Chavez sulla lista di Goss

Il nuovo direttore della Cia avvia la politica «di contenimento» del presidente venezuelano

Non è ancora chiaro come ma tutto lascia intendere che il Bush-2 abbia deciso che è arrivato il momento della resa dei conti con l’indocile presidente del Venezuela Hugo Chavez. L’amministrazione Usa, che in molti si provano a sostenere sia assai meno neo-con e più pragmatica della prima versione, è inquieta e già in gennaio il nuovo segretario di stato Rice volle che ai senatori fosse ben chiaro che Chavez è un fattore di «destabilizzazione» in America latina (ma non solo). A Washington Chavez non piace per nulla, lo detestano quasi quanto Fidel, per un’infinità di motivi. La sua incandescente retorica anti-Usa, i suoi legami con Cuba, il suo appeal crescente fra le popolazioni latino-americane e – sia pure con molte riserve – fra molti governi, il suo petrolio che usa come un’arma efficace e la sua politica a tutto campo che lo porta a ritrovarsi inevitabilmente al fianco di nemici o concorrenti degli Usa. Come l’Iran o la Cina. Ormai è chiaro, dalle dichiarazioni ufficiali e ufficiose di questi ultimi giorni, che Washington sta concentrando le sue attenzioni sul Venezuela chavista e che è già partita una politica di «contenimento». Che vuol dire di contrasto molto più duro rispetto al passato, quando il fallimento del golpe dell’aprile 2002, del paro padronal-sindacal-petrolifero e del referendum «revocatorio» dell’agosto scorso, consigliarono una condotta più «low profile». Se non altro perché il Venezuela è il secondo fornitore di greggio del mercato Usa e il petrolio venezuelano copre fra il 7 e il 10% del suo fabbisogno energetico annuale. Solo di recente e per la prima volta Chavez ha minacciato di tagliare le vendite petrolifere agli Stati uniti.

Che la strategia Usa verso il Venezuela chavista stia cambiando è emerso anche dalle risposte date giovedì dal nuovo direttore della Cia, Porter Goss, ai senatori della Commissione forze armate. Risposte inquietanti non solo sull’uso della tortura nelle carceri irachene e afghane o nel lager di Guantanamo. A una domanda del senatore democratico Bill Nelson su quel che sta succedendo in tre punti caldi del Cono sud – Venezuela, Colombia e Bolivia -, Goss ha risposto che effettivamente in quei tre posti stanno verificandosi «molte cose» che richiedono decisioni appropriate sui passi da muovere. «E noi – ha precisato Goss – dobbiamo essere pronti ad aiutare a muovere quei passi quando se ne presentasse la necessità». Altre domande a cui Goss ha dovuto rispondere riguardavano più specificatamente Chavez, il suo porsi come emblema dell’anti-americanismo, il suo avvicinarsi alla Cina, all’Iran, a Cuba, il suo seminare «instabilità» nella regione alimentando – secondo le accuse – le Farc in Colombia e Evo Morales in Bolivia, il suo contrastare i piani di integrazione Usa su scala continentale – caso classico l’Alca – contrapponendovi il processo di integrazione bolivariano su scala latino-americana.

Nonostante i portavoce dell’amministrazione cerchino di minimizzare, è del tutto evidente che è cominciato una revisione radicale delle strategie «di contenimento» di Chavez. Tanto più ora che molti paesi del Cono sud – a cominciare dai più importanti come Brasile e Argentino, passando per il fido Cile per finire all’Uruguay – hanno svoltato a sinistra. Svolte rosa più che rosse che non destano soverchia preoccupazione a Washington e anzi sembrano offrire buone chances per accrescere la stabilità di una regione resa inquieta e instabile dai disastri del neo-liberismo. Discorso diverso se su questo quadro attecchisse la benzina chavista.

«Chavez è un problema – ha dichiarato al Financial Times Rogelio Pardo Maurer, ex portavoce dei contras nicaraguensi negli anni `80 e sottosegretario aggiunto per l’America latina al Pentagono -«Siamo arrivati al punto limite. Abbiamo bisogno di avere una strategia per contenerlo». Come? Le opzioni sono di diverso tipo e di crescente intensita. Prima di tutto l’insediamento di una «task force» fra diversi ministeri e servizi; poi aggressive campagne mediatiche contro «la corruzione» di Chavez; poi le pressioni suoi suoi vicini perché stiano bene attenti a quello che fanno: «I leader latino-americani devono capire qual è la posta in gioco e quali sono le implicazioni dei tentativi di Chavez di espandere la rivoluzione bolivariana», ha detto la scorsa settimana Roger Noriega, l’altro ultrà che è responsabile per l’America latina al Dipartimento di stato. Se questo non bastasse si passerà ad «opzioni più forti». Nulla a che vedere con quelle dell’aprile 2002, lo giurano. Ma con tipi come Negroponte, Goss, Pardo Maurer e Noriega al posto di comando, Chavez – e altri – dovranno sputare sangue.