Cina: imperialismo, oppure nazione sovrana di matrice prevalentemente socialista?

Ad aprile del 2011 la Cooperativa Editrice Aurora pubblicherà un libro sulla Cina contemporanea e il socialismo, diviso in più parti e scritto da Sergio Ricaldone , Bruno Casati, Roberto Sidoli, Massimo Leoni.

Pubblichiamo la prima parte di uno stralcio della sezione inviataci ed elaborata da Roberto Sidoli e Massimo Leoni, intitolata Cina: imperialismo, oppure nazione sovrana di matrice prevalentemente socialista?

Capitolo IV

“Pechino ha dunque ormai creato un ponte con l’Africa, rivoluzionando i rapporti di forza mondiali, nello sbalordimento generale. Quando il Congo ha bisogno di una nuova diga i cinesi gliela costruiscono in un batter d’occhio e si fanno pagare in petrolio. La Banca mondiale invece impone condizioni spesso irrealizzabili. Spiega Serge Michel:

La risposta tipica delle organizzazioni internazionali alle richieste di finanziamenti dei Paesi africani è: no, dovete vivere nel buio perché avete debiti e siete nazioni instabili. I cinesi invece rispondono: ma certo, non solo vi finanziamo ciò che volete, una diga, una centrale idroelettrica, ve la costruiamo noi e ci pagate in petrolio o in materie prime.

Ecco, questa è un situazione che si può definire di vantaggio reciproco.”[1]

La frase riportata nel libro di L. Napoleoni va in controtendenza all’interno della sinistra “radicale”, visto che secondo molti esponenti ed organizzazioni della sinistra occidentale la Cina contemporanea rappresenta una potenza imperialistica, basata su rapporti sociali di produzione di tipo capitalistico (di stato).

Verso la fine del 2008, tra l’altro, anche un intellettuale marxista preparato ed intelligente come G. Gattei ha purtroppo lasciato intendere come la Cina sia ormai diventata un “terzo imperialismo”, seppur di tipo originale e particolare, “in cui la periferia, oltre a produrre materie prime per l’esportazione (Marx) e ad attrarre capitali dal centro per produrre manufatti per il mercato interno (Lenin), ha preso ad esportare i propri manufatti anche sui mercati del centro imperialistico, Stati Uniti ed Europa occidentale in testa”.[2]

Ma la Repubblica Popolare Cinese costituisce davvero una potenza imperialistica? Intendendo con Lenin per imperialismo (moderno), “il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione del capitale ha acquisito grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici”, siamo in presenza di una nuova potenza egemonica e sfruttatrice?[3]

Crediamo che la risposta sia negativa, perché la teoria della “Cina-polo imperialistico” si scontra con molti fatti testardi, che la demoliscono e falsificano alla radice.

Il principale problema che incontra la concezione in oggetto è che i rapporti sociali di produzione e distribuzione nella Cina contemporanea risultano ancora prevalentemente collettivistici, di natura statale o cooperativa, anche se affiancati simultaneamente dalla presenza di un robusto settore capitalistico, nazionale ed internazionale (multinazionali straniere).

Senza”dominio dei monopoli e del capitale finanziario” (Lenin), pertanto, sparisce l’imperialismo, o almeno l’imperialismo descritto da Lenin.

Senza una base economica e rapporti di produzione prevalentemente capitalistici, non si può certo parlare di imperialismo moderno, che si fonda – sempre Lenin – su una precisa “fase di sviluppo del capitalismo finanziario” (banche private in testa) e del suo processo di accumulazione.

Sotto il profilo della natura degli attuali rapporti di produzione esistenti in Cina, rimandiamo al capitolo su “Cina: socialismo o capitalismo”, limitandoci a ricordare che, nel 2008, tra le 500 imprese che operano in Cina rappresentando circa l’84% del suo intero prodotto nazionale lordo, ben 349 (quasi tre quarti del totale), vengono controllate e possedute integralmente/prevalentemente dallo stato cinese; oppure che in Cina vige la proprietà collettiva del suolo e che, il settore cooperativo, rurale ed urbano, rimane fortemente radicato e diffuso all’interno della variegata formazione economico-sociale cinese.[4]

Deve essere sottolineato come anche il ricercatore anticomunista Willy Lam il 14 gennaio 2011, abbia ammesso che nel 2009 il solo giro d’affari delle imprese statali, controllate dallo stato a livello centrale (gli yangqi, in cinese) abbia pesato per ben il 61,7% sull’intero prodotto nazionale lordo cinese del 2009, percentuale equivalente a quasi due terzi della ricchezza prodotta nel gigantesco paese asiatico nell’anno preso in esame.

