Cina, la sfida dei capitalisti rossi «Vogliamo libertà di licenziare»

PECHINO — I capitalisti rossi alzano la voce. E lo fanno cogliendo al volo l’occasione che gli offre l’apertura dell’anno legislativo. Agli imprenditori del Sud cinese e di Hong Kong non piacciono le nuove norme che disciplinano il lavoro, le vogliono cambiare per avere più flessibilità nella gestione dei dipendenti. Scelgono due strade per manifestare le loro posizioni. La prima strada è quella di rivendicare l’abolizione del contratto a tempo indeterminato. Generalizzando con uno slogan è come se affermassero: evviva la precarietà. Tale è la posizione espressa in alcune interviste da Zhang Yin, 51 anni, fondatrice di un impero per il riciclaggio della carta, la donna più ricca della Cina con un patrimonio attorno ai 4 miliardi di dollari. «Il tempo indeterminato è un ostacolo per le, aziende e per gli stessi operai. È ora di mandarlo in soffitta per cercare forme più evolute e libere di contratti», ha dichiarato scatenando un putiferio di reazioni su Internet. Qualche esempio? «Questi capitalisti vogliono trasformare gli operai in buoi». «I ricchi cinesi parlano sempre di America senza citare i diritti della classe operaia. È impossibile che diventino buoni di cuore». «È crudele pensare di cancellare i contratti a tempo indeterminato». «I nostri capitalisti sono ipocriti e cattivi». Un campionario di proteste.
«Vogliono mano libera? E allora legalizziamo anche lo sciopero, i loro diritti e i nostri». «Il punto chiave è l’assistenza sociale: chi garantisce le risorse ai disoccupati?». Una lunga sequenza di contestazioni e di invettive. La seconda strada è quella della pressione esercitata nei corridoi del Parlamento cinese. Ed è la strategia adottata da diversi industriali intorno a Hong Kong i quali si stanno adoperando per convincere il regime a «emendare un testo che ci costringe altrimenti a delocalizzare in Vietnam e in Birmania». Una minaccia senza riserve. Il guaio, per loro, è che la legge è già in vigore. Si tratta di una disciplina che, dallo scorso anno, regala maggiori tutele e difese salariali ai lavoratori. Ciò nonostante, questo gruppo di imprenditori non ha rinunciato a dare battaglia: attraverso i delegati portati a Pechino per la seduta plenaria annuale della Conferenza Consultiva (aperta due giorni fa) e del Congresso nazionale del Popolo (si apre oggi) gli industriali del Sud sperano di ottenere la promessa di qualche modifica. Difficile subito. Non improbabile nel futuro. Così, un appuntamento rituale con il quale le due Assemblee vengono chiamate a ratificare le deliberazioni già assunte dai vertici del Partito comunista si trasforma in una discussione neppure tanto sotto traccia fra i deregolatori neoliberisti e i cauti sostenitori del riformismo graduale. A smuovere le acque ci ha pensato Zhang Yin, una signora che quando aveva 22 anni puntò tutto sul riciclaggio della carta e passo dopo passo si è trovata fra le mani una miniera d’oro. La timida piccola imprenditrice ha imparato a parlare senza pudori. Alla vigilia della riunione del Parlamento — lei è delegata alla Conferenza Consultiva — ha sparato le sue cartucce. Non solo ha preso di mira i contratti a tempo indeterminato ma ha lanciato con un’intervista al South Metro-polis Daily, quotidiano del Guangdong, il suo programma politico: «Un Paese senza dislivello di ricchezza non può essere potente. L’importante è che uno si arricchisca con la propria capacità e non in modo disonesto». Insiste: «È giusto che vi siano ricchi e poveri. Guai a tornare all’economia pianificata. La Corea del Nord è equa ma la gente fatica a mangiare». Provocazione finale: «Vogliamo tornare anche noi a quei tempi?». Lei non ci pensa affatto: aveva otto fratelli, il padre militare era un «controrivoluzionario» per le guardie rosse, una famiglia molto povera. Zhang Yin è diventata una delle voci della protesta del capitalismo rosso al Parlamento. Sfida inedita per la Cina.