Cina, note su un pianeta

1) Otto, quattro, due, uno. Cos’è mai? E’ la serialità semplice che gli economisti utilizzano per indicare i tassi di sviluppo, i Pil, di ogni paese. Uno, è quello dell’Italia; due, è quello di Francia e Germania; quattro è quello degli Usa, pur gravati da un immenso debito che esportano con il dollaro svalutato e la guerra; otto, è il tasso di sviluppo della Cina (in verità la crescita economica è del 9,5%). La Cina avanza quindi ad una velocità otto volte superiore a quella dell’Italia: la Cina è lontana. Moltiplicato negli anni, questo dato rappresenta, nella Cina di Deng Xioping, quel che Mao Tze Tung auspicava come “il grande balzo in avanti”, solo che il balzo avviene in forme che Mao non poteva nemmeno lontanamente prevedere e a velocità sbalorditive. I risultati sono straordinari. Federico Rampini, attento osservatore di quel che avviene in Cina (e India), utilizza un incipit strepitoso per la sua opera “Il secolo cinese”: “Nel febbraio 2005 – egli scrive – gli schermi radar dell’economia mondiale lampeggiano un sorpasso: la Cina ha superato gli Stati Uniti nel consumo di prodotti industriali e agricoli”. Si badi che non è tanto importante il dato in sé pur clamoroso, di quel sorpasso, ma lo è assai di più la constatazione che ne discende: oggi noi siamo di fronte al più grande popolo di consumatori del pianeta che, non solo lavora duro per esportare manufatti, ma opera per fornire il proprio mercato interno ed eccelle nelle biotecnologie, nell’aviospazio, nella navalmeccanica, nella ricerca scientifica, nell’innovazione. E da oggi avanza anche nel turismo, dove ha sopravanzato l’Italia e si è portato a un passo dagli Usa, e investe forte nella formazione e nella costruzione dei talenti. E la Cina è un paese assai giovane, un paese che lavora sul futuro dei suoi giovani, assoluta maggioranza. I sorpassi perciò non avvengono per caso: essi sono figli di un progetto. Presterei pertanto molta, ma molta, attenzione prima di dare giudizi, come capita invece di ascoltare, su questo pianeta in movimento. Sarei prudente, perché si discute di un fenomeno straordinario: in Asia sta infatti crescendo un nuovo centro del mondo, che già oggi contrasta e, con quel tasso di crescita è destinato addiritura a sovrastare il dominio globale che gli Usa pensavano di essersi ormai assicurato dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Che fanno ora gli Usa? Già lo stanno facendo.

2) Da qualche anno sulla Cina si è scatenato anche il finimondo mediatico, circolano valanghe di informazioni, siamo subissati da talk show tutti sullo stesso tema-tormentone: ”la Cina è un rischio o è un’opportunità?”. Se non altro la Cina detiene il record mondiale dei luoghi comuni e tutti, ad esempio, a discettare su questo popolo di imitatori e a invocare il protezionismo e i dazi. Poi ci sono i dibattiti nelle sinistre, quando ancora si fanno. Ma il più delle volte si tratta solo delle interviste con tanto di foto che il grande dirigente rilascia dopo un viaggio di qualche giorno in quel che fu il Celeste Impero. In verità non sono interviste, sono sentenze senza appello: “la Cina è un gigante capitalista” (Fausto Bertinotti su Repubblica del 20 dicembre 2005). La Cina invece va conosciuta e studiata, si vada oltre gli “involtini primavera”. Ci vorrebbe, ripeto, più modestia nel giudizio, almeno quanto quella che ebbe Marco Polo quando, secoli fa, entrò nell’antico Regno di Mezzo e fu colto dallo smarrimento, quello che oggi travolge gli osservatori più seri davanti ad un miliardo e passa di persone che lavorano per lo stesso obbiettivo. Si pensi che i soli lavoratori cinesi dell’industria, essendo 160 milioni, superano tutti quelli messi insieme, dell’Ocse, del Brasile, dell’India. Mi sottraggo perciò all’obbligo di dare giudizi e, invece, mi provo a sfiorare due temi, che pongo come interrogativi: l’economia italiana è messa per davvero in pericolo da quella cinese (il primo)? Su che caratteri, in positivo e in negativo, avanza l’economia cinese?

