Chavez: (ri)nazionalizzazioni

Con un’accelerazione secca ma per la verità non inattesa la via venezuelana al socialismo – anche se al «socialismo del secolo XXI» – sembra tracciata e, stando alle parole del presidente Hugo Chavez, «è irreversibile». Ne prendano buona nota Bush, le compagnie transnazionali, la chiesa cattolica e l’opposizione venezuelana.
Alle parole socialismo e nazionalizzazioni delle «imprese strategiche», la Borsa di Caracas è crollata – meno 9% ieri – e quella di New York è stata costretta a sospendere le contrattazioni delle azioni della Cantv, la compagnia telefonica privatizzata nel ’91, cadute del 35%.
Fra lunedì, quando nel teatro Teresa Carreño di Caracas ha ricevuto il giuramento dei 27 ministri (di cui 15 nuovi nel consueto tourbillon), e ieri mattina, quando nel Salon protocolar del Congresso ha giurato per il suo nuovo mandato di 6 anni (fino al 2013, per il momento), Chavez ha interpretato fino in fondo il ruolo di guastatore che l’ha reso, con l’ineluttabile tramonto di Fidel, il leader latino-americano più esplosivo.
Ieri mattina le cerimonie sono cominciate presto, perché poi Chavez doveva partire per Managua per presenziare all’insediamento di Daniel Ortega. Alle 8, fiori al Panteon nazionale, dove riposa el Libertador Simon Bolivar; alle 9 nella sede dell’Assemblea nazionale il giuramento e l’imposizione della fascia presidenziale; subito dopo un discorso che i network privati (e ostili) hanno dovuto ingoiare in catena nazionale; alle 11 sfilata militare nel Paseo de los Proceres.
Fra lunedì e ieri Chavez ha tracciato la sua strategia per i prossimi 6 anni: 5 gli assi – o «i motori» – su cui si muoverà «la rivoluzione». La nuova Ley Habilitante votata dall’Assemblea nazionale (dove, dopo il ritiro suicida dell’opposizione dalle elezioni del dicembre 2005, tutti i 167 seggi sono chavisti) per avere i poteri speciali necessari ad adottare le riforme; la riforma costituzionale «in senso socialista»; l’«educazione popolare»; la «nuova geometria del potere»; lo «Stato comunale» («una specie di confederazione regionale, locale, nazionale dei consigli comunali») quale primo passo dello «Stato socialista, dello Stato bolivariano capace di guidare una rivoluzione». Per avviare questi 5 «motori», dovrà essere riformata «profondamente» la sua costituzione bolivariana che allora, nel ’99, già diede un colpo forte ma non ancora letale al vecchio sistema della democrazia rappresentativa, formale ed escludente che aveva retto il Venezuela dal ’58 al ’98 preservandolo da golpe e dittature militari ma facendo di quell’Eldorado petrolifero il paese dell’incredibile tasso di povertà (l’80% dei 26 milioni di venezuelani).
Ma Chavez non si è limitato a delineare la strada verso «la Repubblica socialista del Venezuela». Ha detto altro e di più. E da subito. Ri-nazionalizzare i settori strategici – a cominciare dalla Cantv e dall’Edc, la compagnia dell’elettricità -, se non il petrolio (con le compagnie transnazionali che sfruttano i giacimenti tradizionali di Maracaibo e quelli nuovi dell’Orinoco ha stretto mesi fa nuovi accordi che prevedono la creazione di joint ventures con Pdvsa, la compagnia statale venezuelana, e il forte aumento di royalities e tasse) almeno le raffinerie, revocare l’autonomia della Banca centrale (un concetto proprio dell’era «neo-liberista»).
Abbastanza per far crollare, ieri, le Borse e provocare la prima reazione minacciosa di Bush («Le compagnie Usa dovranno essere risarcite adeguatamente»).
A parte il petrolio, da maneggiare con cura (il greggio venezuelano rifornisce il 15% del mercato interno Usa e per le compagnie a stelle e strisce il Venezuela continua a essere una festa), sotto tiro ci sono Cantv e Edc. La compagnia dei telefoni è l’unica impresa del Venezuela quotata a Wall Street ed è controllata dalla statunitense Verizon (ma ci sono anche la Telefonica spagnola, la Deutsche Bank tedesca, l’UBS svizzera, la Morgan Stanley americana e fondi di investimento californiani ed elvetici); la compagnia elettrica, privatizzata nel 2000, è controllata dalla AES Corp. basata ad Arlington, Usa.
Chavez non si è risparmiato negli interventi degli ultimi due giorni citando, per spiegare cosa significi il suo «socialismo del secolo XXI», citando a profusione Marx e Lenin, il Trotzky della «rivoluzione permanente» e la Bibbia o «il comandante» Gesu Cristo. Ma questo può fare parte del personaggio.
Si vedrà presto se la via venezuelana al socialismo imboccherà la strada presa a suo tempo dalla Cuba castrista o se sarà solo la semplice – e quasi inevitabile – reazione del Venezuela, come di molti altri paesi (anche moderati) dell’America latina, contro le privatizzazioni selvagge e spesso fraudolente degli anni 90 del ‘900.