Cina: La dialettica di autonomia e apertura

Scritto alla vigilia del sessantesimo anniversario della Repubblica popolare di Cina

Lo sviluppo economico della Cina ha smentito numerose previsioni: dopo il 1989 erano diffuse le teorie sul crollo della Cina, ma la Cina non è crollata, sono invece crollate quelle teorie.

Ci si è quindi cominciato a chiedere perché questo crollo non sia avvenuto, anzi, al contrario, la Cina si sia sviluppata. Nel corso delle riforme ci sono state continue discussioni sulla loro validità o meno, che toccavano anche la questione di come valutare il periodo socialista e il periodo delle riforme. Sono sempre più numerosi coloro che ritengono che comunque si valutino successi e intoppi del periodo socialista e di quello di apertura e riforme, l’esperienza cinese è radicata su queste due tradizioni. D’altronde, la contraddizione tra l’attuale crisi finanziaria globale e l’accumulazione di lungo periodo mostra che la Cina non può né deve ritornare ai vecchi modelli di sviluppo, sia il modello di pianificazione tradizionale, sia il modello finalizzato unicamente allo sviluppo del PIL. Dobbiamo cambiare il nostro modo di valutare l’esperienza di questi sessanta anni della Cina.

Le implicazioni politiche dell’ “indipendenza e autonomia”.

Nelle discussioni sul modello cinese molti studiosi mettono l’accento sulla stabilità dello sviluppo e ritengono che la Cina non abbia conosciuto grandi crisi. Questa tesi non è corretta. Il 1989 è stato l’anno della crisi maggiore dei trent’anni di riforme economiche; la Cina ha attraversato questa crisi ma ancora oggi ne possiamo vedere le tracce in diversi campi. Quella crisi era anche parte integrante di una crisi mondiale, che peraltro era soprattutto una crisi politica e non economica. La crisi cinese del 1989 può essere considerata come il preludio della crisi dell’Urss e i paesi dell’Est europeo, con la differenza però che questi paesi sono crollati mentre la Cina ha mantenuto fondamentalmente la stabilità del suo sistema. Quei paesi erano anch’essi, come la Cina, stati socialisti diretti da partiti comunisti: come mai invece la Cina non è crollata? Quali fattori hanno consentito alla Cina di conservare la sua stabilità e creato le condizioni per una rapida crescita? Dopo trent’anni di riforme quali variazioni si sono verificate in tali condizioni? Se si parla di «via cinese» o di «peculiarità della Cina», ecc., sono questi anzitutto i problemi a cui bisogna rispondere.

La disgregazione del sistema dell’Urss e dei paesi dell’Est Europeo ha avuto complesse e profonde cause storiche, come ad esempio la contrapposizione tra il sistema burocratico e la popolazione, le politiche arbitrarie attuate durante la Guerra fredda, nonché le condizioni di vita della popolazione dovute a una “economia della penuria” eccetera. In confronto a ciò, la volontà di auto-rinnovamento del sistema cinese è stata molto più forte. Il sistema cinese ha conosciuto gli assalti del periodo della “Rivoluzione culturale”, durante il quale i funzionari medi e superiori del partito e dello stato erano stati mandati da Mao Zedong a lavorare e vivere nelle fabbriche, nelle campagne e in altre situazioni sociali di base. Quando alla fine degli anni ’70 questi ritornarono alle loro precedenti posizioni di potere, grazie a questa esperienza lo Stato acquisì forti capacità di rispondere alle esigenze della società reale, mostrando una grande diversità rispetto all’Urss e ai Paesi dell’Est.

Non ho qui il tempo di discutere nei dettagli le origini e implicazioni di questa questione; posso soltanto concentrarmi sulla principale peculiarità che distingue il sistema cinese da quello dell’Urss e dei Paesi dell’Est, ossia l’indipendenza e l’autonomia nell’esplorazione di una strada per lo sviluppo sociale e la posizione di sovranità che deriva da questa scelta. L’ultimo segretario del partito comunista della Germania dell’Est Egon Krenz nelle sue memorie spiega che tra le numerose cause del crollo del Paese dopo il 1989, la principale fu la svolta dell’Urss e i conseguenti cambiamenti all’interno dei paesi del blocco sovietico.

Durante la guerra fredda, i politici occidentali usavano spesso il concetto di “dottrina Breznev” per ridicolizzare la “sovranità limitata” dei Paesi dell’Est Europa. Con il Patto di Varsavia, i paesi dell’Est europeo non avevano una piena sovranità, ma dipendevano dal controllo dell’Urss e quando l’Urss entrò in crisi ne seguì il crollo dell’intero blocco sovietico. Dopo la seconda guerra mondiale fu affermata stabilmente la sovranità degli stati nazionali, ma in realtà ben pochi su scala mondiale erano i Paesi con una reale sovranità. Questo valeva non solo per i Paesi dell’Est europeo: non era forse la stessa cosa anche per i paesi del Patto Atlantico? In Asia, nel quadro della Guerra fredda la sovranità del Giappone, della Corea del sud e di altri Paesi era condizionata dalle strategie globali dell’America e anch’essi erano paesi a sovranità limitata. Nel quadro strutturale della Guerra fredda i due campi costituivano ciascuno un sistema di alleanze tra stati e i cambiamenti o le svolte politiche del paese egemone di ciascuno dei due campi avevano profonde ripercussioni su tutti gli altri Paesi.

Con la fine della guerra civile in Cina e la fondazione della Repubblica popolare cinese nacque un nuovo stato socialista. All’inizio, con il costituirsi dei due poli della guerra fredda, la Cina si schierò nel campo socialista, e in particolare nel corso della guerra di Corea dei primi anni Cinquanta, la Cina si trovò impegnata in un confronto militare diretto con gli Stati Uniti e i loro alleati. Durante questo periodo e in particolare nel corso del primo piano quinquennale la Cina ricevette un immenso aiuto dall’Unione sovietica, sia per lo sviluppo industriale e per la ripresa post-bellica, sia per ritrovare una posizione internazionale, e in un certo senso ebbe relazioni di una certa sudditanza nei confronti dell’Urss. Tuttavia, così come il processo rivoluzionario cinese aveva seguito una propria strada, allo stesso modo la Cina nel periodo della costruzione del socialismo esplorava una via di sviluppo basata sull’indipendenza e l’autonomia. A partire dalla metà degli anni Cinquanta la Cina sostenne attivamente il “movimento dei non allineati” e successivamente ingaggiò una polemica aperta con il partito comunista sovietico. La Cina si svincolò gradualmente da ciò che alcuni studiosi chiamano “rapporti di dipendenza coloniale” con l’Unione sovietica, non solo sul piano politico, ma anche su quello economico e militare, stabilì la propria posizione indipendente all’interno dei sistemi socialisti e dunque nell’insieme delle relazioni mondiali. Sebbene lo stretto di Taiwan tenga ancora l’isola separata dalla Cina, tuttavia la natura politica dello Stato cinese è improntata alla sovranità e ad un alto grado di indipendenza ed autonomia e ciò ha determinato la creazione di un sistema economico-industriale nazionale autonomo e indipendente. Senza il prerequisito di questa sovranità sarebbe stato difficile immaginare la strada delle riforme e dell’apertura, così come anche il destino della Cina dopo 1989. Il fatto che la Cina fosse già dotata di un sistema economico indipendente ed autonomo ha costituito la precondizione della politica di riforme e di apertura.

Le riforme cinesi hanno una loro logica interna e un carattere autonomo, sono riforme attive e non passive, molto diverse dalle varie “rivoluzioni colorate”, frutto di un contesto complesso dell’Est europeo e dell’Asia centrale. Lo sviluppo della Cina non solo è diverso dalle economie dipendenti dell’America Latina, ma anche da quello del Giappone, della Corea e di Taiwan. Nel caso di questi paesi non si può semplificare parlando di “modello asiatico”, benché il ruolo dello Stato, le politiche industriali di questi governi e alcune strategie di sviluppo abbiano caratteristiche simili e interagiscano fra loro. In effetti, dal punto di vista politico la premessa delle riforme in Cina è stata l’autonomia, mentre lo sviluppo dei paesi sopra citati può essere definito in larga misura uno “sviluppo dipendente”. La differenza con i paesi dell’America Latina è però che i rapporti di dipendenza di questi ultimi durante la guerra fredda sono diventati proprio la premessa politica dello sviluppo.