Le parole che due anni fa pronunciò il Ministro Bo Xii Lai in visita in Italia mi forniscono l’approccio più efficace al primo tema. Disse allora il Ministro: “Quando la caduta delle barriere protezionistiche, definita nel Wto, favorisce la penetrazione delle produzioni dei paesi avanzati in quelli deboli, si dice che è il mercato e, quindi, i deboli hanno il dovere di starsene zitti. Quando sono, per una volta, le produzioni dei paesi in via di sviluppo che, attraversando i confini abbattuti, penetrano nei paesi avanzati si considera questa una lesione del diritto dei forti”. E’ la descrizione plastica di quel che sta avvenendo per davvero anche e soprattutto in Italia dove, oggi, post-industriali, personale politico ed intellettuali di complemento gridano in coro “al lupo, al lupo” riguardo alle produzioni di Cina e India che arrivano. Ma la Cina (e l’India) indica solo i guasti dell’economia italiana. Il Dragone non è il male, è solo il termometro che lo misura, è il dito che lo indica. Il male (il lupo) è dato da un modello economico italiano, a suo tempo enfatizzato da padroni, padroncini e corifei: il modello della nanoimpresa e dei duecento distrettini delle scarpe, dei rubinetti e delle piastrelle, fatto crescere (quel modello) a velocità spaventosa all’inizio degli anni ’90 – sostenuto da bassi salari (è del luglio ’93 l’accordo del loro contenimento) e alti orari (nel famoso Nord Est le 35 ore allora si facevano in due giorni) e dalla svalutazione della lira – un modello che avrebbe dovuto conquistare, su quelle produzioni a basso contenuto di qualità, i mercati dell’Est che allora si stavano aprendo. In quegli anni si è abbandonata ricerca e innovazione, a che servivano? Passati quindici anni dobbiamo tirare due righe sui risultati raggiunti dal modello. Si è confezionata un’autorete economica, questo il bel risultato: oggi sono le produzioni dell’Est che, facendo il cammino inverso, entrano in Italia come lama nel burro e, sul resto (sulla qualità), siamo fuori mercato. E allora si invocano i dazi e ci si lamenta della concorrenza che, per dei liberisti spinti, è cosa assolutamente indecente. Gli imprenditori imprevidenti, quelli che pensano di poter reggere a oltranza alla competizione sul costo del lavoro non pagando le tasse e spremendo gli operai italiani ed immigrati, anche con lo strumento della precarietà, sono saltati per aria o hanno chiuso baracca cercando di speculare sulle aree dismesse, o hanno delocalizzato guarda un po’ in Cina. Sono andati nella tana del lupo (quello presunto) e, in quelle fabbriche, tolgono la pelle agli operai cinesi per poi importare prodotti taroccati in Italia. Tra di loro ci sono poi anche delle “facce di tolla” che, dopo aver licenziato in Italia, ci raccontano di diritti ed ambiente calpestati in Cina. Ci sono però anche gli imprenditori previdenti, quelli che, per tempo (questi player), hanno investito in qualità ed oggi esportano anche in una Cina che ci chiede (pure sul tessile, settore più esposto alla concorrenza) macchinari, filati di lana, fibre speciali e abiti confezionati, se di alta qualità. Costoro hanno capito che la Cina è un mercato e che le delocalizzazioni, per il nostro mercato, sono un suicidio. Certo, amara riflessione: se in quegli anni ’90, invece di inseguire il miraggio del facile guadagno, non avessimo abbattuto la grande industria e avessimo di converso mantenuto Ansaldo, Olivetti e Nuovo Pignone invece di immolarle alla follia del “piccolo è bello”, oggi in Italia avremmo un volume di esportazioni di alta qualità e, nei confronti della famosa Cina, saremmo, negli scambi, in posizione di vantaggio, come lo è la Germania. Oggi non è così. Sintesi: la Cina fa capire all’Italia qual’è il problema, dov’è il lupo. Il problema per l’Italia è la struttura stessa della sua economia, non altro.

