Cile, al voto con incertezza

Sembrava certa la vittoria della candidata di centrosinistra, Michelle Bachelet, invece nei sondaggi avanzano a sorpresa i candidati di destra e quello umanista, espressione della sinistra antagonista

Il candidato alle presidenziali in Cile dell’Il dicembre, Joaquin Lavin, promette ali ai suoi concittadini nel caso lo eleggano. «Il mio impegno è che tutti i cileni abbiano ali per raggiungere la felicità», spiega nel suo programma Alas para todos, specificando poi di che ali si tratti nella lunga sfilza di progetti che intitola, appunto, alas para: ali per le famiglie, ali per la media impresa, ali per gli evangelici, ali per le popolazioni originarie, e così via. La metafora è rafforzata dalle belle immagini di ragazzi e bambini che sembrano sul punto di spiccare il volo, lo sguardo ispirato così come è ispirato, benché vacuo, il tono dei programmi. Eppure Lavin, candidato storico della coalizione di destra Alianza por todos e membro del partito Udi (Union democratica independiente), ha perso consensi.
I sondaggi che all’inizio della campagna elettorale lo davano secondo, adesso lo vedono retrocedere in terza posizione con il 21 per cento e al suo posto ecco avanzare l’altro candidato della destra, Sebastian Pinera: l’uomo nuovo di Renovacion nacional (l’altro partito dell’Alianza), magnate carismatico e dal sorriso aperto che sei mesi fa, di punto in bianco, decise di dedicare il suo futuro al Paese anziché godersi la vita (come spiega nel suo blog) e si buttò in una campagna elettorale talmente aggressiva da avere conquistato un consenso del 22 per cento. D’altronde, anche la favorita Michelle Bachelet, socialista della coalizione di centrosinistra (la Concertacion), ha perso parecchio terreno. Se qualche mese il suo consenso aveva toccato il 44 per cento dell’elettorato cileno, adesso sembra sia appena del 39 per cento.
Lavin, dicono, paga il fatto di non avere mai preso davvero le distanze da Pinochet, figura ormai scomoda per quasi tutti i cileni. Alla Bachelet si rimprovera una certa mancanza di grinta in campagna elettorale, il nervosismo durante i dibattiti pubblici, la poca aggressività di fronte alla verve scatenata degli avversari. Insomma, se fino a oggi i risultati delle urne erano dati per certi, con un possibile ballottaggio tra i due rappresentanti più autorevoli di destra e sinistra, adesso è tutto più incerto. Intanto lo scenario si allarga e i riflettori si spostano su candidati sui quali nessuno avrebbe scommesso, qualche mese fa.
Oltre a quel Pinera dal piglio marpione, ecco farsi largo infatti, nella battaglia pre elettorale, un Tomas Hirsch del Partito umanista, dai modi decisi e dalla lingua pronta e leader di Juntos podemos mas, la più ampia alleanza politica mai vista in Cile dai tempi di Allende: circa 50 organizzazioni dalla Sinistra cristiana al Partito comunista. Il consenso di Hirsch non è per il momento pericoloso, ma è salito dal 3,5 per cento al 5,2 per cento nei sondaggi realizzati subito dopo il dibattito pubblico trasmesso in ottobre dalla Cnn in tutta l’America Latina, il primo che abbia visto confrontarsi i quattro candidati penalizzando i favoriti e premiando gli uomini nuovi.
Michelle dovrebbe buttare finalmente uno sguardo a sinistra, così ha spiegato un senatore socialista la debade della candidata e Hirsch dal canto suo ha aggiunto che i giochi non sono fatti, che Juntos podemos mas può crescere ancora e che con questa crescita dovrà fare i conti il candidato vincente.