Queste caratteristiche di sovranità relativamente indipendente e compiuta si sono realizzate nell’attività pratica del partito politico, il che costituisce una caratteristica saliente della politica del XX secolo. Nel bilancio che ne faceva Mao Zedong, il fronte unito, la lotta armata e la costruzione del partito erano “le tre armi magiche” della rivoluzione cinese, ma la costruzione del partito non doveva staccarsi dalla linea di massa. Mao parlava di classe e di lotta di classe, ma sul piano teorico parlava della società cinese con concetti che non corrispondevano completamente a quelli classici. I concetti che lui usava più frequentemente, quelli di popolo e di contraddizioni in seno al popolo, si erano tutti sviluppati a partire dall’esperienza della rivoluzione cinese. Per quanti errori teorici e pratici abbia commesso il partito comunista cinese, le lotte contro l’imperialismo del periodo rivoluzionario e la successiva polemica con l’Unione Sovietica rimangono i fattori basilari della realizzazione della sovranità cinese e su queste questioni non ci si può limitare a dare giudizi basati su singoli dettagli.

Con la polemica aperta con il PCUS la Cina si è svincolata dai precedenti rapporti di dipendenza prima a livello di partito e in seguito a livello di Stato, dando vita a un nuovo modello di indipendenza. In altre parole, le radici di questa sovranità sono politiche: dall’evolversi dei rapporti fra partiti politici è sorta una peculiare indipendenza politica che si è manifestata nello Stato, nell’economia e in altri settori. Se si tralascia questa prospettiva politica, è difficile comprendere chiaramente le caratteristiche della sovranità cinese. In realtà ciò è collegato al disgregamento progressivo della polarizzazione della Guerra Fredda, e alle incessanti lotte e critiche rivolte dalla Cina contro questi due blocchi. In questo senso la Cina ha dato un contributo originale alla conclusione della guerra fredda e alla pace nel mondo.
Date queste caratteristiche di indipendenza del partito e dello Stato in Cina si è anche formato un meccanismo di correzione degli errori. Nei campi dell’economia, della politica e della cultura, sia nel periodo della ricerca di una via socialista, sia in quello dei tentativi di riforma si sono verificati errori di vario tipo, con conseguenze talvolta drammatiche; tuttavia, nel corso degli anni ’50, ’60 e ’70 lo Stato e il partito cinese hanno costantemente riaggiustato le loro politiche. Queste rettifiche non derivavano da suggerimenti esterni, ma furono attuate affrontando i problemi sorti nella pratica. In quanto meccanismi di rettifica della linea del partito, i dibattiti teorici, in particolare quelli pubblici, hanno svolto una funzione importante nell’aggiustamento e nella capacità di auto-riformarsi del partito e dello Stato. Poiché all’interno del partito comunista mancava un meccanismo democratico, le lotte politiche degeneravano spesso in attacchi spietati o in lotte di potere, ma ciò non deve oscurare l’importante ruolo storico svolto da questi dibattiti sulla linea politica e sulla teoria. Da questo punto di vista occorre ripensare alcuni temi ricorrenti dalle riforme in poi, come ad esempio il fatto che le riforme non sono frutto di un modello o di politiche precostituite, ma sono il risultato del “guadare il fiume a tentoni”: questo modo di dire è certamente corretto, ma in realtà non avere seguito un modello precostituito è una costante di tutta la rivoluzione cinese, e Mao Zedong nel suo saggio Sulla contraddizione ha usato parole simili. Su che cosa reggersi in assenza di modello? Sul dibattito teorico, sulla lotta politica e sulla pratica sociale. E’ ciò che viene detto “dalla pratica alla pratica”. Tuttavia questo bilancio della pratica è di per sé teorico, perché la pratica non può essere priva di premesse ed orientamenti. Senza ispirarsi a valori fondamentali, “passare il guado a tentoni” non porterà molto lontano. Nel suo testo Sulla Pratica Mao Zedong ha citato Lenin: “Senza teoria rivoluzionaria non può esserci movimento rivoluzionario”. Creare e promuovere una teoria rivoluzionaria può svolgere una funzione decisiva nei momenti cruciali. Quando si deve fare una cosa, qualunque essa sia, ma non si posseggono ancora orientamenti, metodi, piani o politiche precise, stabilirne di nuovi svolge un ruolo decisivo. Nei momenti in cui la politica, la cultura, la sovrastruttura eccetera sono di ostacolo allo sviluppo della base economica, cultura e politica costituiscono il punto centrale sul quale prendere decisioni. Questo illustra le lunghe lotte dell’epoca in cui il partito comunista era alla ricerca del suo modello.

Il dibattito teorico ha svolto funzioni importanti sia nel processo rivoluzionario sia in quello delle riforme. La fonte teorica delle riforme – il concetto di un’economia di mercato socialista – nasce dai dibattiti teorici sulla merce, l’economia mercantile, la legge del valore, il diritto borghese ecc. ed è emersa anche nella sperimentazione pratica socialista. Le discussioni a proposito della legge del valore sono iniziate negli anni cinquanta, con la pubblicazione degli articoli di Sun Yefang e di Gu Zhun, nel contesto della rottura cino-sovietica e dell’analisi delle contraddizioni sociali di Mao Zedong. A metà degli anni ’70 questo problema tornò al centro del dibattito in seno al partito. Senza queste discussioni sarebbe stato molto difficile immaginare che le future riforme potessero seguire la logica della legge del valore, del principio “a ciascuno secondo il proprio lavoro”, e dell’economia di mercato socialista. Oggi i dibattiti sulla via di sviluppo non sono più come in passato confinati all’interno del partito, ma svolgono altresì un ruolo importante nei riaggiustamenti della linea politica. Se non ci fosse un sistema per criticare e contrastare l’esclusiva attenzione allo sviluppo del PIL, non potremmo portare all’ordine del giorno la ricerca di nuovi modelli scientifici per lo sviluppo. Negli anni ’90, con il mutamento della struttura politica cinese, i dibattiti nel mondo intellettuale cinese sostituirono in parte il ruolo precedente dei dibattiti all’interno del partito. L’attenzione nei confronti della “triplice questione agraria” [la campagna, i contadini e l’agricoltura] cominciata alla fine degli anni ‘90, la riflessione critica sulla riforma dell’assistenza sanitaria dopo il 2003, l’attenzione al problema della riforma delle imprese statali e dei diritti del lavoro nel 2005, i movimenti sociali e la diffusione delle tesi per la protezione dell’ambiente eccetera hanno tutti esercitato una grande influenza sul riaggiustamento delle politiche statali. Il dibattito teorico, assieme alle relative lotte e sperimentazioni sociali, svolge un grande ruolo nel guidare gli orientamenti politici. Altrimenti non esiste una forza politica in grado di auto-riformarsi dall’alto verso il basso.

­Oggi si parla della democrazia come di un meccanismo di rettifica degli errori, ma di fatto i dibattiti teorici e di linea sono anch’essi meccanismi di rettifica per il partito politico. Nel XX secolo l’assenza di un meccanismo democratico all’interno del partito ha fatto sì che il dibattito sulla linea politica abbia manifestato caratteristiche arbitrarie e violente, sulle quali è necessario condurre una lunga e profonda riflessione; tuttavia la critica alla violenza della lotta politica nel partito non equivale a negare il dibattito teorico e quello sulla linea. In realtà, solo tali dibattiti costituiscono il meccanismo e la via che ci permetteranno di evitare una dittatura e di compiere delle rettifiche. “La pratica è l’unico criterio valido per la ricerca della verità”: questo slogan indica l’importanza assoluta della pratica, ma esso ha di per sé un carattere teorico e solo nel dibattito teorico possiamo comprenderne il significato.
Il protagonismo dei contadini

Poiché la rivoluzione cinese è avvenuta in una società agricola tradizionale, i contadini sono diventati il soggetto rivoluzionario. Sia nella fase iniziale della rivoluzione e della guerra, sia durante il periodo dell’edificazione della società e delle riforme, i sacrifici e il contributo dei contadini sono stati immensi, il loro spirito intrepido, assieme alla loro creatività, hanno lasciato segni molto profondi.

