Cina, prove di democrazia

La Cina, dopo oltre un quarto di secolo dall’inizio della svolta economica, si pone il problema delle riforme politiche, una questione aperta e chiusa più volte in questi anni. Il libro bianco pubblicato ieri sulla costruzione di un sistema politico democratico potrebbe far pensare che Pechino riaffermi la centralità del partito comunista. Ma non è così, è il primo passo di una svolta politica. La Cina è scossa dalle proteste di contadini e lavoratori, la corruzione dei funzionari non accenna a diminuire. I due fenomeni sono il sintomo di problemi profondi che esigono una risposta politica. La democrazia è un canale attraverso cui convogliare e anche frenare più efficacemente le proteste e la corruzione. A Pechino lo sanno bene, ma il partito vorrebbe usarla come strumento di controllo del Paese per evitare che la Cina si spappoli come è accaduto all’Urss di Gorbaciov.
Quello intrapreso ieri non è un passo certo verso una democrazia all’occidentale, ma un movimento più modesto di democratizzazione. Si tratta di una sfida enorme che ha bisogno di tempo e prudenza. Se in questo cammino la Cina, con i suoi 1,3 miliardi cittadini, si frantuma allora potrebbero nascere disastri globali. Se solo 1’1% dei cinesi si muovesse verso l’Europa sarebbero 13 milioni di persone in marcia.
Il processo che inizia apre un altro fronte. Una Cina in via di democratizzazione come verrà accettata dall’unica superpotenza globale, gli Usa?
Oggi gli americani nascondono con la paura di una Cina non democratica i timori di una sfida globale che Pechino sta lanciando a Washington. Ma una Cina ricca e democratica che rapporti avrebbe con gli Usa e con l’Europa?
Zheng Bijian, consigliere politico del presidente Hu Jintao, propone da circa un anno l’idea dell’ascesa pacifica della Cina, oggi il processo di democratizzazione dovrebbe dargli maggiore credibilità. Ma la deriva democratica potrebbe invece dare spazio a un’opinione pubblica interna più battagliera, meno controllabile e quindi destabilizzante che potrebbe avere come primo sfogo un conflitto duro con il Giappone.
L’inizio del processo di democratizzazione avrà ricadute su tutto il pianeta e potrebbe diventare una delle questioni chiave sulla strada del ventunesimo secolo.

Arriva la democrazia in Cina? Almeno così potrebbe essere. Da quando, alla fine del 1978, Deng Xiaoping in una riunione semisegreta aprì le porte alle riforme economiche, il Paese è arrivato a dove si trova oggi.
Il linguaggio politico dell’epoca era, e restò ancora per molto tempo, gonfio di fioriture pesantemente ideologiche del vecchio comunismo. Ma, di fatto, tra quelle parole si leggeva già allora la novità. Nonostante questo fino pachi anni fa in occidente c’era chi pensava che la Cina comunista avrebbe un giorno rifagocitato l’economia privata.. Oggi non lo crede quasi nessuno.
Come era accaduto con l’economia, ora la Cina apre alle riforme politiche e alla democrazia, pubblicando il suo primo «libro bianco» sull’edificazione della democrazia. Sono 40 pagine dense ancora di ideologismi retrò, di parole che paiono antiche. Ma il messaggio è chiaro, assicurano fonti bene informate a Pechino: la nuova dirigenza vuole varare riforme politiche che portino il Paese a un sistema democratico.
Il passo e i tempi di queste riforme sono ancora incerti, e dipenderanno da molti elementi, in primo luogo dall’evoluzione interna e internazionale. Ma Hu Jintao e compagni paiono avere gettato il cuore oltre l’ostacolo: la Cina di domani non sarà mai più quella di ieri.
Il ruolo guida del partito comunista resta certamente sottolineato. Occidentali, non crediate che vogliamo la vostra democrazia multipartitica, dice il documento. Ma i passi più interessanti e nuovi del «libro bianco» riguardano proprio il processo di democratizzazione all’interno del partito. Per la prima volta si dice ufficialmente che il sistema «un candidato – un posto» viene abolito. Già nel congresso del 2002 si era saputo che a fronte di, per esempio, 100 posti per il Comitato centrale erano stati presentati 105 candidati. Il documento pubblicato ieri sostiene che la differenza tra numero di posti e di candidati si allargherà sempre di più e che anche sulla modalità delle candidature ci saranno novità: non saranno più solo le organizzazioni del partito a presentare una lista di nomi, emersa da riunioni interne, ma anche singoli comunisti potranno promuovere loro uomini.
Già questo processo mina il principio del centralismo democratico, asse di tutti i partiti leninisti, introducendo elementi di democrazia diretta nel cuore stesso del partito. Infatti, il documento non cita alcuno dei mostri sacri del comunismo reale, dà Lenin a Mao. Anzi, chiude la porta al passato prima delle riforme di Deng e riserva l’attacco più feroce proprio al maoismo: «Nella corso della ricerca della costruzione della politica democratica della nuova Cina si sono avute numerose deviazioni. In particolare, il grave errore della Rivoluzione culturale (1966-1976) è stato una grave sconfitta e ha lasciato in eredità una dolorosa lezione».
Invece il «libro bianco» afferma che il partito continuerà a portare avanti «le teorie democratiche del marxismo», Un riferimento, raccontano a Pechino, alle idee di Rosa Luxemburg e di Antonio Gramsci. Quest’ultimo con il suo studio su «Il Principe» di Machiavelli ha ispirato anche la «teoria dei Tre Rappresentanti», oggi pilastro dell’ideologia del Paese.
La democrazia avanzerà attraverso il processo delle elezioni locali. Già oggi tutti i villaggi di campagna – dove vive la maggior parte della popolazione cinese – eleggono i loro «sindaci» in elezioni dirette con più candidati. Questo processo si sta estendendo alle città. Sarà quindi un movimento a doppio binario: democratizzazione all’interno del partito e nel governo locale, dal vertice e dalla base.
La democrazia in tutto il Paese però non è prevista per domani, né per dopodomani. Hu e i suoi vogliono maggiore democrazia, ma non la perdita del controllo. Riforme politiche sì, ma non vogliono finire con la Cina sfasciata, impoverita e disgregata come è successo all’Urss di Gorbaciov. Quest’ultimo è oggi l’incubo di ogni politico cinese: nessuno vuole fare alla Cina quello che Gòrbaciov ha fatto all’Unione Sovietica.
«La democrazia è il risultato dello sviluppo della civiltà politica umana ed è anche un bisogno comune di tutta la gente di tutto il mondo», recita la prima fase del «libro bianco». Ma aggiunge subito che «la democrazia di ogni Paese nasce dal suo interno e non può essere forzata dall’esterno». Questo il messaggio ambivalente che Hu Jintao lancia all’amministrazione americana, con un documento che si rivolge anche a un pubblico internazionale. Lo suggeriscono anche i tempi di pubblicazione, annunciata martedì, il giorno dell’arrivo a Pechino del segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld. E per il mese prossimo è prevista la visita in Cina di George Bush.