La seconda difficoltà che incontra la tesi della “Cina-polo imperialista” deriva dal fatto che il presunto imperialismo cinese viene invece sfruttato, su larga scala (seppur in modo controllato, con precisi limiti e contropartite) e da quasi tre decenni, da parte delle multinazionali occidentali e giapponesi.

G. Gattei ha perfettamente ragione quando ha notato che, “come se la profezia di Smith si fosse avverata, aggiungendo finalmente al proprio mercato interno anche il mercato internazionale, la Cina si è trasformata in una vera propria officina del mondo, esportatrice privilegiata di manufatti per il centro imperialistico”.[5]

Ma il compagno Gattei, forse per motivi di spazio, ha dimenticato di analizzare un “fatto testardo ” di notevole importanza, e cioè che quasi il 60% del totale delle esportazioni provenienti dalla Cina e destinate in larga parte ai mercati consumatori occidentali rimane sotto la proprietà ed il controllo delle multinazionali, occidentali e giapponesi, che operano nel paese asiatico: nel 2006 la quota in oggetto risultava pari al 58% del totale del commercio estero cinese.[6]

La Cina è diventata “l’officina del mondo”, ma più della metà dei “manufatti per il centro imperialistico” (Gattei) che essa esporta ogni anno risulta di proprietà proprio del capitalismo estero, in modo che più della metà dei “manufatti esportati annualmente dalla Cina” costituisce una preziosa fonte di profitti per le multinazionali occidentali, dalla Wal-Mart in giù; pertanto ogni anno una consistente massa di plusvalore/plusprodotto/profitti, creati e generati dagli operai assunti dalle multinazionali occidentali che operano nel gigantesco paese asiatico, entra nelle tasche degli azionisti e dei capitalisti occidentali e ne alimenta il processo di accumulazione.

Che strano imperialismo, quello cinese! Anzi, che misero imperialismo, che non sa neanche difendere a vantaggio del proprio “capitale” una buona parte della massa di plusvalore via via riprodotta a Pechino, Shangai e nelle regioni costiere cinesi !

Le dimensioni assunte dal capitalismo privato in Cina, nella sua sezione “multinazionale”, risultano sicuramente consistenti ed innegabili, come si è già evidenziato in precedenza.

Ancora alla fine del 2006, avevano investito parte dei loro capitali in Cina circa 590000 multinazionali piccole o grandi e partendo da colossi come Wal-Mart e General Motors, destinando all’utilizzo produttivo della forza-lavoro cinese una somma complessiva ormai equivalente a circa 800 miliardi di dollari, via via accumulatasi nel periodo compreso tra il 1979 ed il 2007: sempre nel 2007, le imprese straniere davano lavoro a 15.830.000 salariati cinesi ed avevano contribuito al 20,2% delle entrate fiscali della nazione asiatica.[7]

Il processo è via via aumentato a partire dagli inizi degli anni 80, almeno fino al 2008: mentre dal 1979 al 1983 gli investimenti annui del capitalismo straniero risultarono ancora pari alla modesta somma di 600 milioni di dollari annui, dal 2004 al 2007 la cifra annua era salita ad una media pari a circa 80 miliardi di dollari, arrivando fino alla quota totale di 82,7 miliardi di dollari nel solo 2007.[8]

Il partito comunista, introducendo la “NEP cinese” attraverso le riforme elaborate da Deng Xiaoping nel 1975/78, ha accettato di subire i lati negativi creati dalla presenza massiccia delle multinazionali occidentali e giapponesi in Cina (loro potere di pressione economica; esportazione di larga parte di profitti ottenuti nelle metropoli imperialistiche; sfruttamento della manodopera cinese, ecc.), perché li ha considerati sensibilmente inferiori ai vantaggi ottenuti simultaneamente dal processo produttivo cinese: accumulazione su larga scala di valuta straniera (visto il monopolio statale sui flussi di capitale monetario dall’estero), acquisizione a ritmi accelerati di alta tecnologia, entrate fiscali derivanti dalla tassazione dei profitti delle multinazionali estere (aliquota del 25% su questi ultimi, dal 2007) e parziale protezione per le esportazioni cinesi dalle possibili misure protezionistiche dei paesi occidentali (che ricadrebbero, per più della metà, sulle “loro” imprese e monopoli privati).