A confronto con gli altri Paesi del terzo mondo, la mobilitazione della società rurale in tutto il XX secolo e le trasformazioni nell’organizzazione sociale nelle campagne possono essere dette sconvolgenti e senza precedenti. Con la rivoluzione e la riforma agraria, l’intero ordinamento sociale delle campagne è stato radicalmente riorganizzato. Questa lunga e acuta trasformazione rivoluzionaria ha generato tre risultati importanti:

1 – Con la rivoluzione agraria e lo sconvolgimento dell’ordine nelle campagne, la classe contadina ha conquistato una forte determinazione politica. Né nei paesi dell’Est europeo, e nemmeno in Unione Sovietica vi è stata una lotta armata e una rivoluzione agraria di così lunga durata. Senza questo contesto sarebbe stata impossibile la lunga mobilitazione dei contadini per la trasformazione dei rapporti agrari. Rispetto a molti paesi socialisti o ex socialisti, il valore dell’uguaglianza ha radici profonde nel cuore del popolo cinese.

2 – Per capire davvero il rapporto tra movimento socialista cinese e movimento contadino bisogna chiarire il ruolo del partito nella rivoluzione cinese. La fondazione del partito comunista cinese è stato anche un prodotto del movimento comunista internazionale, ma con una differenza: il compito politico centrale di questo partito era la mobilitazione dei contadini e la creazione di una nuova politica e di una nuova società attraverso il movimento contadino. Attraverso trent’anni di rivoluzione armata e di lotte sociali questo partito politico si è radicato nei movimenti sociali di base e in particolare è divenuto il partito politico del movimento contadino e operaio, la cui capillare forza organizzativa e di mobilitazione sono molto diverse da quelle dei partiti dei paesi socialisti dell’Europa dell’Est. Oggi giornalisti e osservatori vari esagerano nell’attribuire a singoli dirigenti vittorie o sconfitte della rivoluzione cinese, ma discutono in modo insufficiente dei processi rivoluzionari in quanto tali, hanno una visione superficiale del problema della violenza nella rivoluzione cinese, e negano perfino che questo processo abbia generato una nuova soggettività sociale. Nel corso di una rivoluzione socialista condotta in una società a prevalenza contadina le iniziative e la volontà soggettiva dei singoli dirigenti hanno svolto sì un ruolo cruciale, ma questo fattore da solo non spiega la storia.

3 – I nuovi rapporti agrari creati nel corso della rivoluzione e della costruzione socialista costituiscono la premessa della politica delle riforme in Cina. In assenza di cambiamenti sociali di tale profondità, sarebbe molto difficile ipotizzare che dei contadini e delle organizzazioni rurali di tipo tradizionale potessero manifestare uno spirito di iniziativa così forte.

A questo proposito, basta considerare la stato dei contadini che operano in un quadro di società agricola di mercato in Asia, e più particolarmente nel sud-Est asiatico, o in America latina, per avere la netta sensazione che fino ad oggi queste società non hanno avuto una riforma agraria radicale, e i contadini sono ostaggi dei proprietari fondiari o di latifondi, senza la possibilità di acquisire una radicale coscienza autonoma. Il processo della riforma agraria è strettamente connesso con la diffusione dell’istruzione, con l’alfabetizzazione, e con l’aumento delle capacità di auto-organizzazione e delle competenze tecniche. Nelle condizioni della riforma su base di mercato, questi elementi ereditati dal periodo precedente si sono trasformati in prerequisiti per un mercato della forza lavoro piuttosto svuluppato.

Nell’ ondata di neo-liberismo la società cinese, in confronto ad altre società, rivendica una maggior uguaglianza, non tollera la corruzione e svolge quindi una funzione di forte contrappeso dal basso. Su questo punto ci sono varie differenze rispetto ai paesi che all’inizio degli anni ’90 sono rapidamente diventati delle oligarchie, e ciò non si può solo spiegare con l’organizzazione dello Stato o del partito politico, ma dipende anche dalla spinta delle forze sociali. Ciò avvenuto , ad esempio alla fine degli anni Novanta, quando tornarono ad essere nuovamente temi chiave in Cina le discussioni sulla “triplice questione agraria” [i problemi dei contadini, della campagna e dell’agricoltura sollevati in particolare dall’economista Wen Tiejun], sui migranti contadini, su come risolvere le relazioni città-campagna in regime di mercato e su come risolvere in Cina il problema della terra. Data la forte dipendenza dell’economia agricola da quella urbana e dall’urbanizzazione, si è avuta un’ampia migrazione dei contadini che si trasformano in classe operaia urbana, mentre quei contadini che continuano a tener come base il rapporto con la terra si trasformano in forza lavoro a basso costo nelle zone costiere e nelle imprese industriali e commerciali delle città. Questo processo è in stretta relazione con la crisi attuale delle campagne; tuttavia il problema chiave non è solo quello di come trattare o sistemare questa popolazione contadina fluttuante, ma di capire se in questo processo di trasformazione i contadini cinesi riusciranno o no a ricostruire la loro soggettività politica autonoma ed il loro attivismo. Possiamo affermare che il solo modello del “capitale che va in campagna” non aiuterà i contadini a costituire una loro soggettività politica e il loro spirito d’iniziativa. All’opposto, l’autonomia dei contadini e persino la loro identità si dissolveranno con la trasformazione dei rapporti agrari.

Il ruolo dello Stato.

Un altro fattore chiave per capire la Cina del periodo delle riforme riguarda come interpretare la natura dello Stato cinese e la sua evoluzione. Molti storici hanno evidenziato che l’Asia possiede un’antica tradizione dell’intervento dello Stato e delle relazioni fra Stati. Giovanni Arrighi scrive nel suo recente libro Adam Smith a Pechino: “paragonando i sistemi tra Stati e Stati-nazione, il mercato nazionale non è una scoperta dell’occidente. …Nel diciottesimo secolo il più grande mercato nazionale non si trovava in Europa, ma in Cina”. Nell’analizzare poi le dinamiche dello sviluppo economico cinese e in particolare la forza di attrazione dei capitali stranieri, Arrighi scrive: “la forza d’attrazione dei capitali esteri verso la Cina non risiede nelle sue ricche risorse di mano d’opera a buon mercato. […] Questa forza di attrazione risiede essenzialmente nella buona salute di questa forza lavoro, nei suoi livelli di istruzione e nelle sue capacità di auto-gestione, nonché sul rapido allargamento delle sfere lavorative e produttive in cui fluttuano all’interno della Cina.” Secondo Arrighi, Smith non era l’apologeta di un ordine spontaneo del mercato, ma un pensatore con una chiara conoscenza del controllo del mercato da parte dello Stato. Seguendo questa strada di pensiero Yao Yang, professore di economia all’Università di Pechino, nel fare un bilancio delle condizioni dello sviluppo economico cinese, sostiene che il governo “neutrale” o lo stato “neutrale” sia stato la premessa del successo ottenuto dalle riforme in Cina.

Le risorse statali sono un problema importante nel corso della riforma . Vorrei aggiungere due chiarimenti riguardo alla discussione tra Arrighi e Yao Yang. Arrighi descrive il mercato statale in Cina e in Asia come fondato su una lunga tradizione, tuttavia senza la rivoluzione cinese e la sua riorganizzazione dei rapporti sociali, è difficile immaginare che il “mercato statale” tradizionale avrebbe potuto automaticamente trasformarsi in un mercato statale di tipo nuovo. Gli sforzi compiuti verso la fine della dinastia Qing per costruire con la forza dello stato un sistema militare e commerciale, e le incessanti rivoluzioni per la terra avvenute dopo la rivoluzione del 1911, hanno creato rapporti interni ed esterni nuovi, diversi dal mercato statale tradizionale. Nel commentare “Programma per la costruzione nazionale” di Sun Yatsen Lenin rilevò questo punto, ossia che la rivoluzione agraria e i nuovi programmi statali, con orientamenti socialisti o popolari, costituivano una premessa per lo sviluppo capitalistico nell’agricoltura. Nel discutere del carattere dello stato nella Cina moderna, non si può tralasciare la trasformazione dei rapporti fondiari e dello status dei contadini che la rivoluzione cinese ha comportato. Per esempio, molti criticano l’esperienza delle comuni popolari, ma pochi discutono su come questo esperimento sia stato il frutto del continuo mutamento dei rapporti fondiari nella Cina moderna: da una parte è finita la piccola economia contadina basata sulla famiglia o sul clan; d’altra parte i rapporti familiari, di clan e su base locale sono stati riorganizzati con altre modalità nei nuovi rapporti sociali. La politica di riforme [dalla fine degli anni Settanta] nelle campagne è stata una riforma del sistema delle comuni popolari, ma al tempo stesso si è basata sulle trasformazioni dei rapporti sociali portati dall’ esperimento delle comuni. Inizialmente la politica di riforme nelle campagne promossa dallo Stato era centrata su una gestione diversificata e sul riaggiustamento dei prezzi dei prodotti agricoli. Questo movimento di riforma in realtà ha assimilato molti elementi importanti della situazione precedente, come nel caso dello sviluppo delle industrie di distretto in imprese di distretto; il che non è assimilabile ad una logica neoliberista. Il cambiamento sostanziale della situazione nelle campagne avvenuto nel processo di sviluppo di un’economia di mercato si verificò con l’ondata neoliberista degli anni ’90, ma la crisi che ne seguì ( benché fosse già iniziata alla fine degli anni Ottanta) non va confusa con la situazione delle prime trasformazioni nelle campagne all’inizio delle riforme.