3) Certo non è condivisibile il protezionismo invocato, ma anch’io sostengo che le merci debbano circolare con una etichetta che certifichi il rispetto di una “clausola sociale” che racchiuda in sé conquiste minime di civiltà. Questo riguarda le importazioni dalla Cina, è vero, ma mi domando: che clausola sociale chiediamo venga rispettata dagli Stati Uniti? Ma, ancora sulle importazioni dalla Cina, vorrei fare giustizia citando il passo di una intervista che Franco Bernabé, già manager dell’Eni e ora nei Consigli di Amministrazione di molte partecipate cinesi, ha rilasciato a Il Manifesto. L’intervista spiega molte cose. Dice infatti Bernabé: “La Cina non è il Giappone, né la Germania, né l’Italia che, per crescere, hanno bisogno del mercato esterno. La Cina il mercato ce l’ha in casa, ed è enorme. Si sappia però che il 57% delle merci che la Cina esporta è prodotto da multinazionali che si sono insediate in Cina, ma non sono cinesi”. Vale a dire che, chi invade l’Italia con prodotti low cost – magliette, calzetterie, jeans – magari con il marchio “made in Italy”, sono in buona misura quegli stessi industrialotti che hanno chiuso bottega a Treviso e si sono lanciati nella corsa all’oro: e, dalla Romania, passando per la Bielorussia, sono arrivati appunto a Shangai. Domandiamolo a loro il rispetto della “clausola sociale”, visto che questi emigranti italiani, che si sono rigenerati nell’antico Regno di Mezzo proprio per liberarsi del conflitto in patria, sono oggi anche i capofila della lobby internazionale che impedisce, lo rivela l’autorevole New York Times, che nelle loro fabbriche cinesi entri quel sindacato (che non è certo la Fiom). Il lupo, quello vero, ce l’abbiamo in casa. Il dragone fa tuttaltra corsa.

4) Quale altra corsa? Parlavo di un secondo punto relativo ai caratteri, in positivo e in negativo, sui quali avanza l’economia cinese. Una buona chiave di lettura ci è fornita dall’analisi della politica delle importazioni. Oggi la Cina importa dagli altri paesi asiatici per 254 miliardi di dollari l’anno (dato 2004), con un aumento del 35% sul 2003, e ha aumentato dell’87% le sue importazioni dall’Africa e del 77% quelle dal Sud America. Che vuole dire? Vuol semplicemente dire che, mentre i paesi capitalistici scaricano debiti e problemi su Africa, Sud America ed Asia (gli Usa poi vi scaricano anche qualche tonnellata di bombe), la Cina stabilisce proficui rapporti commerciali con gli stessi paesi, che così possono pensare di sganciarsi dalla morsa economica, che poi è servitù politica e militare, degli Usa e dell’Europa. Questo, della Cina che diventa il paese di riferimento economico per paesi poveri e in via di sviluppo, è il vero “pericolo giallo”, ma lo è per gli imperialisti, mentre la critica fatta dagli stessi sulle importazioni, di jeans e mutande, è fasulla: è esercitata solo per sollecitare riflessi emotivi, reazioni di rigetto, paure che occultino la preoccupazione reale (e fondata) del Capitale che perde colpi.

Una seconda chiave di lettura del carattere dell’avanzata dell’economia cinese, e che si compone con la prima, sta racchiusa nella sua politica finanziaria. Vediamola nei suoi passaggi più significativi: il punto preliminare è dato dal rilievo che l’aggressività dell’imperialismo nei confronti della Cina cresce con il crescere dei problemi economici di Wall Street e di Washington. Lo stesso petrolio, ad esempio, innalzato surrettiziamente vicino ai 70 dollari al barile (per la stessa ragione per cui il dollaro è tenuto basso) – e il petrolio è tuttora monopolio mondiale, con l’eccezione del Venezuela di Chavez, delle grandi famiglie di Wall Street e delle banche – denota la debolezza del capitale che ricorre a questi mezzi di cinica guerra commerciale per tagliare le fonti di approvvigionamento ai competitori europei e al grande competitore asiatico, che ne è grande consumatore. L’operazione viene portata avanti, sulla Cina particolarmente, perché la politica finanziaria di questo paese – questo è il punto che forse spiega tutto – sta mettendo spalle al muro proprio gli Stati Uniti. Infatti la Cina vanta oggi un credito sugli Usa di 200 miliardi di dollari e, nel frattempo, ha via via rastrellato ben 750 miliardi di Usa-Bond. Di fatto la Cina è il banchiere degli americani. Se non è evento straordinario questo? E, sulle banche, la Cina non molla di un millimetro: “banche pubbliche per sempre”, così il Primo Ministro Wen Jiabao chiudendo la sessione 2006 dell’Assemblea Nazionale del Popolo. Le due chiavi di lettura, politica delle importazioni e politica finanziaria, componendosi, consentono di interpretare meglio, anche attraverso le reazioni indotte, il carattere di un’economia che conquista i mercati esterni, e risponde a quello interno su questa spinta, ma soprattutto grazie a una struttura correlata dell’economia – e a un progetto di lungo respiro – che non si assegna alla “mano libera” di Adam Smith, ma alla programmazione strategica e ai forti investimenti, sostenuti appunto da quell’enorme accumulo di liquidità rastrellata, i cui ritorni (poi ci sono anche contraddizioni) non si riversano nelle tasche della grande borghesia industriale o di grandi proprietari terrieri, come altrove, ma in consumi popolari, ricerca, innovazione, formazione. E’ il grande balzo. Per questa ragione la Cina è la questione del secolo. Ma, nel secolo, gli Usa, imbufaliti oggi anche per la sconfitta in Iraq, non sono propensi a cedere di un passo. Oggi subiscono l’offensiva finanziaria e commerciale, ma c’è da aspettarsi la contromossa. E quelli sono capaci di tutto, ma proprio di tutto.

