Chi salverà la Libia dai suoi salvatori occidentali?

Traduzione di l’Ernesto online

Pubblichiamo volentieri, come contributo al dibattito, l’articolo di due prestigiose figure di rilievo internazionale, impegnate da sempre in prima fila nella lotta per la pace e contro l’imperialismo.
Il contributo è stato scritto prima che i ribelli libici, appoggiati dal fuoco di sbarramento della NATO, facessero irruzione a Tripoli, e non prende ancora in considerazione le tragiche conseguenze di morte e distruzione della conquista imperialista della capitale libica.
L’articolo di Bricmont e della Johnstone è interessante soprattutto per la chiave di lettura che propone per cercare di spiegare l’inerzia e la confusione che hanno paralizzato, in Europa, l’azione della sinistra e del movimento pacifista contro questa nuova impresa coloniale, in proporzioni che non si erano mai verificate in precedenza di fronte ad altre guerre ed aggressioni dell’imperialismo. I due autori prendono in esame la situazione della sinistra francese, su cui esprimono giudizi molto duri. Ma il quadro che ne esce non è molto dissimile da quello che ha caratterizzato anche l’Italia, un paese a poche centinaia di chilometri dalle coste libiche, dalle cui basi sono partite le “missioni” degli aerei carichi di bombe della NATO, in un clima di intossicazione mediatica all’insegna dell’esaltazione dell’imperialismo “umanitario” e di indifferenza quasi generalizzata dell’opinione pubblica.
(l’Ernesto online)

Nel marzo scorso, una coalizione di potenze occidentali e di autocrazie arabe si accordarono per patrocinare quella che veniva presentata come una breve e irrilevante operazione militare per “proteggere i civili libici”.

Il 17 marzo, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la Risoluzione 1973 che ha dato la luce verde a questa particolare “coalizione dei volonterosi” perché cominciassero la loro “guerricciola”, assicurandosi il controllo dello spazio aereo libico che è stato utilizzato in seguito per tutto ciò che tornava comodo alla NATO. I dirigenti della coalizione ovviamente speravano che i cittadini libici pieni di gratitudine approfittassero di questa vigorosa “protezione” per rovesciare Gheddafi che era accusato di voler “uccidere il proprio popolo”. In base alla supposizione che la Libia fosse divisa tra “il popolo” da un lato e “il malvagio dittatore” dall’altro, si sperava che il rovesciamento sarebbe avvenuto in pochi giorni. Secondo il metro di giudizio occidentale, Gheddafi era un dittatore peggiore di Ben Ali in Tunisia o Mubarak in Egitto, che sono caduti senza l’intervento della NATO, di modo che Gheddafi sarebbe dovuto cadere altrettanto rapidamente.

Cinque mesi dopo, tutte le supposizioni su cui si è basata la guerra sono risultate più o meno false. Le organizzazioni dei diritti umani non hanno trovato evidenza dei “crimini contro l’umanità” presumibilmente ordinati da Gheddafi contro il “suo stesso popolo”. Il riconoscimento da parte dei governi occidentali del Consiglio Nazionale Transitorio (CNT) come “unico rappresentante legittimo del popolo libico” si è trasformato da prematuro in grottesco. La NATO ha aperto ed esacerbato una guerra civile che sembra essere giunta a un punto morto.

Ma la guerra continua, per infondata e assurda che sia. E chi la può fermare?

La migliore interpretazione di questa estate la si trova nell’eccellente libro di Adam Hochschild sulla Prima Guerra Mondiale “To End All Wars: A Story of Loyalty and Rebellion, 1914-1918 (Porre fine a tutte le guerre: una storia di lealtà e ribellione, 1914-1918). Ci sono molte lezioni per i nostri giorni in questa storia, ma forse la più pertinente è il fatto che una volta che la guerra comincia, è molto difficile terminarla.

Anche gli uomini che diedero inizio alla Prima Guerra Mondiale hanno sperato che fosse breve. Ma anche quando milioni di persone furono stritolate dalla macchina assassina, e la mancanza di speranza in tutto lo sforzo profuso sarebbe dovuta essere chiara come l’acqua, la guerra andò avanti, trascinandosi per altri quattro miserabili anni. La guerra in sé stessa genera odio e vendetta. Una volta che una “Grande Potenza” comincia una guerra, “deve” vincerla, a qualsiasi prezzo, per sé stessa, ma specialmente per gli altri.