Quanto al punto di vista di Yao Yang, secondo cui lo “Stato neutrale” sarebbe stato generato dalla storia della rivoluzione moderna e del socialismo, va rilevato che le premesse politiche di tale Stato non sono state né la neutralità né l’equidistanza. La pratica socialista della Cina mirava a creare uno Stato in grado di rappresentare gli interessi generali della maggioranza, e la recisione dei legami tra Stato e interessi particolari ne costituiva la condizione. Sul piano teorico la pratica di questo paese socialista è nata con la revisione delle tesi iniziali del marxismo sulla lotta di classe, e ha avuto come base teorica i testi di Mao Zedong come “I dieci grandi rapporti”, “Sulla soluzione delle contraddizioni in seno al popolo” e altri. Visto che lo Stato socialista ha come principio guida di rappresentare gli interessi della maggioranza del popolo, nelle condizioni di mercato, diversamente da altre forme di Stato, si distacca dai rapporti con gruppi di interesse. Solo in questo senso si può parlare di “Stato neutrale”. Questo è stata la chiave del successo iniziale delle riforme, e della loro legittimità; senza tale condizione i diversi strati della società difficilmente avrebbero potuto credere che le riforme promosse dallo Stato rappresentassero i loro interessi. La “neutralità” dello Stato in Cina, si fondava sul fatto che lo Stato socialista rappresentasse gli interessi generali e le riforme, almeno nel periodo iniziale, hanno anch’esse fondato su questo la loro legittimità.

E’ difficile determinare la natura dello Stato cinese partendo da un’unica formula prescrittiva; al suo interno esistono tradizioni differenti. Nel corso delle riforme sono stati spesso usati termini come “riforme”, “antiriforme”, “progressisti”, “conservatori” eccetera per descrivere le lotte e le contraddizioni tra queste differenti tradizioni. In effetti, se le si considera in una prospettiva storica, si vede che i compromessi, gli equilibri e le contraddizioni fra queste tradizioni hanno svolto una funzione importante.

Durante il periodo socialista abbiamo visto l’alternarsi tra due o più forze per il superamento o dell’ “estremismo di sinistra” o dell’ “estremismo di destra”. Quando la corrente principale delle riforme fu quella dello sviluppo del mercato, se non ci fosse stato un contrappeso di forze socialiste all’interno dello Stato, del partito e dei vari settori della società, lo Stato si sarebbe velocemente appoggiato a determinati gruppi di interesse. Alla proposta avanzata a meta degli anni ’80 di diffondere le privatizzazioni, vi fu una violenta opposizione, dentro e fuori dal sistema, con il risultato che prevalse il concetto che occorresse anzitutto costituire dei sistemi di regolamentazione del mercato. Questo è stato il motivo principale per cui la Cina non ha usato la “terapia shock” della Russia. In altre parole, le risorse sociali accumulate durante il periodo socialista si trasformarono successivamente in un vincolo per le politiche sociali, tuttavia non si possono considerare queste forze critiche come contrarie alle riforme. Nelle polemiche ideologiche esplose degli anni Novanta, si possono riconoscere fenomeni analoghi. La critica della concezione dello “sviluppo a tutti costi” ha contribuito alla formulazione di una concezione dello sviluppo basato su principi scientifici e di modelli di sviluppo alternativi. L’indignazione generale e la resistenza della società cinese contro la corruzione costituiscono una delle forze in grado di dare impulsi alla riforma del sistema. La cosiddetta “neutralità” dello Stato è in realtà costituita dall’interazione tra le suddette forze che certamente non sono neutrali.

Molte esperienze della riforma cinese meritano un’attenta analisi, come ad esempio le strategie nei riguardi della valorizzazione dei talenti personali, la riforma dell’insegnamento e l’attuazione di altre politiche economiche. Ritengo però che gli argomenti sopra discussi siano essenziali ed anche per questo sono spesso ignorati. Questi punti costituiscono una parte delle esperienze più singolari della Cina del XX secolo.

Le variazioni della struttura della sovranità

La globalizzazione, il regionalismo e l’apertura al mercato prospettano sfide importanti: le basi dei rapporti sociali, delle attività economiche e dei soggetti politici stanno attraversano grandi mutamenti. Se non saremo in grado di cogliere le condizioni storiche e la direzione di questi cambiamenti, ci sarà difficile creare nuovi meccanismi politici efficaci. In questa tendenza verso la mondializzazione, sono in corso variazioni rispetto alle forme di potere tradizionale. Per comprendere queste variazioni occorre fare un bilancio delle nuove tendenze del mondo attuale.

In primo luogo, nella tendenza verso la globalizzazione, sono in atto enormi variazioni della sovranità tradizionale. L’attuale processo di globalizzazione si realizza in due direzioni. In primo luogo si ha il movimento transnazionale dei capitali, e assieme a ciò il carattere transnazionale della produzione, del consumo e della circolazione delle merci, le migrazioni su larga scala, le interdipendenze dei mercati causate dal commercio e dagli investimenti e infine la globalizzazione dei rischi. In secondo luogo, c’è stata la creazione di organi di controllo per gestire e fare fronte ai movimenti multinazionali e controllarne i rischi, come il WTO, la Comunità europea, e altri organismi internazionali o regionali. I primi sembrano una forza anarchica, i secondi invece sono organismi di controllo e moderazione di questa forza anarchica; entrambe queste forze sono compresenti.

A seguito di questi importanti cambiamenti cambia necessariamente anche la forma della sovranità statale. A proposito del primo punto, la Cina alla fine degli anni ‘80 è diventata gradualmente un’economia orientata verso le esportazioni; la produzione sovranazionale ha fatto della Cina la “fabbrica del mondo”, il che ha comportato un nuovo assetto nella disposizione della forza lavoro e delle materie prime totalmente diverso dal passato, nonché nuovi rapporti tra zone costiere e zone interne, tra città e campagne. Con la graduale apertura al sistema finanziario, la Cina è balzata al primo posto dei detentori di valuta estera, il rapido sviluppo economico è altamente dipendente dai mercati internazionali, in particolare da quello americano. “Chimerica” può sembrare una concetto eccessivo, ma quando un’economia nazionale relativamente indipendente si trasforma in un’economia dipendente, questa parola diventa molto suggestiva.

Quanto al secondo punto, poiché la Cina ha aderito al WTO e ad altri trattati e accordi internazionali, e partecipa attivamente a diversi organismi regionali, il concetto di sovranità nel senso tradizionale può difficilmente descrivere la struttura della sovranità cinese oggi. L’attuale crisi finanziaria mostra che la crisi trae origine da oscillazioni sociali autonome, e dunque una crisi in un qualunque luogo può diventare la nostra stessa crisi; inoltre i modi per superare le crisi non possono essere puramente la riaffermazione delle vecchie forme di sovranità. (Ad esempio, nel commercio internazionale, la Cina ha dovuto subire l’anti-dumping, rifiuti di finanziamenti, problemi di special safeguard non risolvibili sulla base della sovranità statale, ma solo tramite un arbitraggio internazionale; i rischi legati al possesso di elevate quantità di valuta estera non possono essere protetti da una sovranità tradizionale, ma solo da accordi e protezioni internazionali; le pandemie e la loro prevenzione sono anch’esse un affare internazionale.) La cooperazione internazionale è quindi una scelta inevitabile. Come creare nuove forme di autonomia nelle condizioni della globalizzazione e nella rete internazionale dell’apertura è un problema che merita di essere studiato in una prospettiva storica, ma costituisce anche un tema nuovo da esplorare.

