Chiara, fresca e dolce per tutti

«Finalmente a Città del Messico è esploso lo spirito di Caracas e delle giornate del Forum Italiano a Roma. I vecchi steccati delle reti preesistenti, le piccole patrie e le piccole competizioni si stanno via via abbandonando. I movimenti reali si stanno confrontando orizzontalmente e dal basso disegnano le strategie, i percorsi e gli appuntamenti futuri. La dichiarazione di Caracas sta diventando la carta di riferimento di tutti i movimenti. Inoltre le centinaia di realtà locali messicane, che hanno dato vita alla manifestazione dei 100 mila, emergono per la prima volta come un fiume carsico, lasciando sorpresi gli stessi organizzatori, e stanno diventando le vere protagoniste del forum alternativo, assieme alla consapevolezza dei movimenti boliviani, venezuelani e uruguayani della grande partita che si gioca con la costituzione di un grande movimento internazionale sull’acqua e con lo spostamento a sinistra di tutto il continente Latinoamericano».
Così scrive Emilio Molinari del Contratto Mondiale dell’acqua dal Messico, dove ha seguito i lavori del Forum alternativo per la difesa dell’acqua che si è tenuto dal 14 al 19 marzo in contemporanea con il IV Global Water Forum targato Nazioni Unite. Traspare, dalle sue parole, l’entusiasmo che si prova in quei fortunati momenti in cui la lotta locale si salda con quella globale e il movimento dei movimenti porta a casa alcune decisive vittorie, naturalmente oscurate dai media.

Comunque, anche se nessun canale italiano si è degnato di trasmettere nemmeno un fotogramma della marcia dei centomila e ben pochi fortunati hanno potuto leggerne, come scrive Molinari il clima è decisamente cambiato, e perfino i sacerdoti del credo liberista – leggi Banca Mondiale e Parlamento europeo, dove il 15 marzo è stata approvata una risoluzione che riconosce l’acqua come diritto umano e come bene pubblico – hanno dovuto imparare a masticare il linguaggio del movimento: una lingua che parla di diritti e non di merci, di persone e non di corporation le quali, come hanno dovuto ammettere anche i superburocrati e i loro cantori – basti un’occhiata al Financial Times di ieri – non sono state capaci di assicurare l’accesso alle risorse idriche di 1 miliardo e 400 mila persone. Così, anche se l’opinione pubblica viene accuratamente tenuta all’oscuro, i decisori politici di ogni paese sono avvertiti: con una simile mobilitazione planetaria non sarà più tanto facile convincere i cittadini che la privatizzazione degli acquedotti è la cura per ogni male.

Di certo sono stati avvertiti i negoziatori che, in quel di Ginevra, lavorano alacremente per portare a compimento il Doha Round, ovvero quel ciclo di negoziati che, dopo Hong Kong, doveva sancire la totale liberalizzazione dei servizi, compresi quelli relativi alle forniture idriche. Eppure, malgrado le minacciose promesse di dicembre, tutta la partita relativa all’acqua è stata lasciata fuori, segno che, nonostante la censura, al Wto il messaggio è arrivato forte e chiaro.

Del resto, nella dichiarazione congiunta diramata a conclusione dei lavori dal Forum dei movimenti, viene chiesta a chiare lettere «l’espulsione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, e di ogni accordo internazionale di libero commercio e investimento, sia bilaterali che multilaterali, dall’acqua» e l’abolizione di quell’aberrazione giuridica che è la Corte internazionale per la risoluzione delle controversie relative agli investimenti, organismo pensato per costringere i governi a risarcire i “mancati futuri profitti” delle imprese che sono state scacciate a furor di popolo, come avvenuto a Cochabamba e non solo. E perché sia davvero possibile «che ogni essere umano abbia accesso e diritto all’acqua, di buona qualità ed in quantità sufficiente per l’igiene e l’alimentazione» a «nessuna impresa, governo o istituzione internazionale» deve essere consentito di «interrompere per morosità il servizio idrico per consumo domestico».

Smettiamola quindi con i vari e costosi Global Water Forum dove si danno appuntamento le grandi imprese multinazionali, le istituzioni finanziarie internazionali e le grandi potenze mondiali. Al contrario è necessario al più presto «recuperare e promuovere la gestione pubblica, sociale, comunitaria, partecipativa e integrale dell’acqua» per invertire la disastrosa tendenza di questi ultimi anni che proponeva, come unica cura alla penuria, la mercificazione dell’oro blu e la sua consegna alle grandi multinazionali dell’acqua come Suez, Danone e Vivendi.

La strada per l’altra acqua possibile, invece, passa per quel misto di locale e globale che è l’anima stessa del movimento dei movimenti. Il Forum si propone infatti di «promuove l’educazione e l’organizzazione comunitaria su uso e consumo responsabile e sostenibile dell’acqua» e insieme «promuovere l’organizzazione di reti tra enti di gestione pubblica e di qualità dell’acqua che funzionino su basi democratiche, attraverso lo scambio di esperienze e condividendo conoscenze tecniche, formazione, schemi e proposte di finanziamento, per il consolidamento di un modello pubblico, sociale, comunitario e partecipativo».

Per una volta sembra che la giornata mondiale dell’acqua non debba essere ricordata soltanto con il solito, tragico elenco di fallimenti e di vittime – che pure ci sono se dopo tante promesse sono ancora 34 mila le persone che ogni giorno muoiono per colpa dell’acqua contaminata. Il concetto dell’acqua come diritto universale comincia «carsicamente» a penetrare il discorso politico, come dichiara Patrizia Sentinelli responsabile ambiente di Rifondazione Comunista: «La netta scelta espressa nel programma dell’Unione di individuare l’acqua e il suo libero accesso come diritto collettivo da garantire attraverso il mantenimento pubblico sia della rete sia del servizio offerto, è un ottimo modo per celebrare la giornata mondiale dell’acqua». Lo dimostra, a livello locale, la clamorosa vittoria di Napoli dove si è proceduto alla ripubblicizzazione dell’acqua respingendo il tentativo di privatizzarla. Gli fanno eco, a livello globale, le dichiarazioni rilasciate ai quotidiani messicani dal presidente del Consiglio mondiale dell’acqua, Loich Fauchion, con le quali annunciava alcuni importanti cambiamenti: la Banca Mondiale finanzierà anche le imprese pubbliche, la gestione dei servizi idrici va decentrata e affidata agli enti locali che ne sono l’autorità legittima e l’ultima parola sulla gestione pubblica o privata spetta alle comunità locali. Che l’infatuazione liberista delle Nazioni Unite sia finalmente passata?