Cina e India, l´anno dei record le “tigri asiatiche” sono tornate

Il 2006 sui mercati internazionali resterà segnato dal trionfo della Cina e dei suoi vicini, con un singolare elenco di record e di sorpassi storici. La Borsa di Shanghai è la regina assoluta per il rialzo annuo (121%). L´Asia ha superato per la prima volta gli Stati Uniti per il volume di capitali raccolti attraverso i nuovi collocamenti delle Borse. La più grossa banca cinese (Icbc) ha sorpassato la Bank of America per dimensione, diventando la seconda banca del mondo. Intanto l´India accelera la sua crescita e il 2007 secondo alcune merchant bank occidentali potrebbe passare in testa alle classifiche mondiali per l´aumento del Pil. Questi record segnalano anche nuovi rischi (la Borsa di Shanghai è fra le meno trasparenti del mondo, ora un suo crac potrebbe avere gravi conseguenze sulle economie occidentali) e insieme nuove responsabilità: la Cina non può restare fuori dal G8 come se fosse ancora un paese emergente, né può mantenere a lungo la sua moneta inconvertibile. Europa e Stati Uniti le chiedono di rivalutarla per alleviare gli squilibri commerciali.
I rischi per il momento non preoccupano gli investitori attratti dal miracolo asiatico. Il 2006 sarà ricordato come l´anno in cui i mercati hanno superato di slancio le loro antiche diffidenze verso la Cina. Nel quinquennio precedente la Borsa di Shanghai aveva spesso deluso le aspettative, surclassata da altri listini emergenti come l´indiano. L´anno scorso invece ogni dubbio sulla Cina è stato dimenticato. Se misurato rispetto al suo minimo toccato nel giugno 2005, il 31 dicembre 2006 lo Shanghai Composite Index ha messo a segno un rialzo del 157%. La Cina si è conquistata il primato delle Borse mondiali superando altri mercati emergenti come la Russia (+60%), l´India (+47%) e il Brasile (+33%). A determinare l´euforìa ha contribuito la nuova ondata di privatizzazioni parziali lanciate dal governo di Wen Jiabao, con il collocamento in Borsa dei colossi bancari Icbc e Bank of China. L´anno scorso le “matricole” appena quotate a Shanghai e Shenzhen hanno raccolto capitali per 50 miliardi di dollari. Nelle grandi banche gli investitori stranieri hanno avuto un posto importante. Goldman Sachs, American Express e Allianz hanno comprato il 10% del capitale della Icbc (Industrial and Commercial Bank of China) investendo 3,8 miliardi di dollari. Alla chiusura dell´anno la loro quota aveva moltiplicato il valore quasi sette volte, a 25 miliardi di dollari. La Icbc infatti è stata uno dei motori del rialzo di Borsa cinese, balzando fino a 250 miliardi di capitalizzazione. Con questo valore la banca di Stato di un paese comunista ha superato uno dei simboli storici del capitalismo Usa, la Bank of America fondata nel 1930 a San Francisco dall´immigrato italiano Amedeo Peter Giannini. Oggi solo una banca americana, la Citigroup, continua ad avere un valore superiore alla cinese, di poco. L´exploit della Icbc, che ha 18.000 sportelli e 150 milioni di depositanti, è anche il frutto di una ristrutturazione del sistema bancario cinese a cui lo Stato ha versato 163 miliardi di dollari per ripulire i bilanci da una montagna di sofferenze e crediti a rischio. Lo stesso governo ha varato all´inizio del 2006 un´altra riforma decisiva per migliorare il clima di fiducia, cioè l´autorizzazione a mettere sul mercato i due terzi delle azioni delle azioni delle società, che fino a quel momento non potevano essere cedute. Un´altra riforma molto attesa potrebbe vedere la luce quest´anno: l´equiparazione del trattamento fiscale per gli utili delle società straniere (finora favorite) e quelle cinesi, con un´aliquota unica del 25% eguale per tutti. E´ un provvedimento di semplificazione e di equità che può spianare la strada al successo di altre privatizzazioni parziali, China Life (assicurazioni), PetroChina (energia) e Bank of Communications, tre società finora quotate solo all´estero.