I continui ribaltoni delle alleanze elettorali dimostrano soprattutto una cosa: che i cileni sono contenti, ma non così tanto della linea politica seguita dal governo della Concertazione guidato da Ricardo Lagos negli ultimi cinque anni e di cui la Bachelet rappresenta la continuità e che il Paese più solido dell’America Latina, il ventiduesimo al mondo per competitività economica (per fare un paragone, l’Italia si trova al quarantesimo) non si accontenta più di essere additato al mondo come il giaguaro del Subcontinente, ma aspirerebbe legittimamente ad altro: per prima cosa a eliminare quella disuguaglianza tra ricchi e poveri che lo collocano tra i Paesi più squilibrati al mondo, in cui il 10 per cento della popolazione più ricca possiede il 47 per cento delle entrate e il 10 per cento più povero ne detiene appena l’1,2 per cento.

Finita la transizione. Il governo Lagos ha ottenuto molti e importanti risultati come la gestione intelligente del processo di transizione verso la democrazia che, cominciato nel 1988 con la fine della dittatura, è terminato in settembre con l’approvazione della nuova Costituzione (rimandata per anni, quest’ultima cancella finalmente quella promulgata da Pinochet che attribuiva tra le altre cose all’ esercito il ruolo di garante della costituzionalità). E però è difficile per le classi medie e basse dimenticare l’incertezza professionale ed economica e quella voragine che separa ricchi e poveri, il fatto che i poveri sono un po’ troppi e troppo malmessi per un Paese moderno. A suo modo non c’è candidato che non affronti il problema. Ma i programmi non sono chiari, dicono i più disincantati, mancano proposte radicali. Quelli elaborati finora sono un palliativo. Perfino il programma, della candidata di centrosinistra. Progressista e pragmatica, la Bachelet ammette che la globalizzazione porta con sé insieme a molti vantaggi anche cose negative, come la penalizzazione delle medie e piccole imprese e la emarginazione di molte fasce sociali. Però il modello economico cileno, quello di libero mercato, non lo mette in discussione.
«Dobbiamo assicurarci che l’economia continui a crescere. Se lo faremo, questa prosperità ci aprirà il cammino per lasciare indietro la povertà e migliorare il tenore di vita dei cileni. Il Cile ha deciso di partecipare alla globalizzazione, non abbiamo alternative migliori», spiega tra le altre cose il suo programma, che per il resto è dedicato in gran parte alla lotta alla diseguaglianza e alla povertà. Lo Stato deve accompagnare il cittadino dall’infanzia alla vecchiaia, promette la candidata, e accudire quelli che stanno peggio. Dichiara di volere utilizzare il 2 per cento del Pil per realizzare il progetto che combatterà l’evasione fiscale e arriverà ad aumentare le imposte se quei soldi non basteranno. Ha attivato ben 50 commissioni tecniche per l’elaborazione del programma. Ha previsto riforme in tutti i settori della vita pubblica, vuole investire risorse nell’ educazione, nella tecnologia, nella formazione professionale, istituire quote in politica per le donne. Riforme, dice la sinistra radicale. Niente di strutturale. È così, forse, che Hirsch prende piede, e guadagna consensi a sinistra.
Nonostante abbia perso terreno, la Bachelet gode di molta credibilità. Lo dimostra il fatto che, pur essendo donna e anche divorziata, madre di tre figli da uomini diversi nessuno dei quali vive con lei, sia la favorita alle presidenziali in un Paese conservatore e machista. Figlia di Alberto Bachelet, ufficiale di centrosinistra che si occupava, nel governo Allende, della distribuzione degli alimenti e venne ucciso dalla dittatura, lei stessa passò insieme alla madre qualche tempo nella famigerata Villa Grimaldi, il campo di concentramento più famoso del Cile. Uscita miracolosamente da quell’inferno, per quattro anni visse in esilio e quando tornò nel suo Paese si laureò in medicina e poi in Studi politici e strategici in Cile e a Washington, ricoprì vari incarichi pubblici (fu anche consulente dell’Oms) e alla fine diventò ministro della Salute e poi della Difesa nel governo Lagos, la prima donna alla guida di quel dicastero in America Latina. Ha gestito con vigore i due ministeri ed è uscita indenne da uno scandalo per corruzione che, nel 2003, aveva scosso la credibilità della Concertazione. Tra i suoi meriti c’è stato quello di avere riconciliato le Forze armate con la società civile.
