praticato dei decenni precedenti nel più completo isolamento internazionale.

Con la svolta denghista, i cinesi hanno ricuperato e aggiornato ai nostri tempi, le nozioni della NEP leninista, e rimodellato l’asse centrale della loro sfida. Anziché sul terreno della competizione militare, che ha dissanguato l’economia sovietica, hanno scelto il terreno della competizione economica. Sicuramente molto aggressiva ma assolutamente pacifica. E in sintonia con la tesi confuciana scritta nel IV secolo a.c. da Sun Tzu e Sun Pin nel celebre trattato sulla guerra : la vittoria militare più importante è quella che si vince senza combattere.

Non potendo negare i risultati ottenuti dalla Cina, “totalitaria e comunista”, la propaganda anticinese affianca spesso, o contrappone, quelli ottenuti dall’India, “la più grande democrazia al mondo”. Conosciamo tutti gli enormi sforzi che entrambi i giganti asiatici hanno compiuto e compiono per uscire dal terzo mondo, ma le dinamiche della crescita, governate da differenti sistemi politici, erano e rimangono molto diverse. Se alle chiacchiere sui “diritti umani” si antepongono i dati insospettabili della Banca Mondiale e del FMI la presunta parità di sviluppo appare più che discutibile : dal 1980 al 2006 il PIL, calcolato a parità di potere d’acquisto per abitante, è cresciuto di sedici volte in Cina, di cinque in India. Lo stesso dicasi del loro rapporto con il PIL mondiale : la Cina è passata dal 3,3% al 14%, l’India dal 3,3% al 6%.

Pace e prosperità economica : questa la sfida antimperialista dei comunisti cinesi.

Credo che nessuna persona sana di mente possa negare l’entità dei risultati raggiunti che hanno cambiato la vita di centinaia di milioni di cinesi.
Molto rimane ancora da fare, ma intanto, nel giro di due decenni la Cina, è diventata un gigante della politica mondiale ed ha concorso, con il pesante tonnellaggio del suo PIL, a cambiare i rapporti di forza (non solo economici) tra l’imperialismo nord atlantico e il resto del mondo.

Molti ricorderanno la tabella di marcia tracciata, nel 1997, dal più lucido teorico dell’imperialismo moderno, Z. Brezdzinski, nel suo famoso libro “La grande scacchiera”, in cui venivano squadernate con arrogante semplicità le varie tappe che avrebbero permesso all’America di assumere il controllo politico e miliare dell’intero pianeta. Prima Clinton con la Nato, poi Bush a testa bassa, ci hanno provato. La guerra balcanica per il famoso canale 8, poi l’Afganistan e l’Iraq . Il tentativo di smembrare la Russia, di colonizzare l’intera Asia centrale post sovietica, le pesanti minaccie contro i paesi dell’Asse del Male. Con lo scopo finale di accerchiare militarmente la Cina (considerata il principale nemico strategico) e tenere la Russia sotto il tiro dello scudo spaziale. Un progetto grandioso con cui l’elite politica di Washington sperava di marchiare il 2000 come il nuovo secolo americano.

Ma già all’epoca le voci di pochi autorevoli storici di area liberal e marxisti (Paul Kennedy, Emanuel Todd, Berberoglu, Jan Ziegler, Heinz Holtz ed altri ) avevano già segnalato, osservando le dinamiche di sviluppo di Cina e Russia, le tracce di un possibile declino della superpotenza americana. Oggi, quelle poche voci sono diventate un coro scaligero e di quella tabella di marcia bonapartista non c’è più traccia. E benché Washington abbia continuato a mantenere il dito sul grilletto del proprio soverchiante arsenale militare, il prestigio dell’America è colato a picco.

Trent’anni fa gli Stati Uniti producevano il quaranta per cento del PIL mondiale. Oggi, prima del cataclisma delle Borse e al netto di imbrogli finanziari, (il dato continua peraltro a peggiorare), producono solo il 10% delle merci circolanti sul pianeta, cioè meno della Germania, ma ne consumano più del 30%, ossia più dell’Europa intera. E’ vero che l’America ha difeso il suo status di superpotenza dilatando al massimo il suo budget militare e la sua aggressività. Ma decine di basi militari dislocate in ogni parte del mondo e mezzo milione soldati a presidiarle non sono bastati a mantenere il primato e a vincere due guerre contro due insignificanti nani militari come l’Afganistan e l’Iraq. Anzi, questa politica ha trascinato l’America in un colossale fallimento economico e militare. In molti sperano che con Barak Obama le cose potrebbero cambiare. Restiamo in prudente attesa di sapere quale dimensione saprà dare, anche in politica estera, alla magica parola “change”.