In ogni caso, anche tenendo conto dei contributi fiscali pagati dalle multinazionali occidentali e della parte consistente di esportazioni autoctone provenienti dalla Cina, pari nel 2006 a circa il 42% del totale, il flusso costante di plusvalore e profitti diretto dalla Cina alle metropoli imperialistiche (tramite le multinazionali occidentali) rappresenta un processo materiale innegabile, che fa a pugni con la teoria dell’imperialismo di matrice cinese. Non sono certo le aziende cinesi a sfruttare la manodopera salariata occidentale (se non in misura irrisoria, come si vedrà più avanti), ma è vero invece il contrario: “la cicala” occidentale è anche un “vampiro”, che assorbe annualmente delle masse consistenti di plusvalore e profitti prodotti in Cina dalla forza lavoro cinese, ottenendo tra l’altro il vantaggio ulteriore di acquisire beni di consumo a basso prezzo che, comprati su larga scala dagli operai occidentali, diminuiscono il valore della loro forza-lavoro, aumentando parallelamente il saggio di plusvalore estorto nel suo insieme dalla borghesia ai salariati europei, giapponesi e nordamericani.

Solo nel 2005, secondo il grande istituto finanziario UBS le multinazionali presenti in Cina avevano rimpatriato oppure reinvestito una massa di profitti pari a 27 miliardi di dollari: una discreta sommetta, non c’è dubbio.[9]

Sotto questo profilo va tuttavia sottolineato come non sussista alcun legame obbligato e costante tra produzione interna cinese e mercati occidentali, almeno in termini di livelli di profitto per le multinazionali europee e statunitensi. Secondo i consulenti aziendali della Alix Partners, già nel 2009 il Messico aveva superato la Cina, diventando la nazione più economica e vantaggiosa al mondo per le società private intenzionate a produrre per il mercato statunitense ed esportare negli USA, mentre al secondo posto della graduatoria della Alix Partners si trova l’India ed al terzo il Brasile, appaiato con la Cina: pertanto i discorsi famosi sulla cosiddetta “Cinamerica”, assai diffusi nel 2004/2007, hanno perso definitivamente ogni senso e risultano staccati da una realtà che vede invece sempre più spesso il governo statunitense, soprattutto per ragioni geopolitiche ed ideologiche, mettere dazi e balzelli su alcune delle merci esportate dalla Cina in terra americana.

Terza difficoltà, teorica e pratica, sempre collegata e generata dal ruolo oggettivo svolto dalla Cina all’interno del processo produttivo mondiale: è la manodopera cinese ad emigrare, seppur in termini percentuali molto bassi, nel mondo occidentale ed a creare/riprodurre quote di profitto consistenti per il capitalismo dei paesi più avanzati, tanto che solo la comunità cinese in Italia conta ormai più di 100.000 residenti regolarizzati, in larga parte impegnati nella produzione di beni e servizi.[10]

Quarto scoglio per la tesi della “Cina polo imperialistico”: il livello estremamente modesto, sia in termini assoluti che percentuali, dei capitali cinesi esportati/investiti nel settore produttivo del resto del pianeta, unito alla loro matrice prevalentemente statale.

Alla fine del 2007, l’insieme degli investimenti produttivi via via accumulati dai cinesi all’estero risultava pari a soli 73,3 miliardi di dollari, di cui circa 80% proveniente dalle imprese statali e destinato principalmente ai settori delle materie prime, delle fonti energetiche e di infrastrutture produttive quali strade, ferrovie, dighe e telecomunicazioni.[11]

Alla fine del 2008 la quota annuale era salita fino a diventare pari a circa 28 miliardi di dollari, ma a titolo di paragone va ricordato che l’insieme mondiale degli investimenti diretti effettuati (sempre nel 2008) risultava comunque pari a 1.883 miliardi di dollari, somma globale in cui il flusso di investimenti cinesi pesava per poco più dell’1% del totale.[12]

1883 miliardi contro 28 miliardi di dollari, questi ultimi per di più in larga parte di matrice pubblica e provenienti dalle principali aziende statali cinesi: i dati rivelano un ben debole “imperialismo”, tra l’altro contraddistinto dall’egemonia schiacciante del settore pubblico rispetto al capitalismo autoctono cinese anche nelle operazioni all’estero.

Sempre secondo l’Unctad, nel 2007 lo stock di investimenti diretti all’estero accumulati via via da parte delle multinazionali non finanziarie aveva superato nel 2007 i 15.000 miliardi di dollari, somma circa 150 volte superiore a quella espressa globalmente dalla Cina nell’anno in oggetto: il peso specifico di Pechino sul flusso di investimenti mondiali risultava pertanto pari al misero 0,75% circa del totale, quota minima nella quale in cui in ogni caso giocano un ruolo centrale le imprese statali.[13]

E proprio secondo il Quotidiano del Popolo del primo novembre 2010 (“Assets of China’s overseas”), alla fine del 2009 la Cina raggiungeva solo il quindicesimo posto nella classifica mondiale sugli investimenti all’estero, superata persino dalla zona economica di Hong Kong e dalla disastrata Russia postsovietica: un’asimmetria impressionante, quella creatasi tra sviluppo del prodotto nazionale lordo di Pechino e la sua (non) proiezione nel flusso mondiale di investimenti di capitali all’estero, nonostante che nel 2009/2010 la massa di investimenti all’estero della Cina fosse aumentata rapidamente rispetto a quella esistente nel 2000/2002.