Ovviamente i suoi detrattori hanno speculato parecchio sulla affidabilità della candidata, data la sua poco ortodossa situazione personale, inoltre le sue posizioni a favore di alcuni diritti civili sono giudicate troppo avanzate dai conservatori. Per esempio quel suo battersi tanto per i gay. Nel suo programma accoglie tutte le più importanti richieste di questi ultimi, come il riconoscimento delle coppie di fatto e la lotta alla discriminazione sessuale sia nelle scuole che sul lavoro.

Le 50 promesse. Anche Sebastiano Pinera ha fatto della lotta alla diseguaglianza sociale il proprio cavallo di battaglia, ma a modo suo. Il suo blog, l’unico – dice – a non censurare alcun intervento, nemmeno quelli più polemici, è un’appassionata dichiarazione d’intenti del tutto estemporanei, organizzata in maniera vaga. Pinera promette mezzo milione di nuovi posti di lavoro (in Cile la disoccuazione supera l’8 per cento), la risistemazione del Parco Tantauco nell’isola di Chiloé, la valorizzazione dei 140 mila insegnanti cileni che invita ad aprire «le loro scuole e le loro anime al mondo», tuona contro il programma televisivo Konita che stordisce i cileni con le sue fesserie sentimentali, garantisce la costruzione di nuovi centri sportivi perché è un fanatico dello sport. Offre al suo pubblico una destra rinnovata e democratica che ha rotto i ponti con il passato dato che lui stesso – non smette di dichiarare – ha votato contro la rielezione di Pinochet nel 1988. È un paladino dei diritti umani, assicura, e in sei mesi ha mostrato straordinarie doti di comunicatore: i programmi televisivi lo mostrano abbracciato a pescatori e poveracci, abbarbicato alle patronesse dell’associazione dei malati terminali che gli hanno già garantito il voto. È dotato di un certo aplomb, tanto che ha ringraziato pubblicamente The Clinic, la popolarissima rivista satirica cilena che lo massacra in ogni numero, per la pub. blicità gratuita che gli sta facendo.
Il suo curriculum professionale d’altro canto non fa una piega. Economista brillante con master a Harvard ed ex senatore, è uno degli uomini più ricchi del Cile anche se ricorda di continuo di essere il tipico prodotto della classe media. Adesso però è il proprietario del canale televisivo Chilevision, e presidente della compagnia aerea Lan Chile, tra le altre cose. Tra le priorità del suo programma c’è la tutela delle minoranze evangeliche, un colpo da maestro dato che i protestanti da qualche anno crescono esponenzialmente e ora rappresentano il 15 per cento della popolazione cilena.
E infatti anche Joaquin Lavin si fa in quattro per gli evangelici, nonostante sia un uomo dell’Opus dei, cattolico fervente sposato da 29 anni con la stessa donna e padre di sette figli. L’immagine di Lavin si è un po’ logorata non solo per la sua anacronistica devozione a Pinochet, ma anche perché alcuni uomini del suo partito erano stati incriminati qualche tempo fa in quanto coinvolti in una rete di pedofilia. È un economista di spicco, con un passato di Chicago Boy e una storia politica di sindaco di Santiago a partire dal 2000, cioè da quando perse per poco al ballottaggio la competizione con Lagos. Esponente della destra più ortodossa e più dura, centra il suo programma in gran parte sulla lotta alla delinquenza. È convinto che quest’ultima, aumentata del 123 per cento dal 1990, sia il problema più grave del Cile. Accusa i governi precedenti di non essere riusciti a limitarla, promette misure dra. stiche e la nomina di 12 mila nuovi effettivi nelle forze di polizia. Si tratta solo di una delle 50 promesse che fa al Paese, nel caso venga eletto. Le altre sono riforme per la classe media, per i giovani, per la famiglia, in poche parole per chiunque abbia voglia di credergli e di votarlo.