Se gli investitori istituzionali americani, giapponesi ed europei sono stati felici di partecipare al “banchetto” della Borsa cinese nel 2006, il vero protagonista del rialzo sono i piccoli risparmiatori cinesi. Nella Repubblica popolare le famiglie continuano ad avere una propensione al risparmio altissima. E´ in parte il retaggio di una società contadina, in parte la precauzione di un paese che invecchia rapidamente senza avere un Welfare State moderno. L´incrocio fra l´immenso giacimento di risparmio privato e l´ancestrale passione per il gioco dei cinesi, fa sì che le famiglie abbiano investito massicciamente in Borsa. L´anno scorso sono stati aperti ben 7 milioni di nuovi conti-titoli presso le banche. L´attrazione per il guadagno speculativo, la scarsa informazione dei risparmiatori, l´arretratezza della corporate governance e dei controlli, il livello elevato di corruzione e di frodi societarie, formano un cocktail esplosivo: il mercato finanziario cinese viaggia sui fili dell´alta tensione, uno choc improvviso potrebbe provocare ondate di panico. Questa volta, a differenza che nel “domino thailandese” del 1997, una crisi finanziaria nata in Estremo Oriente avrebbe ripercussioni ben più poderose sul resto del mondo visto che l´Asia è diventata la locomotiva della crescita globale.
Le fragilità finanziarie del miracolo asiatico però sono compensate da fattori di forza che non esistevano dieci anni fa. La banca centrale cinese ha le riserve valutarie più ricche del pianeta, un arsenale di mille miliardi di dollari per intervenire sui mercati. Dietro l´euforìa finanziaria ci sono economie reali robuste. La Cina è cresciuta del 10,5% nel 2006 e l´anno prossimo le autorità tenteranno nuovamente di raffreddare il boom, riequilibrando gli investimenti in favore delle regioni più povere. Come in una staffetta, l´India a quel punto potrebbe prendere il testimone dalla Cina e passare in testa, almeno secondo le previsioni del Credit Suisse. Un altro “dragone” in ascesa è il Vietnam, con 85 milioni di abitanti e un Pil cresciuto dell´8,2%. In tutta l´area, le ricette cinesi stanno contagiando gli inseguitori: il successo di Pechino ha dimostrato che è vincente un modello economico che conceda ampio spazio agli investimenti esteri, riduca il protezionismo, difenda la proprietà privata e la libertà d´impresa.
Le dimensioni e la forza della Cina comportano ormai un riesame delle sue responsabilità nell´economia globale. Finora il governo di Pechino ha respinto con successo i tentativi americani ed europei di cooptarlo come membro permanente del club dei grandi, allargandolo così a un G-9. I cinesi sono sospettosi quando l´invito a sedersi attorno a un tavolo prelude palesemente a una lista di richieste. Il rallentamento dell´economia americana accentuerà le pressioni su Pechino perché rivaluti la sua moneta, il renminbi o yuan. Nell´ultimo anno e mezzo, da quando ha abbandonato il cambio fisso, il governo di Wen Jiabao ha lasciato che lo yuan si rivalutasse del 5,5%. E´ ancora troppo poco perché l´aggiustamento del cambio contribuisca a riassorbire almeno in parte l´avanzo commerciale cinese. Il governo di Pechino lo sa e conosce i vantaggi della rivalutazione: essa aumenterebbe il potere d´acquisto dei consumatori, favorendo così una crescita meno dipendente dagli investimenti industriali. Ma ci sono settori manifatturieri cinesi i cui margini di profitto sono esigui. Questi temono la rivalutazione perché dietro l´angolo c´è la concorrenza indiana, e vietnamita. Nell´economia globale c´è sempre qualcuno che può scoprirsi più cinese dei cinesi.