Quinta difficoltà per la teoria in oggetto: l’acquisto su vasta scala da parte dello stato cinese dei titoli di stato degli USA, oltre che della compartecipazione in istituti parastatali come Fannie Mae e Freddie Mac.

Sorpresa, sorpresa!

Mentre la massa degli investimenti produttivi cinesi all’estero risulta assai modesta, almeno in termini percentuali, in un campo particolare la Cina Popolare vanta invece già da alcuni anni un primato indiscutibile, che ha per oggetto il possesso (da una parte dello stato cinese, degli apparati pubblici cinesi) di titoli pubblici di Washington e di prodotti finanziari parastatali, relativamente simili: le dimensioni quantitative di questo fenomeno, allo stesso tempo politico ed economico, si rivelano gigantesche e frutto di un processo – voluto e diretto dal partito comunista cinese – di durata oramai pluridecennale, ormai ammesso dai politici statunitensi. Come ha riconosciuto lo stesso Barack Obama, durante la sua vittoriosa campagna elettorale ed ancora nell’ottobre 2008, “Pechino detiene la quota maggiore del debito estero americano (circa mille miliardi di dollari) e, secondo alcuni esperti cinesi, obbligazioni di Fannie Mae e Freddie Mac (i due istituti finanziari che garantiscono i fondi per il mercato immobiliare americano, da poco salvati dal Tesoro degli Stati Uniti) per un valore di 400 miliardi di dollari”.[14]

Prendiamo il dato ormai sicuro di milletrecento miliardi di dollari: si tratta del vero, essenziale e centrale “investimento diretto” della Cina all’estero, ma bisogna interrogarsi sulla natura e sulle cause di questo gigantesco processo economico.

I fondi statunitensi via via acquisiti dalla Cina negli USA rappresentano principalmente titoli e bond statali del Tesoro, costituiscono dei titoli pubblici emessi dal governo statunitense.

Non solo: la massa monetaria cinese che li ha acquistati è parallelamente di proprietà pubblica e statale, controllata esclusivamente dal governo cinese.

Non solo: il rendimento dei buoni del tesoro e delle obbligazioni statali degli USA, acquisiti dallo stato cinese, risulta mediamente molto basso ed appena sufficiente a superare il tasso di inflazione statunitense (ed il carico fiscale che li grava). Tra il maggio 2006 ed il maggio 2007, ad esempio, i titoli di stato statunitense a dieci anni – tra quelli che garantiscono i tassi di profitto maggiori – hanno espresso un rendimento annuo che oscillava tra il 5,10 ed il 4,80%, mentre nello stesso periodo il tasso di inflazione degli USA oscillava attorno al 3%: rendimento quasi zero, insomma, se depurato del dato inflattivo e del carico fiscale a vantaggio dell’esauste casse statali di Washington.[15]

Risulta abbastanza chiaro che il flusso di acquisti dei titoli USA da parte della Cina viene determinato principalmente da ragioni politiche e geopolitiche, extraeconomiche e lontane da fini di lucro. Finanziando il deficit degli Stati Uniti, la Cina mantiene infatti nei confronti di Washington un forte potere contrattuale, che prima o poi al nucleo dirigente cinese verrà utile e che già ora svolge un ruolo importante di deterrente (potenziale) contro le tendenze più aggressive espresse dall’imperialismo statunitense rispetto a Pechino, alla sua ascesa pacifica e multilaterale nell’arena mondiale.

Ragionando in termini strettamente economici, chi sfrutta chi, nel gigantesco processo di finanziamento cinese verso il debito statunitense?

Forse gli indebitati cittadini e l’apparato statale americano arricchiscono i risparmiatori e lo stato cinese?

O viceversa, sono gli operai e contadini cinesi che alimentano in modo masochistico sia i processi produttivi del capitalismo statunitense, che il flusso di acquisti dei cittadini /salariati degli USA?

Chi sfrutta chi?

Sotto il profilo strettamente produttivo si tratta di un gioco sostanzialmente a somma zero, nel quale il rapporto tra costi/benefici economici per le due parti rimane per ora relativamente simmetrico, anche se è la parte cinese che contribuisce maggiormente fornendo grandi risorse con un basso ritorno materiale: non a caso, l’agenzia di credito Finch ha previsto per il 2009 una diminuzione assoluta degli acquisti cinesi del debito USA, vista sia la sua aleatorietà/bassa redditività che il costoso piano statale di sviluppo economico, lanciato all’inizio di novembre del 2008 dal PCC.[16]

In ogni caso, uno degli elementi centrali e dei cardini all’interno dei rapporti produttivi sviluppatosi negli ultimi tre decenni tra la Cina Popolare ed il resto del mondo sfugge completamente alla logica imperialistica, sia per la relazione tra stato (Cina) e stato (USA) che la contraddistingue alla radice che per l’assenza di sfruttamento di un soggetto sull’altro: un ragionamento analogo va applicato anche per la considerevole massa di titoli di stato europei via via venuti in possesso dello stato cinese, nel corso dell’ultimo decennio.

Ulteriore scoglio per la tesi della “Cina-polo imperialistico”: le relazioni paritarie formatesi sul piano politico ed economico tra la Cina ed i paesi in via di sviluppo, a partire da quelli africani.

Ai sostenitori della teoria in via di critica, si deve innanzitutto ricordare che il fabbisogno energetico totale della Cina viene coperto per circa due terzi dal carbone, mentre sul fronte petrolifero la dipendenza della Cina dalle importazioni di petrolio nel 2008 è stata pari al 45% circa, facendo si che la Cina riesca a soddisfare circa il 90% del suo fabbisogno energetico globale con risorse interne.

Partendo poi dal continente africano, subito emerge come l’interscambio commerciale tra Cina ed Africa abbia superato i 100 miliardi di dollari nel 2008, aumentando più del 30% rispetto all’anno precedente: sempre nel 2008, la Cina ha avuto un deficit con la controparte in oggetto pari a più di cinque miliardi di dollari.[17]

Sul piano commerciale e finanziario, inoltre, a partire dal novembre 2006 e dal summit cino-africano tenutosi a Pechino, la Cina ha garantito l’eliminazione delle tariffe e dazi doganali per ben 466 categorie di prodotti, esportati al suo interno da più di trenta paesi africani.

In aggiunta a ciò, la Cina ha via via cancellato unilateralmente e senza contropartite, dal 2006, tutti i debiti pregressi che si erano accumulati nei suoi confronti da parte di più di trenta paesi del cosiddetto”Quarto Mondo”, in larga parte africani.[18]

Per il 2009, Pechino ha inoltre messo a disposizione dei paesi africani un fondo statale pari a cinque miliardi di dollari per i loro bisogni materiali, a dispetto della crisi finanziaria mondiale e con tassi d’interesse molto favorevoli: non è certo un caso che il FMI e la Banca Mondiale abbiano visto simultaneamente crollare i loro “affari” in Africa nel corso degli ultimi anni, visto che alcuni paesi africani hanno utilizzato i (favorevoli) finanziamenti statali cinesi proprio al fine di estinguere i debiti accumulati in precedenza, a condizioni economiche molto svantaggiose, con i due amorevoli istituti finanziari occidentali.[19]

Tra il 2011 ed il 2013, un totale del 95% dei prodotti di esportazione di tutti i paesi africani meno sviluppati verso Pechino verrà gradualmente esentato dalle imposte, mentre finora le aziende cinesi hanno costruito circa 60000 km di strade nel continente africano: un rapporto della Banca di Sviluppo dell’Africa ha indicato che, a settembre del 2010, gli investimenti cinesi sono aumentati annualmente ad una media del 46% durante l’ultima decade, in particolare nel settore idrico e dei trasporti, dell’elettricità e delle comunicazioni.[20]

Secondo la stessa Banca Mondiale, mentre a fine 2003 gli investimenti cinesi – in larga parte e fino all’80% statali – risultavano pari a circa 8 miliardi di dollari, essi sono saliti fino a quota trenta alla fine del 2007, con una punta di sette miliardi di dollari nel corso del 2006. Su questa massa totale di investimenti, circa un sesto del totale è andato a finanziare progetti relativi alle infrastrutture produttive (strade, ferrovie, dighe, ecc.) e sociali (scuole ed ospedali), coprendo un “buco”enorme lasciato dalle multinazionali occidentali: secondo i dati forniti dalla stessa Banca Mondiale, Pechino ha finanziato 35 paesi africani per un valore annuo pari ad un miliardo di dollari nei due campi d’azione sopracitati.[21]

A partire dal 2007, la Cina ha offerto programmi gratuiti di addestramento per 10910 lavoratori provenienti da 49 nazioni africane, e manderà a sue spese nel solo 2009 cento esperti cinesi del settore agrotecnico in 35 stati africani (Quotidiano del Popolo, 20 gennaio 2009).