Inoltre il ruolo dello Stato sta cambiando non solo nel campo delle relazioni internazionali ma anche nei rapporti interni. Descrivere il ruolo dello Stato cinese usando semplicemente il concetto di “Stato totalitario” tende a confondere gli aspetti positivi e negativi del ruolo dello stato. Le riforme in Cina non hanno seguito la “terapia shock” come in Russia e lo Stato ha forti capacità regolatrici dell’economia. Il sistema finanziario cinese ha mostrato una certa stabilità, proprio perché la Cina non ha totalmente imboccato la via del neoliberismo; il fatto che la terra non sia stata privatizzata (ma si può disporne con una certa libertà secondo le necessità del mercato) ha non solo gettato le basi per salvaguardare il basso reddito della società rurale, ma ha anche reso possibile l’apertura a organismi che sfruttano le risorse della terra per conto dello Stato. L’enorme gettito fiscale proveniente dalle imprese statali ha fornito inoltre un supporto per le forze regolatrici del governo nei confronti della crisi economica. Tutto ciò ha un rapporto con la capacità e le aspirazioni dello Stato. Lo Stato cinese deve farsi carico delle sue responsabilità, per esempio risolvere attivamente la crisi nelle campagne, ristabilire il sistema delle garanzie sociali, difendere l’ambiente, aumentare gli investimenti per l’educazione e intraprendere una riforma del sistema educativo; sotto quest’aspetto, il governo cinese deve trasformarsi da governo finalizzato principalmente allo sviluppo a governo al servizio della società. Questa svolta consentirà la transizione da un’economia dipendente dalle esportazioni ad un’economia orientata ai bisogni interni.

La realizzazione di queste politiche sociali non dipende puramente dalla volontà dello Stato. Attraverso trent’anni di riforme, in quanto promotore dello sviluppo del mercato, l’apparato dello Stato si è profondamente integrato nelle attività dello mercato stesso. E per quanto riguarda i vari settori dello Stato, descriverli oggi in base al concetto di Stato neutrale è del tutto inadeguato. Lo Stato non è isolato, ma profondamente inserito nella struttura sociale e nei rapporti di interesse della società. Oggi il problema della corruzione non riguarda solo la corruzione dei singoli funzionari, ma riguarda anche le politiche sociali, le politiche economiche e i rapporti tra interessi particolari.

Per esempio gli sviluppi dei progetti per le industrie dell’alto carbonio e lo sfruttamento delle fonti energetiche sono spesso condizionati e perfino diretti da particolari gruppi d’interesse. L’influenza che questi ultimi esercitano sulle politiche comuni è stata frenata, con discussioni collettive, movimenti di protezione della società, e da varie “tradizioni” insite nello stato e nel partito. Ad esempio, alla fine degli anni Novanta, l’ampia discussione sul triplice problema agrario ha condotto a rettifiche delle politiche statali in questo campo; la crisi della “Sars” nel 2003 e le discussioni sulla protezione sanitaria hanno portato modifiche negli orientamenti delle politiche in questo settore. Il dibattito, nel 2005 sulla riforma delle imprese statali, e le vaste mobilitazioni operaie, hanno provocato l’eliminazione di una serie di misure politiche. Gli appelli che vengono dall’interno dello Stato per richiedere la punizione della corruzione e una più severa disciplina di partito hanno costituito la forza interna per il movimento anti corruzione in Cina, tuttavia potenti interessi internazionali e interni hanno contaminato in un modo senza precedenti l’apparato dello Stato e persino i procedimenti legislativi. In queste condizioni come mettere lo Stato in grado di rappresentare gli interessi della maggioranza è diventato un problema acutissimo.

Il paradosso della statalizzazione del partito.

La discussione sullo Stato è strettamente legata alle questioni dei meccanismi democratici. Questa discussione sullo Stato in Cina deve affrontare un paradosso di fondo. Rispetto ai governi di altri Paesi, le capacità del governo cinese sono largamente riconosciute: da un lato, la mobilitazione per salvare i terremotati nello Sichuan, il piano avanzato con tempestività per salvare il mercato dopo la tempesta finanziaria, il successo dei Giochi Olimpici, l’efficienza dei governi regionali nel fronteggiare la crisi, sono tutti fatti che hanno innalzato il prestigio dello Stato cinese. D’altro lato, però, nonostante che i vari sondaggi d’opinione mostrino un grado di soddisfazione abbastanza alto della popolazione nei confronti del governo, acute sono le contraddizioni tra funzionari e popolo in alcune regioni e in alcuni momenti, al punto che vengono messe in dubbio le capacità e la probità di alcuni livelli del governo. La questione chiave è che questo tipo di contraddizioni spesso giunge a toccare un problema di crisi della legittimità. Se però confrontiamo la situazione in altri paesi, troviamo che anche dove c’è un declino dello Stato, un governo incompetente, un’economia in riflusso, e delle politiche sociali inapplicate, tuttavia non c’è una crisi politica del sistema. Questa questione è strettamente legata a quella della democrazia come fonte della legittimità politica.

Negli anni ’80, la questione della democrazia sembrava abbastanza semplice; dopo vent’anni di ondate di democratizzazione, da un lato la democrazia rimane la principale fonte di legittimità politica, ma d’altro lato la semplice trasposizione in Asia della democrazia occidentale non esercita più il fascino degli anni ’80 e ’90. Con lo sbiadimento delle “rivoluzioni colorate” dopo la crisi di queste nuove democrazie, i movimenti per la democrazia dopo il 1989 nell’Europa dell’Est, in Asia centrale e altre regioni sono in declino; nello stesso tempo, nella società occidentale e in altri paesi democratici del terzo mondo (come l’India) lo svuotamento della democrazia porta alla sua crisi generalizzata. Questa crisi è strettamente collegata con il mercato e la globalizzazione:

1 – La forma principale di democrazia politica dopo la II guerra mondiale era quella parlamentare bipartitica o multi partitica, ma nelle condizioni del mercato, i partiti smarriscono sempre più l’originaria rappresentatività democratica e, pur di vincere le elezioni i valori della politica sono diventati sempre più confusi, svuotando la democrazia rappresentativa;

2 – Nella globalizzazione i rapporti tra democrazia e Stato affrontano nuove sfide: poiché le relazioni economiche scavalcano ogni giorno di più le categorie tradizionali dell’economia nazionale e le transazioni economiche non sono confinate in un solo Paese, qualunque azione politica dello Stato deve corrispondere ad un sistema internazionale;

3 – A seguito del fatto che gli interessi dei partiti si identificano con gruppi di interessi particolari, e persino con oligarchie, la democrazia formale diventa gradualmente una struttura politica staccata dalla società ai livelli di base, e le rivendicazioni di quest’ultima non ottengono una rappresentanza politica, cosicché essa viene costretta ad azioni difensive anarchiche, (come ad esempio l’insorgenza “maoista” in India). In tal modo non soltanto la democrazia formale, ma anche lo Stato in sé si sono svuotati in molte regioni del mondo-

4 – In diversi stati democratici, le elezioni dipendono da massici finanziamenti e l’illegalità convive con la legalità, il che mina il prestigio delle elezioni.

Non intendo dire che il valore della democrazia sia declinato. Il problema è quale democrazia e con quali forme? In che modo far si che la democrazia non sia solo una forma vuota, ma abbia un significato reale?

Ci sono stati importanti mutamenti nel sistema politico cinese, fra i quali il cambiamento del ruolo del partito. Negli anni ’80, la separazione tra Stato e partito costituiva uno degli obbiettivi della riforma. Dagli anni Novanta invece, la separazione di partito e stato non è stata più uno slogan di moda, anzi nella pratica concreta la fusione di partito e Stato è diventata ancora più comune. Ho definito questo fenomeno come la tendenza alla statalizzazione del partito. Questa tendenza merita un’analisi approfondita. Secondo le teorie politiche tradizionali, il partito politico rappresenta la volontà popolare che attraverso la lotta parlamentare e mediante un processo democratico determina la volontà nazionale, detta anche volontà sovrana. In Cina, il meccanismo della cooperazione di più partiti sotto la guida del partito comunista è anch’esso fondato sulla rappresentatività di ogni partito. Tuttavia, nelle condizioni di una società di mercato gli apparati dello Stato partecipano direttamente alle attività economiche, vari settori dello Stato sono in commistione con interessi particolari e la “neutralità” dello Stato che vigeva nel periodo iniziale delle riforme si sta modificando. Se il partito ha una relativa distanza dalle attività economiche può rappresentare in modo autonomo e “neutrale” le intenzioni della società: ad esempio la lotta contro la corruzione dipende dall’efficienza delle strutture del partito. Dopo gli anni Novanta, la volontà dello Stato si esprime attraverso gli obbiettivi del partito, attraverso parole d’ordine come le “tre rappresentatività”, la “società armoniosa”, o la “visione scientifica dello sviluppo” che non esprimono più una rappresentatività particolare del partito, ma fanno appello direttamente agli interessi di tutto il popolo. In questo senso il partito è diventato il nucleo della sovranità.