5) Vediamo ora le ricadute sociali del grande balzo, in positivo e in negativo. Faccio riferimento ai dati della Banca Mondiale secondo cui:

– Oggi, della popolazione cinese (il totale è di un miliardo e trecento milioni di persone, 20 volte quella italiana) quanti hanno un reddito pro capite inferiore ad un dollaro al giorno che nell’81 erano seicento milioni di persone, si sono ridotti nel 2001 a 212 milioni (tre volte meno), con un dato, in consolidamento sul 2006, che ci parla oggi di 100 milioni di poveri. Resta tuttora il gap di ricchezza tra città e campagna, tra Est ed Ovest, tra chi ha e chi non ha, ma c’è netto il senso di marcia.

– Secondo dato: il salario medio cinese, dal 90 ad oggi, è aumentato dell’8%, mentre del 4% sono aumentati i cosidetti “redditi rurali”. Certo, il salario cinese non è assolutamente comparabile con quello italiano – il costo orario del lavoro nella Cina costiera è di 0,6 dollari l’ora (in India è di 0,4) mentre in Italia è di 14, chi delocalizza lo fa per questa ragione – ma non è comparabile nemmeno il costo della vita. Sarà una marcia lenta ma la direzione verso un welfare cinese è indicata e praticata.

Si parla di ribellioni di operai e contadini in qualche villaggio, e le notizie fanno il giro del mondo, un gran clamore scaraventato nelle prime pagine. Passano invece sotto silenzio gli scioperi anche recenti degli operai cinesi (fonte Repubblica ma confinata a pagina 28) che protestano contro il padroncino italiano che li tratta come schiavi. E non è un caso isolato. Aldilà di questi episodi, quali sono, domandiamocelo, i tratti in ricaduta sociale del “grande balzo in avanti”?

In positivo c’è l’indubbio calo veloce della povertà e l’aumento (lento) dei salari. In negativo resta aperta la forbice tra i redditi del proletariato operaio e soprattutto contadino , e quelli di una “nuova borghesia” (il termine improprio è mio, è una borghesia che non possiede i mezzi di produzione) di 200/250 milioni di persone (175 milioni secondo una stima della “China Association of Banding Strategy), che sono poi quelle che possono comperare, ad esempio, abiti italiani di gran pregio. Ancora in negativo c’è il basso livello del sistema sanitario (è questo il vero nervo scoperto del sistema) e ci sono violazioni su ambiente, orario, sicurezza. Tutto ciò è vero: si procede a velocità vertiginosa, nella produzione e nell’innovazione, ma ci sono questi limiti seri. Si potrebbe dire, mi scuso della banalizzazione, che la Cina opera nelle contraddizioni che incontra il “socialismo di mercato”. Il treno ha preso troppa velocità: salta le stazioni.