Anche un giornalista anticomunista come F. Rampini si è chiesto: “ma sono tutte fondate le accuse rivolte ai cinesi? E anche se lo sono, con quale credibilità l’Occidente si erge a difensore degli interessi dell’Africa?

Un test emblematico di queste contraddizioni è il Niger. Anche questo paese –15 milioni di abitanti e uno dei redditi più miseri del pianeta – ha improvvisamente scoperto la munificenza cinese. Grazie a una donazione del governo di Pechino perfino i leoni dello zoo Niamey, capitale del Niger, oggi stanno meglio: nel 2010 gli è stata recapitata da una nave portacontainer di Shanghai una nuova gabbia “cinque stelle”, made in China. Il rifacimento del giardino zoologico è poca cosa in confronto ad altri flussi di capitali cinesi che inondano il Niger. Per esempio, i 700 milioni di dollari per la costruzione della prima raffineria e della prima centrale idroelettrica del Paese. E altre centinaia di milioni di dollari di opere di pubblica utilità che porteranno, come sempre, l’etichetta made in China: strade, scuole, ospedali”.[22]

Per quanto riguarda invece il flusso di investimenti cinesi nei diversi settori produttivi africani, essi risultano concentrati in buona parte nel settore energetico e minerario e provengono quasi esclusivamente da aziende statali e società pubbliche cinesi, lasciando ovviamente la proprietà del suolo, delle ricchezze naturali e/o risorse energetiche ai paesi ospiti africani e contribuendo in larga parte/completamente agli investimenti in loco: gli enti statali cinesi pagano le materie prime ottenute in Africa a prezzi di mercato, oppure in alternativa lasciano una quota maggioritaria dei profitti ottenuti al paese ospite, nelle joint venture che si formano a tale scopo.

La forza-lavoro impiegata in Africa dalle società pubbliche cinesi in parte proviene dalla Cina, mentre anche grazie all’importazione cinese di materie prime/energia (ed alla sua crescita impetuosa) i rapporti di scambio delle materie prime e dell’energia, a partire dal 1999, si sono modificati profondamente a favore delle nazioni africane: se nel 1998 un barile di petrolio costava 10 dollari, nell’estate del 2008 il suo prezzo era salito fino a circa 140 dollari ed aumentando di dodici volte nel giro di meno di un decennio, prima di calare solo per la recessione planetaria che ha colpito il mondo capitalistico.

Sul piano politico-sociale, infine, anche alcuni osservatori ipercritici rispetto alla multiforme attività cinese in Africa (definita addirittura un ” mostro partorito dalla globalizzazione”) sono stati costretti ad ammettere controvoglia, agli inizi di novembre del 2006, che la Cina “non è interessata, ad esempio, a generare profitti spingendo per la privatizzazione di servizi anche essenziali (come invece la “globalizzazione di stampo occidentale”); invece “al contrario si può permettere di investire un minimo anche nel sociale, visto che per ora l’unico interesse è rivolto alle risorse … Nella gestione del debito, che i paesi africani stanno accumulando, la Cina è poi decisamente più flessibile ed arriva, anzi, ad aiutare con prestiti vantaggiosi gli strati a pagare gli onerosi interessi, se non a saldare le pendenze nei confronti degli stati e delle usuraie istituzioni occidentali. Molto importante anche la politica della non-interferenza: se l’occidente continua ad usare il ricatto per imporre la ricetta neo-liberista, la Cina si limita a fare buoni affari senza immischiarsi nelle vicende nazionali”.[23]

Si può esaminare un caso specifico, per verificare il quadro generale sopra esposto: subito dopo l’Angola, il Sudan rappresenta uno dei principali partner commerciali di Pechino nel continente africano.[24]

E proprio focalizzando l’attenzione sulle relazioni, politico-economiche progressivamente sviluppatesi tra Cina e Sudan, sotto il mirino dei soliti critici “umanitari” occidentali, si può subito notare come un accordo del 1997 avesse attribuito il 40% del controllo della futura estrazione del petrolio, in un’ampia fascia del territorio sudanese, alla compagnia statale cinese CNPC, il 30% ad un’impresa malese, il 25% all’India ed il 5% allo stato sudanese.