Tuttavia la statalizzazione del partito implica due pesanti sfide. In primo luogo, se i confini tra Partito e Stato scompaiono del tutto, quali forze e quali meccanismi potranno garantire che il partito non sia immerso nei rapporti di interesse della società di mercato come avviene per lo Stato? Inoltre, la vasta rappresentatività del Partito tradizionale (la “neutralità” dello Stato prima delle riforme, o più precisamente la separazione dello stato dai gruppi di interesse) era possibile con dei valori politici chiari, mentre la statalizzazione del partito ne implica l’indebolimento o comunque un mutamento. Se l’esistenza di “uno Stato neutrale” ha stretti rapporti con i valori politici del partito, nelle nuove condizioni, quale forza politica garantirà allo Stato la sua rappresentatività? Su quali forze si deve appoggiare il Partito per rinnovarsi? Come dare voce al popolo nei settori pubblici? Come portare correzioni nello Stato o nel partito attraverso un dibattito libero, organismi di consultazione e iniziative popolari? Come creare una larga democrazia con l’aiuto di forze nazionali e internazionali? E il partito a quali forze può appoggiarsi per realizzare il proprio autorinnovamento? In che modo far sì che la voce del popolo comune possa esprimersi nella sfera pubblica? In che modo è possibile realizzare dei continui riaggiustamenti nei confronti della linea fondamentale e delle politiche dello stato e del partito attraverso una vera libertà di parola, meccanismi di consultazione e l’interazione tra funzionari e popolo. In che modo assorbire nel modo più vasto le forze interne e internazionali per creare la più ampia democrazia? Questi sono problemi in aggirabili su per la discussione sull’autorinnovamento del partito.

Nel riflettere sulle trasformazioni politiche in Cina, dobbiamo affrontare questi problemi per individuare la strada della democrazia cinese. In concreto, secondo me occorre meditare su tre aspetti: in primo luogo, poiché la Cina del XX secolo ha attraversato una lunga e profonda rivoluzione, e la società cinese ha forti aspirazioni di giustizia ed uguaglianza, come è possibile tradurre questa tradizione storica e politica in una rivendicazione democratica nelle condizioni contemporanee? Vale la dire, qual è la linea di massa e la democrazia di massa in quest’epoca nuova? In secondo luogo, il PCC è un enorme partito che ha conosciuto grandissime trasformazioni, e che di giorno in giorno si mescola con la macchina dello Stato: come rendere il Partito più democratico e rifondarne il suo carattere politico? Come con il cambiamento del ruolo del Partito si possa garantire uno Stato in grado di rappresentare gli interessi delle masse popolari? In terzo luogo, in che modo le nuove forme politiche costituitesi alla base della società possono far sì che le grandi masse acquisiscano delle energie politiche per superare la situazione di “depoliticizzazione” che si è costituita c on l’espansione del mercato neo liberista. La Cina è una società aperta, ma operai, contadini e semplici cittadini non hanno spazi e garanzie sufficienti per prendere parte alla vita pubblica. Come permettere a queste voci e rivendicazioni di esprimersi ai livelli politici dello Stato e circoscrivere l’energia monopolista del capitale? Qui sta il nodo del problema. Libertà dei capitali o libertà sociale, tra i due vi sono distinzioni di principio. Queste domande sono concrete, ma sono pregne di temi teorici vitali, come ad esempio: quale orientamento deve prendere il cambiamento politico della Repubblica popolare cinese nelle condizioni del mercato e della globalizzazione? Come creare nelle condizioni dell’apertura economica della Cina un’autonomia della società cinese? Nell’attuale crisi universale della democrazia è evidente il significato globale di queste questioni e la necessità di esplorarne delle soluzioni.

Crisi finanziaria o crisi economica?

Osserviamo il comportamento della Cina in questa crisi finanziaria per esaminare le sfide che la Cina dovrà affrontare. Sulla crisi finanziaria, sia fra gli esperti che nella società si esprimono pareri diversi. Fra questi uno dei temi in discussione è se si tratti di una crisi finanziaria o economica. Le due crisi sono all’origine intrecciate, ma sul piano teorico è importante operare delle distinzioni. Dopo lo scoppio della crisi, i media hanno messo l’accento sulla crisi creditizia dei subprime e sulla speculazione finanziaria dell’America, ma alcuni esperti di economia politica come Robert Brenner hanno rilevato che non si tratta questa volta di una normale crisi finanziaria, o solo un problema dei prodotti finanziari derivati, ma che l’origine è riconducibile ad una crisi economica di sovrapproduzione.

Il rapporto tra crisi economica e crisi finanziaria merita attenzione. Se si tratta solo di derivati finanziari allora è un problema di speculazione transitoria e di assenza di efficaci strumenti di controllo. Se invece è una crisi economica, questo mostra una crisi strutturale del capitalismo, non una speculazione di una minoranza di persone, ma una crisi del modo di produzione. In effetti le due cose sono collegate: la crisi finanziaria non può non avere una relazione con l’insieme del modo di produzione. La differenza tra la situazione cinese e quella americana è che la crisi in Cina si è concentrata soprattutto sull’economia reale; vista la forte dipendenza della struttura economica cinese dal mercato internazionale e la grave insufficienza dei consumi interni, benché lo Stato abbia garantito lo sviluppo economico con stimoli e diminuzione delle tasse, se non si riesce a modificare la struttura economica stimolando la domanda interna con l’aumento delle garanzie sociali e l’uguaglianza sociale, c’è il rischio che si generi una nuova crisi di sovrapproduzione. Anche nel campo della finanza i due aspetti del problema si intrecciano: per esempio, la questione della sicurezza della detenzione di ingenti riserve di valute estere e di titoli di stato americani, oltre ad essere collegati a una struttura economica che dipende in larga misura dalle esportazioni e dall’egemonia del dollaro americano, costituisce un problema generato da speculatori internazionali che hanno operato sulla previsione di un rialzo della moneta cinese. La crisi dell’economia reale è inscindibile da quella finanziaria.

L’altro punto in discussione riguarda il carattere ciclico oppure strutturale della crisi. Considerando la situazione attuale vi è una correlazione tra i due aspetti. Parlare di crisi ciclica implica che l’economia possa da sé ripristinare la situazione preesistente; parlare invece di crisi strutturale implica che sia improbabile un ritorno alla struttura precedente e che possa esservi un mutamento strutturale. La situazione presente mostra che vi sarà un ristabilimento dell’economia, quindi che la crisi ha un carattere di ciclicità, tuttavia l’economia non potrà ritornare semplicemente alla struttura preesistente. Ad esempio, potrebbe il sistema finanziario ritornare al modello neoliberista? Nell’affrontare la crisi, in Europa e in America gli organismi finanziari sono stati in gran parte nazionalizzati, i governi nei vari Paesi sono intervenuti con forza nell’economia e nella finanza. Benché i governi abbiano poi cominciato a riaggiustare i loro piani di stimolo economico e a ritirarsi dal sistema bancario, è poco probabile che si possa tornare totalmente al modello preesistente.

