Che fine ha fatto Ocalan? E’ murato vivo a Imrali

La domanda è sempre la stessa, dal 1999: che fine ha fatto Abdullah Ocalan? Da quando è stato rinchiuso nel carcere-isola di Imrali, Il presidente del Pkk (oggi Kongra-Gel) si trova a tutti gli effetti nella condizione di murato vivo. Nessuno sa quali siano le sue condizioni di salute. Le poche informazioni che filtrano sono quelle che lasciano trapelare le autorità turche. E comunque, anche nei rarissimi colloqui con i suoi legali e familiari, non si riesce mai a stabilire veramente quali siano le condizioni del leader kurdo. L’avvocato di Diyarbakir, Muharrem Erbey, faceva parte della delegazione di legali che lo scorso 19 e 20 ottobre sarebbe dovuto andare nell’isola di Imrali per un colloquio con Ocalan. «Naturalmente – dice – il colloquio ci è stato negato. Ancora una volta – aggiunge – la motivazione di questo mancato incontro fornitaci dalle autorità riguardava il malfunzionamento dell’imbarcazione che avrebbe dovuto portarci sull’isola». Questo diniego, l’ennesimo, ha comportato anche il black out totale di consegne destinate al leader kurdo: ancora una volta niente libri, niente giornali, niente posta. «L’ultimo colloquio che abbiamo avuto – dice Erbey – risale al primo giugno. Il fratello di Ocalan, Mehmet era riuscito a vederlo il 31 agosto». Da allora le notizie che si hanno sono quelle che forniscono le autorità. In molte città del Kurdistan (ma anche a Istanbul e Ankara) ci sono state manifestazioni di protesta molto partecipate contro il trattamento riservato a Ocalan. «Abbiamo chiesto al comitato antitortura del consiglio d’Europa di intervenire – dice Erbey – ma ancora non abbiamo ottenuto risposte. Il comitato ha visitato Ocalan tre volte». Il comitato, tra le sue facoltà, ha quella di effettuare ispezioni nelle carceri qualora sospetti una violazione dei diritti dei detenuti.

Il silenzio è una costante per quello che riguarda le carceri turche. Se Ocalan è murato vivo dal ’99, da ottobre 2000 centinaia di detenuti politici legati alla sinistra turca sono in sciopero della fame a rotazione. E nessuno, in Europa, dice più una parola. Sono morte 120 persone dal 2000 oggi, detenuti e familiari. Hanno scelto questa estrema forma di protesta, il digiuno fino alla morte, per dire no alla politica dell’isolamento che il governo turco usa costantemente nel tentativo di spezzare la resistenza e la dignità dei detenuti. Protestano contro le carceri di tipo F, le cosiddette `bare’, modello di isolamento importato direttamente dall’Europa che evidentemente si trova in imbarazzo a condannare una sua creatura. Nel silenzio, dunque, migliaia di detenuti continuano la loro protesta e vengono quotidianamente puniti e repressi in maniera pesantissima: di questi giorni le notizie di nuovi pestaggi in carcere, di detenute in isolamento per mesi per aver protestato contro la situazione di Ocalan, di prigionieri che si sono dati fuoco per non dover continuare a subire questa repressione. Due giorni fa, un uomo kurdo di 42 anni si è dato fuoco davanti all’ufficio della Commissione europea a Cipro per chiedere giustizia per Ocalan.