Se gli investimenti nei campi petroliferi erano e sono a carico delle imprese straniere, la proprietà delle riserve petrolifere rimaneva e rimane tuttora al Sudan: le royalties pagate dalle compagnie petrolifere interessate all’erario sudanese hanno dal canto loro assunto un notevole peso, sia in termini assoluti che relativi, visto che già nel 2006 il 48% e quasi la metà dell’insieme delle entrate fiscali sudanesi risultava costituito dalle tasse e vendite erogate dalle aziende petrolifere estere, in primo luogo (ma non solo) di nazionalità cinese.[25]

Sul piano politico, la principale accusa rivolta alla Cina ha per oggetto la sua ostentata non-ingerenza negli affari interni dei paesi africani: senza entrare nel merito, si tratta di una critica molto diffusa anche a sinistra ma che certo non depone a favore della teoria del polo imperialista, categoria sempre collegata storicamente a forme più o meno dirette di egemonismo e ricatto politico, militare e/o economico esercitato dallo “stato-guida” sulle nazioni ed aree geopolitiche “vassalle” e subordinate, anche se formalmente indipendenti (il fenomeno del neo-colonialismo, in estrema sintesi).

Processi neocoloniali che risultano invece assenti, all’interno delle relazioni cino-africane. Lo studioso francese Serge Michel ha ammesso, a denti stretti, che “cinque sono i punti di forza della Cina nella sua avventura terzomondista africana:

Primo, la Cina non possiede un passato di colonizzatore; secondo, ha un approccio pan-africano, a differenza degli europei che lavorano solo nei territori delle loro ex colonie. Terzo, non subordina la cooperazione a parametri politici quali democrazia e trasparenza. L’unica condizione è l’assenza di rapporti con Taiwan. Quarto, la Cina finanzia tutte le infrastrutture necessarie: dalle dighe alle strade alle ferrovie e le costruisce efficientemente con la propria manodopera. Quinto, la Cina è l’ultimo sistema centralizzato al mondo in grado di offrire un “pacchetto di modernizzazione” completo.”[26]

L. Napoleoni ha notato a sua volta che “il modello descritto da Michel si ritrova dovunque in Africa, dove si scontra con quello tradizionale occidentale. In Guinea la Exim Bank of China finanzia dalle miniere di bauxite alle dighe per le centrali idroelettriche necessarie per far funzionare le raffinerie, alle ferrovie per trasportare il prodotto finito. Ai concorrenti americani nello stesso Paese interessa invece solo la bauxite, non hanno nessuna voglia di finanziare le raffinerie perché sostengono che non c’è abbastanza elettricità per farle funzionare, e questo nonostante i siti ideali per erigere dighe e centrali idroelettriche siano almeno 122. Dateci la materia prima, al resto pensiamo noi: questo l’approccio predatore dei Paesi ricchi, i cinesi invece costruiscono l’infrastruttura necessaria. E poi ci domandiamo perché i contratti più appetitosi vadano a loro.

L’atteggiamento degli occidentali non è molto cambiato dai tempi delle colonie, Pechino invece, anche a causa della ferita ancora aperta della propria colonizzazione, fa molta attenzione a comportarsi da pari”.[27]

Sempre sotto questo aspetto, un recente libro scritto dall’anticomunista D. Brautigam (“The Dragon’s gift”) ha ammesso l’esistenza delle reali opportunità offerte dal nuovo impegno multilaterale di Pechino, certo non immune da limiti ed errori, in Africa. Ad esempio l’autrice ha riconosciuto che gli aiuti cinesi al continente non si limitano certo alle nazioni più ricche di risorse, ma che il flusso riguarda invece l’intera zona, dall’Algeria fino ad arrivare allo Zimbabwe, mentre molto spesso i crediti forniti dalla Cina ai diversi paesi africani prevedono un vantaggioso rimborso dilazionato in molti anni, attuato proprio con le esportazioni effettuate verso Pechino dalle nazioni del cosiddetto “continente nero”: come ad esempio farà il Ghana, con i 10,4 miliardi di dollari di finanziamento decennale che ha iniziato a ricevere (e riceverà nei prossimi anni) a partire dalla stipulazione di un grande accordo con la Cina, firmato il 25 settembre del 2010.

Persino secondo un editoriale contenuto nell’iperborghese Financial Times del 25 agosto 2010, gli investimenti cinesi in Africa ormai offrono al continente “nuova speranza” ed un modo alternativo di progresso, mentre invece la strategia occidentale “non ha spezzato il circolo vizioso del sottosviluppo in Africa”. Parole chiare, tra l’altro per una volta basate su fatti concreti: non a caso il presidente del Sud Africa Jacob Zuma, in visita a Pechino sempre a fine agosto 2010, ha dichiarato come non corrispondono assolutamente al vero le teorie occidentali sul presunto “neocolonialismo cinese” nel continente, firmando simultaneamente e non a caso proprio con la Cina ben sedici accordi economici assai vantaggiosi (prestiti a tasso zero, investimenti cinesi nel settore educativo e sanitario, nelle infrastrutture del Sud Africa, ecc.) per il paese africano.