E’ questo, dei limiti, anche l’assilo del Pcc (Partito Comunista Cinese), che ha aperto una recente riflessione che lo porterebbe a chiudere questa fase della “rivoluzione liberista”. Chiuderla perché, ripeto, il treno della crescita ha preso troppa velocità (9,5%) – la produttività sovrasta la produzione – e, correndo correndo, ha fatto allargare la forbice tra disagio, pur ridotto, e nuove ricchezze. Nei prossimi cinque anni (Piano Quinquennale 2006/2011) il treno deve correre al tasso del 7,5%. E il richiamo, fatto all’ultimo plenum del Politburo del Partito già nella relazione del Segretario del Pcc Hu Jntao, alla costruzione di una “armoniosa società socialista”, va in questa direzione ed è stato richiamo martellante. Il comunicato finale del Plenum dice netto: “people first”, prima il popolo. E vi si riconoscono, almeno nel comunicato, tutte le contraddizioni qui solo superficialmente richiamate (c’è poi quella rilevante dello squilibrio tra la costa e le zone rurali). Insomma il grande balzo auspicato dal Grande Timoniere oggi si deve compiere, così il Partito, con l’ “armonizzazione” di Confucio. Potrà questo grande Partito comporre interessi che possono essere contrapposti? E perché non sperare che sia così per davvero?

6) Solo a questo punto del ragionamento accetto di discutere del quesito: “ma la Cina è un paese socialista o è solo un paese capitalista , più efficiente perché fortemente centralizzato e, come taluno sostiene, repressivo?”. Il mio punto di vista è il seguente: la Cina vede il controllo, diretto o indiretto, dello Stato sui mezzi di produzione. Ci sono contraddizioni nel processo, lo riconosce anche il Pcc, che appunto propone di superarle, ma non c’è, in Cina, né una borghesia che abbia la proprietà privata dei famosi mezzi, né clan di oligarchi che, come in Russia, sono spuntati dalle ceneri del Pcus come vere e proprie mafie armate. Esiste invece una rete fitta di organismi pubblici o a partecipazione pubblica, di orientamento e controllo. Con tutte le critiche che si possono, anzi si debbono, avanzare – magari però tenendo conto ogni tanto delle condizioni del pulpito da cui le rivolgiamo – bisogna purtuttavia registrare che la Cina cresce impetuosamente per almeno due ragioni:

– cresce, la prima, perché programma e controlla sulla base di un progetto economico che guarda al mercato interno, a quello esterno, alle politiche di interscambio, alle alleanze commerciali, alla politica finanziaria. Si può ben dire che abbiamo dinnanzi a noi il più grande sistema a Partecipazioni Statali che sia mai esistito al mondo e, insieme, sulla Cina costiera, il più grande sistema del pianeta di “economia mista“, con intreccio con le multinazionali e le proprietà estere private. Non si è mai visto uguale. E’ la via che Gorbaciov forse avrebbe dovuto imboccare, invece di spianare la strada a Eltsin e agli imperialisti.

– Cresce, la seconda, perché il surplus non va nei consumi voluttuari o nei giochi di Borsa di caste ristrette – come avviene in Italia o negli Usa ad esempio, gli scandali Parmalat ed Enron gridano – ma va in consumi, industrializzazione, ricerca e innovazione, come non avviene in italia (anche, purtroppo, con questa Finanziaria di questo pallido Governo).

In questa coppia di coordinate – controllo pubblico e programmazione – si annidano, è vero, disuguaglianze, elementi di malcostume e corruzione da raschiare via. Ma noi dobbiamo vedere il tutto, non solo una parte. Tutta la foresta che cresce, non solo l’albero che cade. Ma chiudo l’articolo con un esempio che si collega al suo titolo: “la Cina è lontana”. Perché è così lontana? Faccio l’esempio della formazione: in Cina negli ultimi 15 anni, il numero degli studenti universitari è quintuplicato. In questo quadro di crescita estraggo solo una facoltà, quella dell’ingegneria del tessile, settore questo che in italia conta più di 600mila addetti (si badi che in Cina il solo distretto del lusso di Shangai ne conta 410mila). Ebbene, in Italia, esiste solo una facoltà che sforna 10 ingegneri tessili l’anno. La Cina, nello stesso anno, ne sforna 25mila. Va bene, siamo su due scale diverse, ma il rapporto sulla popolazione è di 1 a 20, quello degli ingegneri tessili è di 1 a 2.500. Qualcosa non torna (in Italia) Ma questo rapporto vale anche per l’ingegneria navalmeccanica, la siderurgia, le biotecnologie e l’aviospaziale. Ed è per questo, o anche per questo, che la Cina avanza nel Pil otto volte più dell’Italia. E’ l’Italia che è lontana dalla Cina.

Fonte : www.gramscioggi.org (n.1, 2007)