Chiaro e scuro

Due sono gli errori che non si possono commettere sulla mozione unitaria della sinistra per il ritiro dall’Iraq. Giudicarla come un «tradimento» o assumerla come «oro colato». Non è un tradimento, lo si avverte dal testo. Chi ha lavorato per una dimensione minimamente rappresentabile dell’unità a sinistra sui nefasti risultati della guerra, ha speso bene il suo tempo. Perché? Perché, subito, la mozione è stata interpretata come un buon risultato dal vosto popolo che ci ostiniamo a considerare sinistra sociale diffusa che muove le leadership dei partiti. Ma ci sono novità. Il governo vota la sua mozione che fa restare le truppe italiane e che grida – quella sì – al tradimento patrio e che, con Berlusconi, lancia un monito (a se stesso?): «Se non siamo in grado di mantenere le promesse, meglio andare a casa». Appunto. Inoltre per la prima volta appare quella richiesta di «sostituzione delle truppe occupanti» con le forze sotto egida Onu «chiaramente percepite come forza di pace», vale a dire che l’arruolamento della Nato, in un primo tempo auspicata da Fassino, non è passata. Uno smacco non a caso accusato, duramente, da Rutelli che non ha nemmeno votato. E invece ha un grande valore il fatto che ieri 200mila firme che insistono per il ritiro delle truppe italiane siano state presentate da parlamentari che hanno voluto la mozione unitaria, ma anche si battono per la manifestazione del 30.

Detto tutto questo, appare altresì evidente che esultare è fuori luogo. Perché? Perché la mozione, unitaria – una mediazione – lascia irrisolti contenuti grandi come macigni. Non è un caso che la destra del centrosinistra ribadisce che in un contesto diverso – Kerry presidente? – le nostre truppe possono rimanere, in guerra, in Iraq. Ritorna la guerra «di sinistra», «buona», «umanitaria». Ecco i punti ambigui che non autorizzano l’euforia. In primis, il ritiro. Assumerlo alla fine di un processo e non come il primo punto è un errore. E la conferenza internazionale aperta a forze «interessate», rischia l’esclusione di quella resistenza che pure s’interroga su uno sbocco politico al caos della guerra di Bush. Infine, il «libero svolgimento delle elezioni» appare come assunzione dello status quo, di quel governo Allawi garante per le forze d’occupazione Usa di una transizione predeterminata dai governi «ombra», prima di Bremer ora dell’ambasciatore Negroponte.