Ciampi e D’Alema alla prova

Condivido pienamente la preoccupazione – che da molti sintomi avverto assai estesa nell’opinione democratica del paese, anche molto più estesa di quanto finora sia trapelato sulla stampa – per le possibili conseguenze negative della tendenza a un lungo rinvio, praticamente sino all’estate, del conferimento dell’incarico di formare il nuovo governo al leader della coalazione uscita vincente dal voto di domenica scorsa.
Comprendo, naturalmente, la complessità dell’intreccio delle scadenze che si aggrovigliano nel cosiddetto «ingorgo istituzionale»; e capisco molto bene le ragioni di cautela che possono sospingere il Presidente Ciampi ad evitare di prendere proprio alla scadenza del mandato una decisione così importante come la designazione del nuovo premier, lasciandola perciò al suo successore. Sembra a me, tuttavia, che nessuna di queste considerazioni può far passare in seconda linea il fatto che il rinvio determina il protrarsi di un vuoto politico che appare tanto più inquietante per l’asprezza delle contrapposizioni che hanno contraddistinto la campagna elettorale appena conclusa: una campagna non a caso apparsa come la più preoccupante per la tenuta della democrazia repubblicana in tutto il lungo periodo che va dal ’46 ad oggi. Anche per questo sarebbe un vuoto politico rispetto al quale non è certo un motivo di rassicurazione il fatto che rimangano in carica, per l’ordinaria amministrazione proprio un governo e un presidente del Consiglio che esplicitamente hanno contestato e contestano i risultati delle elezioni.
A questo proposito ha scritto ieri Valentino Parlato su questo giornale che Berlusconi non è uomo da rassegnarsi facilmente alla sconfitta, e che c’è perciò da aspettarsi che usi il potere di cui dispone finché resterà in carica per cercare di conseguire uno di questi due obiettivi: o portare sino in fondo la campagna per cercare realmente di annullare l’esito delle elezioni o usare questa minaccia per costringere lo schieramento di centro-sinistra a trattare per una soluzione di compromesso. L’offerta di D’Alema di aprire colloqui per la successione al Quirinale sembra dimostrare che almeno nella seconda direzione l’offensiva di Berlusconi ha già aperto una breccia.
E’ mia convinzione, invece, che sarebbe un grave cedimento per la democrazia italiana se prevalesse la ricerca di ambigui compromessi in nome di una malintesa «unità nazionale». E’ bene ricordare, perciò, l’unico precedente di una crisi di questo tipo nella storia dell’Italia repubblicana: quello che si determinò all’indomani del voto referendario del 2 giugno 1946 per la scelta tra monarchia e repubblica, quando le forze monarchiche minacciarono un ricorso contro il risultato a favore della repubblica e Umberto di Savoia parve intenzionato ad appoggiare tale linea, col rischio di creare un clima da guerra civile. Decisiva fu, in quel momento, la fermezza di De Gasperi, allora Presidente del Consiglio. Non solo De Gasperi non si lasciò intimidire, ma con l’appoggio delle altre grandi forze antifasciste, innanzitutto di comunisti e socialisti (fu la premessa del confronto e del voto unitario per la nuova Costituzione) operò perché fosse subito proclamato l’esito del voto che istituiva la Repubblica e perché anche Umberto prendesse atto della scelta compiuta dagli italiani.
E proprio la limpida fermezza di cui in quel momento diede prova De Gasperi (che pure non era certamente un rivoluzionario e neppure un «ultrà» di sinistra) deve oggi caratterizzare, da parte di tutte le forze sinceramente democratiche, una linea di difesa dell’esito del voto, contro ogni manovra – intrinsecamente eversiva – volta a metterlo in discussione. Di questo c’è bisogno per segnare non solo la fine del governo Berlusconi ma il superamento del berlusconismo. Non si può infatti sottovalutare che in questi ultimi anni, e in particolare – non a caso – nel corso della campagna elettorale, molti segni nella vita del paese e negli orientamenti dell’opinione pubblica, hanno dato la sensazione del riemergere della pulsioni limacciose di una vecchia Italia retriva e profondamente asociale. Questa tentazione eversiva torna anche oggi ad affacciarsi. Non basta perciò battersi per un cambio di governo. Questa battaglia può essere davvero vincente solo se è sorretta da una mobilitazione della coscienza democratica che produca un più robusto senso civico e una più diffusa consapevolezza dei valori di pieno rispetto della legge, di moralità pubblica e di solidarietà che debbono essere fondamento di uno Stato realmente democratico. La difficile prova che in questo momento il paese attraversa deve essere l’occasione perché questa mobilitazione caratterizzi il passaggio a una nuova fase della storia dell’Italia repubblicana.