Fino ad ora, il costo della guerra contro la Libia per gli aggressori della NATO è solo finanziario, compensato dalla speranza del bottino nel paese “liberato” che paghi il costo di averlo bombardato. Solo i libici perderanno le loro vite e la loro infrastruttura. E allora chi può fermare la mattanza?

Nella Prima Guerra Mondiale, esistette un valoroso movimento contro la guerra che affrontò l’isteria sciovinista del periodo bellico, portando argomenti a favore della pace. Rischiò attacchi fisici e il carcere.

La descrizione che fa Hochschild dei valorosi uomini e donne per la pace in Gran Bretagna dovrebbe servire da ispirazione. Ma per chi? I rischi che comporta l’opposizione a questa guerra sono minimi rispetto al 1914-1918. Ma fino ad ora un’opposizione attiva è stata appena percettibile.

Ciò vale specialmente nel caso della Francia, il cui presidente Nicolas Sarkozy ha preso l’iniziativa di avviare questa guerra.

Cresce l’evidenza delle morti di civili libici, compresi bambini, causate dai bombardamenti della NATO.

I bombardamenti puntano all’infrastruttura civile, allo scopo di privare la maggioranza della popolazione che vive nel territorio leale a Gheddafi delle forniture essenziali, alimenti e acqua, si sostiene per spingere il popolo a rovesciare Gheddafi. La guerra per “proteggere i civili” si è trasformata apertamente in una guerra per terrorizzarli e tormentarli, affinché il CNT appoggiato dalla NATO possa assumere il potere.

La guerra di Libia sta smascherando la NATO come criminale e incompetente.

Sta anche svelando come la sinistra organizzata nei paesi della NATO sia totalmente inutile. Forse non c’è mai stata una guerra a cui sia più facile opporsi. Ma la sinistra organizzata in Europa non si oppone.

Tre mesi fa, quando la catena televisiva del Qatar, Al Jazeera, lanciò il sensazionalismo mediatico sulla Libia, la sinistra organizzata non esitò un momento ad adottare una posizione ferma. Un paio di decine di organizzazioni di sinistra francesi e nordafricane firmarono un appello per una “marcia di solidarietà con il popolo libico” a Parigi il 26 marzo. In un clima di confusione totale, queste organizzazioni invitarono simultaneamente al “riconoscimento del Consiglio Nazionale di Transizione come unico rappresentante legittimo del popolo libico” da un lato e “alla protezione dei residenti e migranti stranieri”, che in realtà avrebbero dovuto proteggere dagli stessi ribelli rappresentati da tale Consiglio. Mentre appoggiavano implicitamente le operazioni militari di appoggio al CNT, questi gruppi chiamavano anche alla “vigilanza” rispetto alla “doppiezza dei governi occidentali e della Lega Araba” e alla possibile “scalata” delle operazioni.

Le organizzazioni firmatarie di questo appello comprendevano gruppi dell’opposizione in esilio: libici, siriani, tunisini, marocchini e algerini insieme ai verdi francesi, al Partito Anticapitalista, al Partito Comunista Francese, al Partito di Sinistra, al movimento antirazzista MRAP, e ad ATTAC, il movimento ad ampia base popolare critico della globalizzazione finanziaria. Questi gruppi rappresentano virtualmente l’insieme dello spettro politico organizzato francese alla sinistra del Partito Socialista, che da parte sua ha sostenuto la guerra senza neppure fare appello alla “vigilanza”.

Nella misura in cui aumentano le vittime civili dei bombardamenti della NATO, non si vede alcun segnale della promessa “vigilanza rispetto alla scalata della guerra” che viola la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Gli attivisti che in marzo hanno insistito sul fatto che “noi dobbiamo fare qualcosa” per fermare un ipotetico massacro non fanno nulla attualmente per fermare un massacro che non è ipotetico ma reale e visibile, e realizzato da coloro che “hanno fatto qualcosa”.

