Chi si rivede: la canzone di protesta

La risposta sta scritta nella storia, piuttosto che nel vento: l’esercito di capelloni che durante l’estate del 1969 andò ad imbrattarsi nel fango di Woodstock cambiò il corso della guerra in Vietnam.
Il lamento della chitarra di Jimi Hendrix ferì come le bombe che cadevano sul serio in Indocina, mentre il versetto irridente di Country Joe McDonald diventò l’inno di coscritti e disertori: «And it’s one, two, three, what are we fighting for? Don’t ask me, I don’t give a damn, next stop is Vietnam».
Perché combattiamo? Non me lo chiedere, non me ne frega nulla: la prossima fermata è il Vietnam.
E adesso dov’è lo sdegno? Dove sono le canzoni di protesta del «fronte interno»? Secondo il settimanale di sinistra «The Nation» stanno tornando, e questo potrebbe segnare davvero la fine per l’intervento in Iraq. Subito dopo l’11 settembre anche i musicisti avevano avuto una reazione patriottica. Neil Young aveva scritto «Let’s Roll» in onore delle vittime del volo 93, Paul McCartney «Freedom», e anche «The Rising» di Bruce Springsteen era parso in linea con i sentimenti nazionali. I giovani artisti, in generale, avevano evitato l’argomento: le canzoni politiche sembravano scheletri del passato, e poi non c’era più la leva obbligatoria a scaldare i loro animi.
Quasi cinque anni dopo l’aria sta cambiando, per via dell’Iraq, ma non solo.
Neil Young fra qualche giorno pubblicherà un album intitolato «Living With War», che lo riporterà ai tempi in cui cantava «Ohio», dopo l’uccisione di quattro studenti che manifestavano alla Kent State University nel maggio del 1970. Un brano, tanto per capirsi, si chiama «Impeach the President», e tutti gli altri pezzi sono contro la guerra. A luglio, poi, Young partirà con i vecchi compagni Crosby, Stills e Nash, per un tour di concerti chiamato «Freedom of Speech ’06», libertà di parola 2006. Tra i musicisti che alzano la voce, però, non ci sono solo i reduci della generazione sessantottina come i Rolling Stones. Le Dixie Chicks erano state le prime a criticare Bush, e ora insistono con «Not Ready to Make Nice». Le hanno seguite i Green Day, che hanno scalato le classifiche internazionali con «American Idiot», e ora i Pearl Jam con «World Wide Suicide». Il gruppo punk Anti-Flag si lamenta da anni, ma adesso al suo fianco ci sono pure Moby e Michael Stipe dei R.E.M., che hanno partecipato al concerto «Bring ‘Em Home», riportate a casa i soldati. Persino Pink, la ragazzetta pop che sembrava avere un debole per Bush, ora lo attacca con «Dear Mr. President». Invece il nuovo profeta dell’hip hop, il nero Kayne West, si è scatenato per la gestione dei soccorsi dopo l’uragano Katrina.
Secondo il cantante degli Anti-Flag, Justin Sane, «all’inizio la gente aveva ignorato la guerra, ma ormai non si può più». Era capitato per la cronica apatia delle nuove generazioni, l’impatto emotivo dell’11 settembre, l’assenza della leva militare obbligatoria, il numero relativamento ridotto dei morti americani nel conflitto.
Ora però il sentimento nazionale è cambiato: negli ultimi sondaggi la popolarità di Bush è scesa al 32% e il 55% degli americani considera la guerra un errore, perciò anche i musicisti hanno preso nota. Il «fronte interno» fu quello che determinò la sconfitta in Vietnam, e una ventata di opposizione nella cultura pop potrebbe influenzare il futuro dell’intervento in Iraq.
La canzone di protesta che sta provocando più scandalo, però, non parla dell’Iraq. E’ una versione dell’inno nazionale degli Stati Uniti, «Star-Spangled Banner», incisa in spagnolo da Wyclef Jean, Pitbull, Carlos Ponce e Olga Tanon. Lo hanno fatto su idea del produttore britannico Adam Kidron, per sostenere la rivolta contro le nuove leggi sull’immigrazione da parte dei latini, che il primo maggio vogliono bloccare gli Usa. Persino Bush ha reagito, dicendo che «l’inno va cantato in inglese», perché se la protesta diventasse una canzone non avrebbe più limiti.