Che cosa e come

Un gentile lettore osserva: è vero che finora non ci avevano presentato un programma, ma adesso che Rifondazione comunista ha lanciato i suoi «Voglio» che ne pensiamo? Penso che «Voglio» sia un’utile ricognizione di quel che pensa gran parte del paese e che cominciano a rivendicare anche alcuni settori della società civile. E che le conclusioni tratte da Bertinotti alla fine della manifestazione romana siano largamente condivisibili. Ma né l’una né le altre sono un programma. Sono una proposta che andrà confrontata con gli altri componenti della coalizione di centrosinistra la quale, salvo la decisione di battere la Casa delle libertà, non si è espressa. Forse c’è una saggezza nel lasciare il dibattito allo sviluppo degli eventi, puntando sulla pressione, supponiamo positiva, che essi eserciteranno. Ma non si può sfuggire alle difficoltà che incontrerà questa svolta dopo un processo che è andato in direzione opposta cambiando la costituzione materiale del paese e avviando la demolizione della sua costituzione formale. Lasciamo da parte il perché metà degli italiani si siano affidati alla logica dell’impresa contro i famosi «lacci e lacciuoli», come sono state allegramente definite quel tanto di misure di solidarietà ed equità che avevamo. Nel 1994 la vittoria di Berlusconi si poteva attribuire alla collera per Tangentopoli e all’implosione, con l’Urss, della speranza in una società diversa, meno prepotente e ineguale. Ma la vittoria del cavaliere nel 2001 è venuta dalla delusione nel constatare che il primo governo delle sinistre non era capace di produrre un’alternativa che non fosse quella neoliberista: meno stato, più mercato, dismissioni e privatizzazioni, riduzione del costo e dei diritti del lavoro, riduzione dei servizi e beni pubblici sono stati la bandiera di tutti – rendendo impossibile a Rifondazione comunista di sostenere il governo e poi ingenerosamente rimproverandola di aver, col suo ritiro, facilitato l’avanzata di Berlusconi.
Oggi si vede come è andata a finire: la terapia da cavallo in cui questa scelta è consistita, anche a prescindere dagli interessi privati del premier, non ha prodotto un paese magari meno solidale e meno protetto ma più moderno e in piena espansione. L’Italia è retrocessa sul piano produttivo molto al di là della crisi che ha investito anche gli altri paesi europei, ed è declassificata dalle agenzie di rating, dall’Ocde e dal Fmi. Il suo livello culturale è scarso e di quello morale meglio non parlare. Per ultimo, la Casa delle libertà probabilmente cederà il posto malgrado il tentativo di cambiare il sistema elettorale, lasciando del tutto vuote le casse dello stato, devastando con la finanziaria quelle dei comuni, svendendo un’altra parte del patrimonio pubblico. Dicono che Tremonti sia cambiato, ma la sua ricetta è sempre la stessa. Come invertire questa deriva e scomporre il blocco sociale che ha costruito attorno a sé? Una traccia della grandinata che ha investito la sinistra si rivela anche negli «Io voglio» o in diversi interventi sul manifesto: perché corre una grossa differenza fra chi domanda più lavoro e chi reclama l’assegno sociale, fra chi vuole più crescita e chi vuole crescita zero, chi vuole più iniziativa pubblica e nazionale, e chi più autogestione e locale – e tutti con argomenti non da poco, che riflettono la contraddittorietà del sistema economico e politico del quale facciamo ormai parte. E tuttavia sono i problemi con i quali il governo di centrosinistra avrà a che fare due settimane dopo essere entrato, si spera, a Palazzo Chigi.

La domanda che verrà a quel punto al dunque sarà non solo il «che cosa» ma il «come». Penso a due o tre questioni sulle quali l’attesa è grande. Non tanto il ritiro delle truppe dall’Iraq, sul quale tutti convengono, ma sulla politica estera dell’Europa nei confronti di Stati Uniti e di Fmi specie dopo l’allargamento a est. Non è certo una voce unica che parla, neanche in Italia, neanche a sinistra. Ma per restare in casa nostra, come far fronte al declino industriale senza di che la domanda di lavoro resterebbe senza risposta? A meno che si pensi che la Fiom di Rinaldini sia un residuo da abbattere. Non si può nemmeno dire che vivremo sui servizi e il turismo, i primi bombardati e il secondo sceso, malgrado che l’Italia possieda il 70 per cento del patrimonio artistico mondiale, al quinto posto fra i paesi visitati. Più o meno occupazione significa più o meno entrate private, a sostegno di un tenore di vita sempre più ridotto e più entrate pubbliche. Ma come coniugare più lavoro con il primato di una competizione, sostenuto dalla Ue e in piena libertà di movimento dei capitali? Le nostre imprese non conoscono altro mezzo che ridurre il costo del lavoro, obiettivo per il quale non hanno da aspettare questa o quella legge, gli basta rivolgersi non solo alla lontana Cina o alla meno lontana Polonia, ma alla vicina Irlanda. Quelli che piangono sul «no» al Trattato costituzionale europeo fingono di dimenticare (o peggio dimenticano davvero) che esso è un’operazione splendida a difesa della libertà del capitale e del mercato a spese dei lavoratori, le imprese potendo delocalizzare dove vogliono mentre la manodopera resta senza posto e se la protesta viene – vedi Marsiglia – azzerata dall’intervento dei corpi speciali. E dopo l’esempio dei grandi condottieri, Agnelli, Gardini e De Benedetti, come pensare di affidare al capitale privato lo sviluppo della produzione italiana? Ma si può al contrario puntare su un’iniziativa pubblica – come auspica Lunghini e non lui solo – senza imbattersi nel veto della Commissione? Mario Monti, che era il ministro delle finanze in pectore del centrosinistra, considera un attacco all’idea stessa di Europa ogni difesa della produzione nazionale. E d’altra parte come finanziare un’iniziativa pubblica a entrate ridotte al punto di ora? Certo non puntando semplicemente a mettere il sale sulla coda agli evasori. E come inseguire le rendite da capitale nel loro furioso spostarsi in tempo reale da un paese all’altro? Analogamente, si può concordare con i ragionevoli consigli di Brancaccio e Realfonzo sul rifiuto di pagare il debito italiano senza andare a sbattere sulla Ue, esserne penalizzati o uscirne, cosa che non mi sembra raccomandabile? E salveremmo davvero i nostri tessili dalla Cina con misure protezionistiche? E metteremo fine alla Bossi-Fini, e non solo agli ignobili Cpt, senza porre con energia a tutto il continente la questione dell’immigrazione che ogni giorno arriva in Italia e ogni giorno conta i suoi affogati? Il Trattato europeo è un capolavoro nel ridurre i poteri degli stati non a favore di una linea economica continentale, sulla quale si potrebbe assieme convenire e confliggere, ma a favore della sola libertà di impresa. Fra i primi obiettivi di un governo di centrosinistra metterei quello di ridiscuterlo da cima a fondo, profittando del fatto che in questo momento è messo in mora.

E’ con quest’ordine di problemi che siamo ormai costretti a fare i conti, in un paese diventato per due terzi più povero e per un terzo troppo ricco. Perciò al «che cosa» dobbiamo aggiungere il «come», senza di che non possiamo dire di avere un programma. Mi auguro che la riunione degli economisti di domani risponda anche a queste, forse ingenue, domande.