Chi ha assassinato Duccio Galimberti

«Lauro Farioli è morto/ per riparare al torto/ di chi si è già scordato/ di Duccio Galimberti…». Le note di Morti di Reggio Emilia, cantata da Fausto Amodei, accompagnano i titoli di coda a ricordarci quanto smemorato, e «senza verità» – come disse un giorno Sciascia – sia questo nostro paese, che continua a dimenticare, a dimenticare, a dimenticare, costringendo ogni volta a ritornare da capo… E Duccio – quest’ultimo film di Teo De Luigi sulla vita e la morte di Galimberti, cuneese, comandante partigiano di Giustizia e Libertà, medaglia d’oro della Resistenza – è un tentativo appunto di resistere alla smemoratezza. Un piede messo in mezzo a una porta che si chiude, per tenere aperto uno spiraglio, il filo di un racconto minacciato d’interruzione.
Operazione storiografica
Non è solo un «documentario». E’ insieme una felice realizzazione cinematografica e un’efficace operazione storiografica. Riesce a raccontare con ritmo e coinvolgimento una vicenda biografica – la storia di un uomo, il percorso umano e politico individuale – collocandola sempre nel suo contesto: allargando di volta in volta l’obiettivo alla vita collettiva circostante, alla città, al Paese, alla situazione internazionale, con mano delicata, senza forzature o schematismi. E aiutando a capire anche chi guardi a quel tempo ormai da un altro secolo – e da un altro mondo – come abbia potuto accadere che il figlio di un’agiata famiglia di notabili di provincia, avvocato affermato, formato fin dall’infanzia a una posizione di privilegio, abbia potuto rompere frontalmente con tutto ciò, e diventare un «ribelle», un «sovversivo», un oppositore del fascismo prima, un comandante partigiano poi.
Scorrono sullo schermo le immagini del fascismo-regime, degli «anni del consenso», tanto più grotteschi e inquietanti se ambientati in una provincia sonnolenta e quieta come quella di Cuneo, con le ridicole sfilate di fez e gagliardetti, le folle plaudenti ai comizi di Mussolini, l’urlo rauco e barbaro «Passeremo» con gli occhi alla vicinissima Francia. E poi, prodromo della tragedia, la farsesca preparazione alla guerra, con i carri armati di latta, l’arte di arrangiarsi contrabbandata da eroismo, i gerarchi dell’armiamoci e partite, e il misero mondo contadino a far da capro espiatorio della retorica di regime… Insomma, l’eterna Italia facilona e strapaesana, incapace di serietà e di profondità, che traduce in commedia la preparazione delle proprie tragedie, sempre riaffiorante, sotto la superficie di modernità. E intrecciate a queste, le immagini d’interno, lo studio da avvocato di Duccio, i libri, le carte, le memorie e le seduzioni risorgimentali, il tavolo da lavoro, la biblioteca dove dovette essere maturata la frattura con quell’ambiente e quel regime. Dove si riuniva il ristretto gruppo di amici che avevano incominciato a capire. Dove venivano riferite le notizie dei contatti torinesi. Dove furono poi nascoste le armi. E dal cui terrazzo, nel luglio del ’43 – nell’ora delle scelte – Galimberti tenne il celebre discorso che rese pubblica e «ufficiale» quella rottura. E che preparò la salita in montagna, dopo l’8 settembre.
Immagini straordinarie
Qui il filmato diviene esso stesso documento storico. Si costituisce in fonte: le immagini straordinarie, offerte da don Pollarolo, prete partigiano della prima ora, che riprendono un Galimberti trasformato, in camicia, spettinato, mentre tiene un informale discorso alla banda partigiana appena costituita, sono una testimonianza di prima mano di che cosa significasse la «democrazia partigiana». E di quale rottura spirituale – antropologica – doveva essersi consumata, in quei pochi mesi.
Così pure per la testimonianza di Francesco, il giovane di sedici anni (allora, oggi ne ha 76…) che all’alba del 3 dicembre del ’44, mentre con un anziano parente andava a prendere il latte, assistette all’uccisione di Duccio: un racconto carico di pathos, con il camioncino millecento dei brigatisti neri che arriva sulla strada, seguito da un’auto scura, l’uomo con un giaccone sulle spalle (Galimberti) fatto scendere, l’urlo di comando – «Ammazzatelo quel bastardo!» – e poi la raffica mortale. Un documento che da solo, in pochi frames, mette un punto fermo sulla vicenda storica di quella morte. E conferma la tesi, forte, sostenuta da Giorgio Bocca – che con Galimberti fu in montagna e che costituisce per molti versi una voce narrante parallela per tutto il filmato – secondo cui sarebbero stati proprio i brigatisti neri di Cuneo a volere e ad accelerare l’esecuzione di Duccio, nel timore di uno scambio di prigionieri cui il comando tedesco avrebbe potuto essere disponibile. I fascisti, dunque, che odiavano i partigiani più di quanto li odiassero gli «occupanti» tedeschi. Quei «ragazzi di Salò» che si vorrebbero oggi «riscattare» in quanto anch’essi «italiani», e che spesso furono invece peggiori degli stessi tedeschi.