Nel frattempo la tanto odiata Cina ha concorso con le sue scelte economiche, la sua politica estera e senza mai spostare un soldato fuori dalle sue frontiere, a cambiare i rapporti di forza e le relazioni tra gli Stati sconvolgendo ancora una volta gli assetti geopolitici del pianeta. Queste sono le credenziali con cui la Cina si presenta oggi sulla scena politica mondiale insieme ad altri paesi emergenti coma la Russia, l’India, il Brasile e il Sudafrica.

La Cina e l’Africa : modello di relazioni paritarie.

Nel capitolo dedicato alla politica internazionale della Cina abbiamo dato largo spazio ai rapporti economici sempre più stretti che la Cina sta stringendo con l’Africa. Specie dopo il Forum di cooperazione Cina-Africa svoltosi a Pechino nel novembre del 2006 cui hanno partecipato 48 Stati africani su 52. L’importanza di questo rapporto l’abbiamo colto qualche giorno dopo, in quel di Kinshasa, nel discorso pronunciato dal neo presidente eletto Joseph Kabila davanti al parlamento congolese : “Il nostro modello di sviluppo è quello cinese: con il potenziale di risorse naturali di cui disponiamo in Congo possiamo aspirare a diventare, per l’Africa, la Cina di domani”. Dal che si deduce che le elite politiche nazionaliste al potere in molti paesi africani hanno capito che costruendo relazioni economiche privilegiate con Pechino, possono accumulare una massa critica di
forze produttive necessaria per liberarsi dal cappio al collo del debito estero imposto dal neo colonialismo e completare il lungo processo di liberazione rimasto finora incompiuto.

Chi conosce l’Africa sa che, prima ancora di qualsiasi risultato materiale l’approccio scelto dalla Cina sta cambiando la mentalità degli africani inculcata da cinque secoli di dominio coloniale. Una volta la Cina esportava ideologia in Africa. Oggi sono il suo potenziale industriale e i suoi capitali che alimentano in misura crescente e a tasso zero la costruzione di infrastrutture. Grandi cantieri sono aperti ovunque, soprattutto in Africa australe. Si costruiscono strade, ferrovie, dighe, centrali elettriche, scuole, ospedali, nuove città. Si perforano pozzi, si riaprono miniere.

Per Paesi indebitati fino al collo e ricattati dal FMI si apre una diversa prospettiva. Le loro risorse minerarie, energetiche e la produzione agricola cambiano le antiche destinazioni e trovano nel mercato cinese una fonte di sbocco che li sottrae alle condizioni iugulatorie delle multinazionali occidentali e del FMI. L’interscambio commerciale con la Cina dei paesi in via di sviluppo cambia la vecchia natura predatoria , neocoloniale, e si fonda invece su basi eque, reciprocamente vantaggiose. Il che induce automaticamente popoli e governi a riflettere anche sulle idee politiche che alimentano quel modello. Non a caso, molti giornali africani, giudicano questa fase di rapporti costruttivi con la Cina come l’avvio di una seconda liberazione dal colonialismo.

Le dinamiche dello sviluppo cinese stanno imprimendo una straordinaria rapidità al processo di modernizzazione delle regioni più popolate del mondo in Africa, Asia, America Latina. La potenza delle sue forze produttive sta cambiando radicalmente le gerarchie nate dopo il crollo dell’URSS ed è l’inizio di una nuova ristrutturazione policentrica del mondo che vede emergere come attori primari popoli e paesi rimasti secoli sotto il dominio imperialista. Abituati per troppo tempo a considerarci il centro del pensiero innovatore della sinistra no global, non sarebbe male se, anziché sostenere le pulsioni teocratiche di stampo medioevale del Dalai Lama, guardassimo con meno pregiudizi e maggiore obbiettività al nuovo mondo plurale che sta nascendo altrove, fuori dalle nostre cittadelle bianche di capitalismo avanzato.