CHI FERMERÀ LA “GROSSE KOALITION”?

Anche se l’idea proposta da Chiamparino nella sua intervista all’Espresso – quella di un governo di larghe intese, che dovrebbe realizzarsi tra Berlusconi e Veltroni dopo la prossima tornata elettorale – appare temporaneamente superata (forse Casini ci ripensa, forse Berlusconi si accontenta di annettersi An), non è affatto detto che sia del tutto accantonata. Per esempio, ancora ultimamente Berlusconi ha invitato gli elettori a scegliere o lui o Veltroni lasciando stare ogni altra opzione. Molto probabilmente, pensa anche lui che l’esito delle prossime elezioni sia molto simile a quello delle precedenti. L’idea di Chiamparino, dunque, è tutt’altro che l’escogitazione di un politico in vena di novità. Si può non esserne entusiasti (come il sottoscritto). Ma è giocoforza riconoscere che, assieme alla gravità dei problemi – non solo l’immondezza di Napoli, ma anche la sempre più scandalosa questione dei salari (riconosciuta anche da destra e dalla Confindustria)- militerebbe a favore di una soluzione di questo genere una quantità di fattori che non è difficile enumerare.
Anzitutto una progressiva tendenza, nelle democrazie occidentali, alla «neutralizzazione» della politica, alla quale si oppongono sempre più debolmente, spesso certo in buona fede, partiti ridotti ormai alla pura sopravvivenza nella indifferenza crescente dell’elettorato, che li annega nel calderone della corruzione generale dei politici professionali. Anche come reazione a questa tendenza si può interpretare la decisione di Veltroni di «correre da solo», presentata in prima battuta come un proposito di chiarezza e semplificazione; ma in fondo già più o meno consapevolmente orientata all’esito bipartisan che si profila ora chiaramente. Bipartisan vuol dire che occorre l’accordo di Berlusconi. Il quale già da prima dell’ultima esortazione ha lanciato segnali inequivocabili, come la dichiarazione – non ancora smentita, sembra – secondo cui in un futuro governo sarebbe disposto a attribuire alcuni ministeri ai sodali di Veltroni. Salvo improbabili vittorie straripanti dell’uno o dell’altro fronte, quel che ci aspetta dopo le elezioni è o un nuovo governo stentatamente maggioritario come quello appena defunto; o una larga coalizione del tipo di quella che si sta delineando.
E possibile immaginare un programma comune che non si riduca alla riforma della legge elettorale? Anche a giudicare dalle difficoltà che ha incontrato il governo Prodi nell’attuare le poche parti «di sinistra» del proprio programma, si direbbe che una tale impresa sia abbastanza facile. Del resto, nella scorsa campagna elettorale, non si era addirittura lamentato che il programma (di Prodi, credo) fosse stato in parte «copiato» da quello del centro-destra? Come che sia, ciò che si può chiamare «neutralizzazione» della politica è nei fatti. Sicché da un governo di larghe intese, o di Grosse Koalitìon, non ci si potrebbe aspettare niente di molto diverso da quello che è riuscito a fare finora, tra infinite difficoltà, il cosiddetto governo di centro-sinistra. Lo diciamo con rimpianto, noi che ci avevamo creduto. Però questo è quello che passa il convento: liberalizzazioni a tutto spiano; missioni all’estero (compreso l’Afghanistan) rifinanziate senza batter ciglio, al massimo con lo sforzo di non assumere impegni militari maggiori, che ci sono sempre più pressantemente richiesti; totale assoggettamento ai diktat della gerarchia cattolica in materia di bioetica, diritti civili, politiche della famiglia. Si dirà: e la legge sul conflitto di interessi? Ma se non è stata fatta fino a oggi pensiamo davvero che si possa fare in un futuro non biblico?
Confessiamo che se anche stravincessero le forze di sinistra, non ci aspettiamo che succeda niente di meno «conforme» al modello moderato a cui siamo ormai abituati L’Italia è troppo strettamente condizionata dai suoi impegni (non sempre palesi) con le organizzazioni internazionali di riferimento, dall’Unione Europea (che forse avrà in futuro un presidente, nella persona, indovinate un po’, di Tony Blair, detto Blair the tiar, il bugiardo, al tempo del suo sostegno a Bush in Iraq) alla Nato al Pondo Monetario internazionale, per poter fare una politica anche un poco diversa da quella che è «richiesta» realisticamente dalla situazione. Se Veltroni ottenesse dal Cavaliere di non interrompere la lotta all’ evasione fiscale, utilizzando il conseguente tesoretto per rendere meno indecenti salari e pensioni, magari di non mandare altre truppe in Afghanistan, di rafforzare i controlli per la sicurezza sul lavoro e di applicare le norme europee (già obbligatorie, ci pare) per limitare la precarietà, avrebbe già fatto molto per ridurre il danno nella prossima legislatura. Potrebbe trovare qui in Italia la sua mitica Africa di cui prendersi cura.
E le sinistre? Diversamente forse da Chiamparino, noi non siamo entusiasti della loro probabile sparizione. Come spesso è accaduto in passato, esse si troveranno in condizione di (dover) fare ciò che Veltroni annuncia, ma non farà: un rito di purificazione, un ricupero di innocenza che a lungo andare – o forse neanche troppo lungo, visti i segni di scricchiolio sempre più marcati del sistema capitalistico – potrebbe rivelarsi vincente. Torna in mente Holderlin: «Là dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva».