Cina, la sfida a tutto spazio

Non avrà gli onori della diretta televisiva la navicella spaziale Shenzhou V, la «nave divina», e non si sa ancora neppure il nome del primo astronauta cinese che, tempo permettendo, stamattina sarà lanciato in orbita. Così hanno deciso a Pechino, suscitando la rabbia dei compatrioti, il cui orgoglio tecnologico è stato titillato senza remore dalla retorica della conquista spaziale. La decisione tradisce chiaramente il timore di un fallimento, dopo tanta attesa. Ma i leader più alti, Hu Jintao e Jiang Zemin, saranno in Mongolia per l’evento davvero storico. Con il lancio della Shenzhou V la Cina diventerà infatti il terzo paese, dopo Russia e Stati uniti, in grado di portare con i propri mezzi uomini nello spazio. Il primo passo in questa direzione lo effettuò il 24 aprile 1970, con la messa in orbita il suo primo satellite. In trent’anni, ne ha fabbricati e lanciati 47 di vario tipo, entrando così nella ristretta rosa di paesi (cinque) capaci di costruire e mettere in orbita con propri mezzi satelliti artificiali e, allo stesso tempo, nell’ancora più ristretto numero di paesi (appena tre) capaci di recuperare i satelliti in orbita. Oltre ai propri, la Cina ha messo in orbita 27 satelliti di altri paesi da quando, nel 1985, è entrata con il suo potente razzo Lunga Marcia nel mercato internazionale del lancio di satelliti commerciali.

I progressi della Cina in campo spaziale sono seguiti a Washington con crescente apprensione. «Il fatto che la Cina dimostri la capacità di mandare uomini in orbita, mentre l’invecchiata flotta di space shuttle rimarrà a terra per almeno un altro anno, sarà fonte di imbarazzo e preoccupazione per i politici americani», ha detto alla Reuters l’analista statunitense di politica spaziale Mark Whittingon. E’ vero, ricorda The New York Times del 14 ottobre, che la Cina ha utilizzato tecnologie spaziali russe, tra cui quelle della navetta Soyuz, ma è anche vero che «le ha attentamente studiate e adattate alle proprie esigenze». Gli stessi esperti statunitensi confermano dunque che la Cina ha la capacità di effettuare un vero e proprio «balzo in avanti» nello spazio.

Le implicazioni sono molteplici. Anzitutto la Cina entra ancor più in competizione con gli Stati uniti nell’uso economico dello spazio, soprattutto nel settore delle telecomunicazioni e dei sistemi satellitari di navigazione. Ha infatti in programma di realizzare, entro il 2010, un sistema satellitare indipendente di navigazione e posizionamento globale, simile allo US Global Positioning System (GPS).

Quel che è peggio (per gli Usa) è che Pechino ha firmato il 18 settembre un accordo con l’Unione europea per partecipare al programma Galileo, che la Ue ha varato in collaborazione con l’Agenzia spaziale europea. La Cina parteciperà dunque, anche con sostanziosi finanziamenti, alla realizzazione del sistema di navigazione Galileo, composto di 30 satelliti, che dovrebbe divenire operativo entro il 2008, fornendo i propri servizi a 1.8 miliardi di persone nel 2010 e a 3.6 miliardi nel 2020. A quel punto finirà il monopolio esercitato dagli Usa con il GPS, sistema satellitare militare che fornisce anche servizi civili ma è sempre in mano ai militari, che possono decidere in qualsiasi momento di escludere i civili dal suo uso.

Ancora più importante per Washington è l’implicazione militare della sfida cinese nello spazio. Essa interferisce con la strategia statunitense che, come sottolinea il Pentagono nel Quadrennial Defense Review Report del 30 settembre 2001, mira al «controllo dello spazio», ossia ad «assicurare libertà di azione nello spazio per gli Stati uniti e i loro alleati e negare tale libertà di azione agli avversari». Dall’ ottobre 2002 poi, il Comando spaziale, responsabile delle attività militari nello spazio, è stato incorporato dal Comando strategico, responsabile delle forze nucleari, e contemporaneamente Washington ha respinto la proposta, di Cina e Russia, di aggiornare e rendere verificabile il Trattato sullo spazio esterno (10 ottobre 1967) che proibisce di «mandare in orbita o nello spazio esterno armi nucleari e qualsiasi altra arma di distruzione di massa». Un trattato considerato ormai di ostacolo dall’amministrazione Bush, convinta che, all’interno delle frontiere di quella che definisce la «potenza globale» statunitense, ci sia ormai anche lo spazio esterno. Pur ancora tecnologicamente e militarmente indietro rispetto agli Usa, la Cina appare così l’unica in grado, col tempo, di sfidarli anche nello spazio.

Particolarmente pericolosa agli occhi del Pentagono appare la collaborazione tra la Russia, potenza in declino ma non trascurabile, e la Cina, in ascesa, e un giorno forse superpotenza rivale.