Altri esempi: a causa della crisi ambientale, della questione energetica e del fatto che i rapporti sociali danneggiati dal precedente processo di sviluppo devono essere ricostruiti, il modello di saccheggio delle risorse che sosteneva una rapida crescita economica non è più sostenibile, mentre sono divenuti processi irreversibili quello di un aumento consistente del trattamento sociale degli operai semplici e il miglioramento progressivo delle condizioni dell’ambiente. Recentemente in America è stato posto il problema del riscaldamento globale e del risparmio delle fonti energetiche, e le questioni ambientali sono all’ordine del giorno della politica internazionale. C’è in Cina chi dice che ciò comporta il problema di un imperialismo di tipo nuovo. Usare i problemi ambientali per esercitare pressioni sul terzo mondo e sfuggire alle proprie responsabilità di paesi sviluppati è un dato reale, ma non possiamo negare l’impatto globale portato dai mutamenti climatici. Il fenomeno del riscaldamento dell’atmosfera è grave e cresce velocemente, i ghiacci dei poli e dell’Himalaya si sciolgono, alcune zone sono scomparse, altre sono in via di desertificazione, il grave inquinamento dei corsi d’acqua della Cina, la mancanza d’acqua nel nord del paese: questi sono tutti fenomeni che indicano la non sostenibilità del recente modo di vita. Per spiegare gli sforzi intrapresi dalla Cina in questo campo, Wen Jiajun nei suoi articoli basati su un lungo lavoro di ricerca ed inchiesta cita gli impianti per il riscaldamento solare dell’acqua, gli impianti a biogas usati nelle campagne, il recente primato nel campo delle tecnologie per l’uso pulito del carbone e il rapido sviluppo dell’energia eolica (ci sono tuttavia dei critici che sostengono che si tratti di uno sviluppo alla cieca) . Lo sviluppo ad ogni costo e il consumismo continuano a condizionare il modo di sviluppo e ad intralciare il miglioramento dell’ambiente.

Come abbiamo detto sopra, devono intervenire dei mutamenti importanti nell’economia orientata all’esportazione.

1 – Evitare i rischi a lungo termine nell’economia, stimolare la domanda interna per cambiare l’eccessiva dipendenza dalle importazioni, impongono un cambiamento della struttura economica. Tuttavia come stimolare la domanda interna? Come ricostruire le relazioni tra zone costiere e zone interne, tra città e campagna?

2 – Nel mercato mondializzato l’upgrading dei prodotti di esportazione corrisponde alla struttura della nuova economia globalizzata e ciò rende necessaria la scelta di porre fine in Cina alla spoliazione delle risorse del lavoro e delle risorse naturali. Tuttavia il problema è: i trasferimenti industriali che questa trasformazione comporta quali ripercussioni potrebbero avere sui rapporti tra la Cina e i paesi del terzo mondo più poveri e con una forza lavoro più a buon mercato?

3 – Con il graduale declino dell’economia americana, nel medio periodo l’economia globale conoscerà delle svolte che coinvolgeranno anche l’economia cinese, come per esempio il mutamento della posizione del dollaro americano, il rafforzamento della moneta cinese, il rafforzamento di alcune economie regionali ecc.; tutti questi probabilmente non sono normali cambiamenti ciclici, ma hanno anche carattere globale e strutturale. L’economia cinese dà segnali di uscita dalla crisi, ma senza riaggiustamenti strutturali andrà incontro a nuove crisi, dovuti all’instabilità del sistema finanziario e ai problemi sociali indotti da una nuova fase di sovrapproduzione. Ricreare un sistema di garanzie sociali, elevare il livello dei progetti per l’ambiente, stimolare l’innalzamento della struttura dell’economia, ricreare relazioni egualitarie e reciproche tra città e campagne, aumentare gli investimenti nell’educazione, riparare i guasti alle relazioni sociali causati da una concezione cieca dello sviluppo a tutti i costi, sono scelte inevitabili, a lungo termine e di struttura.

Storicamente, a una crisi di vaste proporzioni seguono mutamenti che si riflettono nel sistema sociale e nelle correnti di pensiero. Le crisi economiche, oltre a far emergere nuove politiche sociali, hanno sempre come prodotti collaterali guerre, rivoluzioni e movimenti sociali. I grandi movimenti sociali del passato, come quelli contadini, operai e di lotte di classe, sembrano mutati; ci sono guerre limitate non paragonabili alle passate due guerre mondiali; le guerre locali non hanno provocato tempeste rivoluzionarie come nel XX secolo, ma nuovi tipi di resistenza. In Cina il conflitto sulle riforme delle aziende statali si trascina da molti anni, e poiché non ha ancora trovato una soluzione efficace certi gruppi di interesse e governi locali perseguono un piano di privatizzazione forzato, che ha portato recentemente a fenomeni violenti di lotte sociali; segni acuti hanno lasciato le contraddizioni tra le nazionalità diverse all’interno del paese, legate a diversità regionali, differenze città e campagna, e differenze tra ricchi e poveri; rappresaglie sociali e mezzi violenti hanno sostituito le forme dei movimenti sociali precedenti, e non possiamo non chiederci quali misure politiche siano state alla base di queste differenze e contraddizioni. Da un punto di vista politico, crisi economica e mutazioni politiche hanno legami in parte aleatori: per esempio in America Obama è diventato presidente, promuove un progetto per garantire l’assistenza sanitaria, e che lo realizzi o no, esprime fino a un certo punto un’evoluzione di sinistra, benché i risultati finali non ispirino ottimismo. L’Europa invece va politicamente verso destra: Sarkozy, Merkel, Berlusconi ne sono un esempio, come anche le bufere politiche, non si sa se di sinistra o non di sinistra, nel partito laburista inglese. Le recenti vicende della Corea del Nord e dell’Iran sono invece il proseguimento di politiche locali. In questo contesto, come analizzare questi grandi cambiamenti? Non si tratta di cambiare questo dirigente o quel dirigente, anche se sembra progressista il suo ruolo sul piano internazionale rimarrà incerto.

Secondo me, l’effetto più positivo di questa crisi economica è il declino del dominio del neoliberismo. L’egemonia del neoliberismo si è andata affermando negli anni ’80, ha raggiunto un picco massimo negli anni ’90, ma dopo la guerra del Kosovo e dopo l’incidente dell’11 settembre il neoliberismo e l’imperialismo neo liberista hanno incontrato ovunque delle sfide e la loro egemonia è stata messa in dubbio dall’attuale crisi. Con questa crisi gli argomenti incentrati sulle dottrine economiche neoclassiche non hanno più un credito assoluto nella società. Ciò non vuole certo dire che l’influenza del neoliberismo avrà un rapido declino, né che i suoi effetti sfumeranno velocemente; in realtà questi effetti ci accompagneranno a lungo, tuttavia la sua egemonia è stata scossa radicalmente e quindi la ricerca di nuovi modelli di sviluppo è entrata in una certa misura a far parte della coscienza sociale ed è divenuta un valore politico. Queste discussioni proseguiranno, ma in un quadro di declino del neoliberismo.

Un altro cambiamento importante è intervenuto nelle relazioni regionali. Le relazioni tra potere regionale e potere mondiale sono il frutto di un lungo processo, ma la crisi economica rappresenta qualcosa di emblematico. Se si guarda alla storia del capitalismo, ogni crisi importante è seguita da un cambiamento nei rapporti di potere. L’egemonia americana si è costituita gradualmente dopo la prima guerra mondiale, quella sovietica dopo la seconda guerra mondiale, e la Guerra fredda costituiva la struttura di controllo di entrambe. Con la creazione di nuove egemonie il sistema egemonico precedente è andato declinando. Oggi non si tratta più semplicemente dell’era dell’imperialismo e del colonialismo, ma occorre analizzare i cambiamenti nelle nuove relazioni politiche regionali e nei rapporti di potere. Durante la crisi finanziaria, l’egemonia del dollaro americano non è stata radicalmente scossa, ma si è indebolita e la perdita del suo ruolo sarà un processo lungo. Quando Hillary Clinton è andata in Cina, Wen Jiabao ha espresso con franchezza la “preoccupazione” della Cina sulla sicurezza degli investimenti in America. Queste preoccupazioni dei dirigenti cinesi sono reali, e si basano sui rapporti di dipendenza economica della Cina; tuttavia, visto dall’esterno, dieci anni fa era impensabile che il dirigente di un paese in via di sviluppo potesse esprimere direttamente ad un dirigente americano la sua preoccupazione sull’affidabilità della loro moneta. Se la fiducia della Cina nei confronti dell’America vacilla, e hanno successo gli sforzi per modificare questo modello di dipendenza, ciò avrà necessariamente ripercussioni profonde sulla posizione egemonico dell’America. Prima della crisi, la riforma del sistema finanziario cinese andava in una direzione neoliberista, tuttavia durante la crisi le banche cinesi sono state quelle con il mercato valutario più alto al mondo, e il sistema bancario cinese è stato relativamente stabile; per alcuni grazie alle politiche adottate, per altri grazie alle circostanze; in ogni caso il sistema economico finanziario centrato sull’America è sotto tiro. Ci sono adesso discussioni sul fatto se esista o meno un “modello cinese”, il cui unico significato è, a mio parere, la messa in dubbio dei vecchi modelli e delle vecchie forze egemoniche; anche per questo in altre regioni si caldeggia un modello cinese più dei cinesi stessi.

