Chavez, Lula il bivio e la speranza

L’intera America latina è ad un bivio. Quella che è stata, nel corso degli ultimi dieci anni, una delle aree più funestate dalla selvaggia applicazione dei precetti neoliberisti, è stata anche la parte di mondo più capace di fornire risposte politiche per provare ad uscire dalla crisi, da sinistra. Una crisi profonda, profondissima, sul versante economico ma non meno grave su quello sociale e politico. Nelle risposte al sacco della globalizzazione, che pure sono diversissime tra di loro e non assimilabili in un unico modello, si possono però rintracciare alcuni tratti comuni, dalla riscoperta della democrazia partecipativa alla necessità di realizzare un affrancamento dall’influenza statunitense, che ne hanno costituito la cornice identitaria.
Il decennio inaugurato dalla rivoluzione zapatista, che non a caso oggi realizza un significativo passo in avanti sul piano politico, continuato con l’intreccio tra i forum sociali e le rivolte argentine, le lotte per l’acqua in Bolivia e degli indigeni in Equador hanno generato in tutti i paesi del subcontinente, tranne la terribile eccezione colombiana, speranze di cambiamento, addirittura rivoluzionarie se solo si pensa che fino a pochi anni prima la gran parte di quei paesi viveva sotto regimi dittatoriali ed oppressivi.

In particolare, per la evidente rilevanza politica ed economica dei due paesi, il Venezuela di Chavez ed il Brasile di Lula si sono affacciati alla finestra della storia più recente come la prova che il Pensiero unico avrebbe potuto essere archiviato tra le definizioni del secolo appena trascorso.

Il Venezuela, con le sue immense risorse petrolifere, guidato da un leader carismatico e popolare, che avanzava un progetto di riforma rivoluzionario, partendo dalle fondamenta costituzionali per arrivare fin dentro i barrios più immiseriti di un paese che fu chiamato a lungo “Venezuela saudita”. Il Brasile, dalle incalcolabili risorse naturali ed umane, preso per mano da un partito, il Pt, nato sotto la dittatura militare e guidato da un presidente altrettanto popolare, come Luis Ignacio da Silva “Lula”, che partiva dalla straordinaria scoperta della democrazia partecipata e dal protagonismo dei movimenti sociali. Due paesi, e due leader, molto diversi tra loro e con storie politiche ancora più differenti che, però, hanno dominato l’immaginario collettivo dello straordinario esperimento latinoamericano.

Chavez ha, indubbiamente, attraversato momenti di estrema difficoltà: dal golpe fallito in 48 ore al “paro petrolero” che ha bloccato l’economia venezuelana e prodotto danni enormi, fino alla sistematica opposizione della maggioranza dei mezzi di informazione e al lungo periodo di isolamento internazionale. Ma, proprio il 15 agosto scorso, con il trionfale successo al referendum chiesto dall’opposizione per la revoca del suo mandato, si è aperta una nuova stagione espansiva della rivoluzione bolivariana.

Chavez ha annunciato di voler proseguire le riforme in maniera radicale, ha rinsaldato le relazioni con Cuba, ha rilanciato il progetto di integrazione economica (a partire dal petrolio) dell’area del Mercosur e “inventato” una rete televisiva alternativa e continentale. Lula, al contrario, aveva avviato la sua esperienza in un coro quasi unanime di plauso e di approvazione. Se la sua forza propulsiva era costituita dalla radicalità dei Sem terra e dei movimenti sociali, la sua abilità politica lo aveva reso garante di un’alleanza con la borghesia nazionale brasiliana nel comune intento di rilanciare l’economia del paese. Mancava però un quadro strategico di riforme strutturali e, ai nodi sociali venuti al pettine, si sono aggiunte le agghiaccianti notizie di corruzione dentro il suo governo ed il suo partito. Lula, tra le lacrime, ha chiesto scusa alla nazione. Non basterà, senza un deciso cambio di marcia e di pratica politica. Ma, è bene saperlo, il suo possibile naufragio porterebbe un danno esiziale a tanti sforzi fatti nei tanti paesi vicini.
Non a caso Chavez, proprio ieri, ha ribadito la propria solidarietà al presidente brasiliano. E non si è trattato di un messaggio formale, magari dettato dalla memoria dell’atteggiamento positivo di Lula nei periodi più difficili dell’esperienza chavista. Probabilmente si tratta del riconoscimento della importanza rilevantissima di realizzare una sempre maggiore integrazione continentale, anche per procedere nelle riforme, ben più coraggiose, lanciate in Venezuela.

A duecento anni esatti dal giuramento di Roma di Bolivar pare proprio questa la sua lezione più attuale. E anche la strada da percorrere per non sbagliare al bivio della storia. Stringere sempre di più i rapporti tra le esperienze innovative fin qui realizzate e approfondire il solco delle riforme sociali e democratiche. Se Lula non riuscisse a realizzare questa svolta, magari guardando un po’ meglio a quello che è accaduto a Caracas, si potrebbe affievolire molto la “speranza latinoamericana” per questo nuovo secolo.