Chi, quanti, dove: i metalmeccanici

Tute blu, amaranto o verdi, caschi gialli, camici bianchi, vestiti casual. Li unisce il cognome, «metalmeccanici». Sono operai (60%) e impiegati (40%), maschi (più dell’80%) e femmine, indigeni e immigrati (2,3%, in netta crescita). La grande maggioranza lavora nel nord Italia, costruiscono automobili, navi, aerei, treni, frigoriferi, macchine per l’industria, armi. Poi ci sono gli elettronici e gli informatici e quelli-quelle che rispondono al telefono nei call center, senza dimenticare gli addetti alle fonderie e più in generale i siderurgici. Gli operai sono concentrati al terzo livello, quello classico della linea di montaggio con le sue «moderne» varianti e gli impiegati nella sesta e nella settima categoria.
Sono due milioni i metalmeccanici in Italia, di cui 1,6 milioni occupati nell’industria (in maggioranza le loro aziende aderiscono a Federmeccanica) e 400 mila nell’artigianato. L’insieme degli occupati con contratti di formazione e lavoro, a tempo determinato, part time e interinale non supera il 10% del totale. Una situazione – quella che vede il netto predominio dei lavoratori a tempo indeterminato e full time – che negli ultimi anni si sta rapidamente invertendo: da un’indagine effettuata da Federmeccanica lo scorso anno, si evince che «la percentuale di assunzioni con contratto a tempo indeterminato è stata mediamente pari al 33% del totale, con una maggiore incidenza per qualifica impiegatizia (61,2%) rispetto a quella operaia (23,7%)». Crescono le assunzioni a tempo determinato dal 44,6 al 53,1% e i contratti di apprendistato, scendono i contratti di formazione e lavoro. Da anni diminuisce l’assenteismo, mentre gli scioperi hanno un andamento altalenante, in relazione ai rinnovi contrattuali di categoria e aziendali nelle grandi imprese.
A questi primi dati manca un’analisi approfondita delle linee di tendenza dell’occupazione, e della sua qualità. Possiamo soltanto dire che la tendenza è alla stabilità dei dipendenti, in leggera ma progressiva discesa. Dal campione analizzato da Federmeccanica risulta un «tasso d’entrata» del 9,6% contro un «tasso d’uscita» del 10,4%, con una flessione dello 0,8%. Ma attenzione, il dato è relativo al 2005 quando ancora gli effetti della crisi Fiat si facevano sentire pesantemente sul comparto. Pensioni, prepensionamenti e mobilità, ma anche licenziamenti (5%), esternallizzazioni e cambiamenti di categoria contrattuale, sono le voci principali delle uscite. E chi esce è mediamente un operaio «classico», sindacalizzato, mentre chi entra è un giovane spesso precario, ricattabile, con incerte prospettive lavorative. Sempre stando ai dati di Federmeccanica possiamo dire che nella metà delle aziende esiste una rappresentanza sindacale, che però sale al 100% in quelle con più di 500 dipendenti e crolla nelle piccolissime imprese. Più del 90% dei sindacalizzati aderisce a Fim, Fiom e Uilm e la Fiom da sola rappresenta, con 360 mila tessere, più degli iscritti di Fim e Uilm messi insieme e la metà dei lavoratori e delle lavoratrici sindacalizzati.
Guadagnano poco i metalmeccanici, in media 25-26 mila euro l’anno. Diciamo che nelle categorie in cui si addensa il grosso dell’occupazione, il salario mensile oscilla tra un po’ meno di 1000 e i 1.300 euro. E dire che, di ricchezza, questi metalmeccanici ne producono molta: il valore aggiunto è il 40,3% nell’industria, per un’occupazione del 43,6%, sempre avendo l’industria in senso stretto come riferimento. Il valore aggiunto metalmeccanico (100 miliardi di euro, qualcosa come 200 mila miliardi di vecchie lire) e l’occupazione in relazione all’intera economia italiana sono rispettivamente del 7,2 e dell’8,9%. L’incidenza del prodotto metalmeccanico nella bilancia commerciale italiana è positivo e il saldo del commercio con l’estero è in continua crescita, dal 2000 a oggi è addirittura raddoppiato.