Da alcune centinaia di anni i centri di potere del mondo si sono più volte trasferiti, ma sempre all’interno dell’Occidente. Questa volta tuttavia Europa e America sono di fronte a delle serie sfide, dei mutamenti sono intervenuti nella posizione dell’Asia e in particolare della Cina. L’America conserverà ancora a lungo una posizione egemone, ma non più assoluta, la sua sarà un’egemonia il declino. Con questo cambiamento ci saranno ripercussioni mondiali a lungo termine. Merita attenzione il fatto che questi cambiamenti non riguardano solo la Cina; durante una recente riunione del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) e in seguito al summit dei Sei a Shanghai sono state espresse opinioni diverse sulla mondializzazione. Le opinioni e divergenze sul BRIC sono tante, ma la sfida rivolta al vecchio mondo rimane evidente. Nel commercio estero cinese i pagamenti avvengono sempre più in renminbi, e questo nuovo modo di contabilità bilaterale ha un significato che va oltre le parti in causa, ha un valore globale e costituisce una sfida all’egemonia esistente. I problemi sollevati a proposito dei “diritti speciali di prelievo” (special drawing rights) non sono appliccabili nell’immediato, ma costituiscono un’importante segnale di cambiamento.

Con lo spostamento del centro di gravità dello sviluppo economico verso il Pacifico e l’Asia Orientale sono in atto mutamenti strutturali dei rapporti di potere mondiali. Anche se con la crisi economica lo sviluppo economico cinese si è in un certo modo raffreddato, rimane comunque quello più rapido a livello mondiale. Questa crescita è un fattore positivo per l’economia mondiale, ma in quanto mera crescita economica pone anche alla Cina non pochi problemi di riaggiustamenti strutturali. Questa forte crescita economica della Cina non è un fenomeno isolato; a confronto con altre regioni, l’intera Asia orientale sta avendo uno sviluppo rapido, e altrettanto rapidamente sta costituendo forme di integrazione economica a livello regionale. L’ascesa della Cina non equivale al fatto che possa prendere il posto degli Stati Uniti, ma lo sviluppo della Cina e di questa regione del mondo trasformano la classica disposizione dei tre mondi e contribuisce al multipolarismo. Questa crisi finanziaria è emblematica, non rappresenta un banale riaggiustamento, ma l’anello di un grande mutamento strutturale.

Merita la nostra attenzione il fatto che le precedenti strutture dell’egemonia mondiale non erano meramente di natura economica, ma costituivano una serie di relazioni socio-politiche e di valori culturali. Mentre sta già iniziando il riaggiustamento della struttura economica, i mutamenti politici e culturali richiederanno più lavoro creativo; questi nuovi modelli e nuovi rapporti sociali non nascono spontaneamente ma devono essere modellati dall’uomo. Anche se le trasformazioni strutturali portate da questa crisi sono soltanto trasformazioni dei rapporti regionali, si tratta comunque di uno spostamento dei rapporti di egemonia.

Un problema cruciale che dobbiamo discutere oggi è quale posizione internazionale vuole la Cina? Quali rapporti sociali vuole la Cina? Quale cultura politica? In altri termini dobbiamo riflettere ai rapporti tra la crisi economica di una nuova politica e con una nuova cultura. Come nel corso della prima guerra mondiale, vi fu in Cina il movimento di Nuova Cultura dal quale è nata una nuova politica, ci dobbiamo ora interrogare sulle relazioni tra crisi finanziaria e politica.

In seguito alla sua crescita economica la Cina sta cercando forme di cooperazione e mercati internazionali sempre più vasti e la sua presenza in Africa e altre regioni suscita in Occidente discussioni e inquietudini. Il problema è: in questo processo di globalizzazione dell’economia la Cina sarà in grado di trovare un’altra via di sviluppo che non sia una replica di quella praticata dall’Occidente? Questa è una sfida importante. La Cina ha avuto una tradizione internazionalista, ha dato grande importanza al destino del Terzo mondo, e il prestigio di cui gode ancora in Africa o in America Latina proviene da questa tradizione, ma nel quadro dello sviluppo del mercato e della globalizzazione potrà ancora svolgere un ruolo? L’economia capitalista è di per sé espansionista, sia nel campo internazionale che nazionale, allo scopo di soddisfare i suoi bisogni di energia e di altre risorse. In questo senso ritengo che la tradizione internazionalista debba essere riformulata, non secondo il modello rivoluzionario dal quale proviene, ma attraverso la sincera attenzione e il rispetto per l’esistenza, lo sviluppo e i diritti sociali dei paesi del terzo mondo, con la ricerca a livello mondiale di una via di sviluppo comune, ugualitaria e democratica. Se rinunciamo ad analizzare la struttura mondiale dell’egemonismo, non ci sarà possibile formulare un’analisi profonda e corretta sulla collocazione mondiale della Cina.

La questione della posizione internazionale è strettamente correlata ai cambiamenti nei rapporti interni. Che tipo di commercio e di cultura politica intende sviluppare la Cina? Quali differenze ci sono con l’egemonia di tipo americano? Deve essere diverso dal capitalismo delle origini. Sebbene il mercato svolga un ruolo importante nella politica e nella cultura, non si può lasciare che la logica di mercato si trasformi in una logica di dominio. Nel sistema economico il posto dei lavoratori deve essere innalzato considerevolmente e si deve anche migliorare l’ambiente naturale e l’ecologia. Il punto principale è la trasformazione dei rapporti tra politica ed economia, ma oggi questo è il punto di cui si discute meno. L’attuale crisi strutturale è anche la crisi del modello guida precedente, è il momento di creare una nuova politica.

La fine degli anni Novanta è marcata dall’anno 2008. Questo lungo processo post ‘89 già negli anni scorsi aveva mostrato i segni di un imminente epilogo, anche se si prolungava in parte l’influenza di quell’evento. Tuttavia col 2008 questo processo può dirsi concluso; questa conclusione a livello mondiale è segnata dalla grande crisi della linea economica neoliberista, e sul piano interno cinese da una serie di eventi: dagli “incidenti del 14 marzo” (ribellione nel Tibet), al terremoto dello Sichuan, dai giochi olimpici di Pechino alla crisi finanziaria, dall’”incidente del 5 luglio”(i disordini di Urumqi) all’anniversario dei 60 anni della Repubblica popolare cinese. All’interno della società cinese ci sono modi diversi di interpretare i rischi sociali e la posizione della Cina nel mondo, e di conseguenza i meccanismi di gestione di tali rischi in Cina hanno comportamenti diversi. Nelle società occidentali si parla dell’ascesa della Cina da un certo tempo, ma solo durante questa crisi molti hanno bruscamente capito che la Cina è un sistema economico con il quale bisogna confrontarsi, secondo solo a quello americano, il cui ritmo di sviluppo ha superato le previsioni, e con ciò ha manifestato una corrispondente fiducia in se stessa. Questa svolta così drammatica, è in parte una coincidenza, ma non è casuale. Il problema è forse questo: la società cinese rispetto a se stessa non si è ancora adattata al nuovo status che ha acquisito nella comunità internazionale; nel processo di mercato e nella globalizzazione, la società cinese ha accumulato contraddizioni e rischi senza precedenti. La posizione sempre più rilevante della Cina nell’economia globale e l’acuirsi delle contraddizioni e dei conflitti nella società cinese non si escludono l’un l’altro. Come dimostra l’esperienza di questi ultimi vent’anni, con l’attuale modello di sviluppo, la rapida crescita dell’economia non solo non è incompatibile con l’acuirsi di contraddizioni e conflitti sociali, ma tra loro si dà una stretta correlazione di causa ed effetto. Il vero significato del tema “fine degli anni ’90” consiste nella ricerca di una nuova politica, di una nuova strada e di un nuovo orientamento. Ripensare il nostro modello di sviluppo è inevitabile.

Nota: Una parte di questo testo è stata tratta dall’intervento al convegno “Sessant’anni di Repubblica e il modello cinese”, che si è svolto all’Università di Beijing alla fine del 2008, ed è stato riveduto nel mese di Settembre 2009. Traduzione di Mireille de Gouville, editing di Claudia Pozzana e Alessandro Russo.

* da Inchiesta, n. 168, 2010. ripubblicato da www.controlacrisi.org