Per quanto riguarda le relazioni commerciali e l’interscambio politico-economico formatosi tra Cina e America Latina/Asia, non sono state ancora rivolte accuse di imperialismo e neocolonialismo a Pechino; i governi delle aree geopolitiche in esame hanno anzi espresso, di regola, del sincero rispetto nei confronti della politica (politica economica) svolta dalla Cina Popolare nei loro confronti, mentre il Venezuela, Cuba socialista ed il nuovo Nepal – dopo la primavera del 2008 – hanno manifestato sicuramente un sincero apprezzamento nei confronti delle loro relazioni multilaterali con il gigantesco paese asiatico, a partire dal lato economico, commerciale e finanziario, ma non limitandosi ad esso.

Non è certo un fenomeno casuale, dato che la Cina non ha mai cercato di strangolare e ricattare economicamente le nazioni dell’ipersfruttato Terzo Mondo. Per utilizzare due soli esempi, il feroce blocco economico e finanziario (oltre che politico) contro Cuba non è stato certo esercitato da Pechino, ma da un’altra nazione molto vicina alle coste cubane; a sua volta il boicottaggio commerciale e le sanzioni economiche contro l’Iran non provengono certo dalla Cina Popolare, che proprio nel gennaio 2009 ha invece firmato con Teheran un nuovo importante accordo in campo energetico, di durata pluridecennale.[28]

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[1] L. Napoleoni, “Maonomics”, pag. 289, ed. Rizzoli

[2] G. Gattei, “L’imperialismo di oggi: China export”, in Contropiano nr. 4 del 2008, pag.2

[3] V. I. Lenin, “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, cap. VII, ed. Editori Riuniti

[4] R. Sidoli, M. Leoni, “Cina: socialismo o capitalismo”, parte I

[5] G. Gattei, Contropiano, op. cit.

[6] “Foreign Investment in China, in www.uschina.org.2007”, febbraio 2007

[7] K. Gruppioni, “Investimenti stranieri?Ancora si, grazie?”, 24/10/08, in club.quotidianonet.ilsole24ore.com/gruppioni

[8] H. Jafffe, “Caos o ordine in Cina”, in Proteo, n. 1 del 2008

[9] “Foreign Investment in China. Forecast 2008”, in www.uschina.org, febbraio 2008

[10] R. Oriani e R. Staglianò, “I cinesi non muoiono mai”, pag. 13-14, ed. Chiarelettere

[11] “Foreign Investment in China. 2007”, op. cit.

[12] Fonte:Unctad, WIR 2008, in www.centroestero.org e www.scipol.unito.it/materiale_corsi

[13] Unctad, op. cit.

[14] E. Scimmia, “Per l’America Pechino è un partner terribile ma decisivo”, 14 ottobre 2008, in www.loccidentale.it

[15] “77a Relazione annuale della Rri, cap. VI, giugno 2007, in www.economia.unimore.it

[16] Il Manifesto, 10 gennaio 2005, “La Cina compra sempre meno deficit USA”, pag.3

[17] english.peopledaily.com.cn. “Sino-african trade top 100 billion USD in 2008”, 22 dicembre 2008

[18] english.peopledaily.com.cn. 22 dicembre 2008, op. cit.

[19] english.peopledaily.com.cn. “China net to reduce assistance to Africa despite financial crisis”, 19 dicembre 2008

[20] Guo Quian ,“I dieci anni di cooperazione tra Africa e Cina spaventano l’occidente”, in www.contropiano.org dicembre 2010

[21] China Digital Times, luglio 2008, “China narrows Africa’s infrastructure deficit”

[22] F. Rampini, “Occidente estremo”, p 67, ed. Rizzoli

[23] vedi www.megchip.info, 8 novembre 2006, “Cina: la globalizzazione ha partorito il suo mostro”

[24] English.peopledaily.com.cn. 20 gennaio 2009, “Angola becomes China’s largest African trade partner”

[25] “UN: create Darfour recovery founds for sudanese oil revenue”, 18 marzo 2007 in www.hrw.org

[26] L. Napoleoni, “Maonomics”, pag. 286, ed. Rizzoli

[27] L. Napoleoni, op. cit., pag. 286/287

[28]english.peopledaily.com.ch, “CNPC to develop Azadegan oilfield”, 16 gennaio 2009