L’errore di base della gente di sinistra del “noi dobbiamo fare qualcosa” risiede nel significato di “noi”. Se avessero voluto dire in senso letterale noi, l’unica cosa che avrebbero potuto fare era creare qualche specie di brigata internazionale per combattere insieme ai ribelli. Ma, è chiaro, nonostante le affermazioni che “noi” dobbiamo fare di tutto per appoggiare i ribelli, nessuno ha mai pensato ad una simile eventualità.

Per questo, il loro “noi” significa in pratica le potenze occidentali, la NATO e soprattutto gli USA, l’unico con le “capacità peculiari” di condurre una tale guerra.

La gente del “noi dobbiamo fare qualcosa” mescola abitualmente due tipi di richieste: una, che possono aspettarsi che possa essere realizzata realisticamente dalle potenze occidentali: appoggiare i ribelli, riconoscere il CNT come l’unico rappresentante legittimo del popolo libico; e l’altra, che non possono realisticamente sperare che sia accettata dalle Grandi Potenze e che essi stessi sono completamente incapaci di esaudire: la limitazione dei bombardamenti a obiettivi militari e la protezione dei civili, e che si rispetti scrupolosamente il dettato delle risoluzioni dell’ONU.

Queste due richieste sono in contraddizione. In una guerra civile nessuna parte si preoccupa in primo luogo delle sottigliezze delle risoluzioni dell’ONU o della protezione dei civili. Ogni parte vuole vincere, punto e basta, e il desiderio di vendetta conduce spesso ad atrocità. Se uno “appoggia” i ribelli, nella pratica sta dando un assegno in bianco a questa fazione perché faccia qualsiasi cosa che consideri necessaria per vincere.

Ma in tal modo si fornisce anche un assegno in bianco agli alleati occidentali e alla NATO, che forse sono meno assetati di sangue dei ribelli ma che dispongono di mezzi molto più importanti di distruzione. E che sono grandi burocrazie che agiscono come macchine per sopravvivere. Devono vincere. Diversamente avrebbero problemi di “credibilità” (come i politici che hanno appoggiato la guerra), che potrebbe portare alla perdita di finanziamenti e risorse. Una volta che è cominciata la guerra in Occidente non c’è nessuna forza in Occidente, in mancanza di un movimento risoluto contro la guerra, che possa obbligare la NATO a limitarsi a fare quello che permette una risoluzione dell’ONU. Per questo, la seconda richiesta della sinistra cade nel vuoto. Serve solo per provare a quella sinistra che è favorevole alla guerra che le sue sono pure dichiarazioni di intenti.

Appoggiando i ribelli, la sinistra favorevole all’intervento ha distrutto di fatto il movimento contro la guerra. Certamente, non ha senso appoggiare i ribelli in una guerra civile in cui chiedono disperatamente di essere aiutati da interventi stranieri e allo stesso tempo opporsi a tali interventi. La destra favorevole all’intervento è molto più coerente.

Ciò che condividono la sinistra e la destra favorevoli all’intervento è la convinzione che “noi” (vogliono dire l’Occidente democratico) abbiamo il diritto e la capacità di imporre la nostra volontà ad altri paesi. Alcuni movimenti francesi, la cui caratteristica peculiare è denunciare il razzismo e il colonialismo non ricordano che tutte le conquiste coloniali sono state realizzate contro satrapi, principi indiani e re africani che venivano denunciati come autocrati (e lo erano) e non si rendono conto che c’è qualcosa di strano nel fatto che organizzazioni francesi decidano chi sono i “rappresentanti legittimi” del popolo libico.

Nonostante lo sforzo di poche persone isolate, non esiste alcun movimento popolare in Europa capace di fermare o anche solo rallentare l’attacco della NATO. A ottenerlo potrebbe essere solo il collasso dei ribelli, l’opposizione negli Stati Uniti o una decisione delle oligarchie dominanti di ridurre le spese. Ma nel frattempo, la sinistra ha perso la sua opportunità di ritornare alla vita attraverso l’opposizione a una delle guerre più smaccatamente senza scuse della storia. Sarà l’Europa stessa a soffrire per questa bancarotta morale.