Chávez: «Il Venezuela sarà socialista»

Il Venezuela viaggia spedito verso il socialismo, «e nessuno potrà impedircelo», assicura il presidente Hugo Chávez. Lo slogan pronunciato in centinaia di discorsi fiume, nelle polemiche a distanza con Bush, durante le affettuose visite al capezzale di Fidel Castro, si è materializzato infine in una raffica di annunci. Il Venezuela, dice il leader appena rieletto con una larga maggioranza, diventerà una «repubblica socialista», occorrerà mettere mano alla Costituzione e approvare «una serie di leggi rivoluzionarie». Si inizierà dall’ economia, dove verranno nazionalizzate le telecomunicazioni e l’ elettricità. La mano pubblica sul petrolio si stringerà sempre di più. La banca centrale passerà sotto il controllo dell’ esecutivo. Da otto anni al potere, Chávez fa sapere di voler archiviare la fase di transizione, per entrare in una nuova era, quella del socialismo bolivariano, o del 21° secolo. E sulla spinta della retorica mette in fila i nemici che tenteranno di opporsi: i soliti Stati Uniti, ma anche la Chiesa e alcuni mass media, sui quali – accusati di golpismo – pende la spada di Damocle del rinnovo delle concessioni. L’ insediamento di Chávez alla presidenza avverrà formalmente oggi. Trionfatore ai primi di dicembre con il 63 per cento dei voti, el comandante Hugo governerà per altri sei anni. Sempre che, come ha promesso, non chiederà ai venezuelani di cambiare la Costituzione per consentire la rielezione illimitata. Ha rifatto il governo, mettendo in posti chiave fedelissimi e parenti. Si occupa della creazione del partito unico del suo movimento. E non cessa di polemizzare oltrefrontiera. Stavolta è toccato al segretario dell’ Osa, l’ Organizzazione degli Stati americani, il cileno Josè Miguel Insulza, definito «imbecille» per aver criticato la decisione di togliere le frequenze ad un canale antigovernativo. Ma i proclami di Chávez, da sempre, sono da confrontare con i fatti. Otto anni di Revolucion hanno concentrato sempre di più il potere nelle sue mani, ma il Venezuela è un Paese dove finora la proprietà privata non è stata toccata e la libertà di espressione è garantita. Le successive elezioni hanno dissipato i dubbi sulla legittimità del potere chavista e portato l’ opposizione a confrontarsi sul terreno democratico, sotterrando le politiche aventiniane e golpiste degli anni passati. Chávez chiede ora poteri speciali per decidere tutto senza passare per il Parlamento, che già controlla totalmente. Per alcuni osservatori è la definitiva cubanizzazione del Venezuela. Per altri, non cambierà nulla: l’ uomo dalla camicia rossa ha già in mano tutto e parla per scoraggiare ulteriormente l’ opposizione. Di per sé, nemmeno le nazionalizzazioni annunciate ieri – limitate alle dismissioni del passato – stravolgerebbero la struttura dello Stato. Come ha detto un portavoce a Washington, «il piano non porterà benefici», ma se gli attuali proprietari verranno «adeguatamente risarciti» non c’ è nulla di illegittimo. Altro discorso, notava ieri il quotidiano El Nacional, è il rischio di allontanare il Venezuela dal resto del mondo e dissipare la rendita petrolifera per caricare di impegni lo Stato in settori dove i privati operano in maniera efficiente. Non può comunque sfuggire l’ aspetto politico del proclama. Sia la telecom Cantv che la Electricidad de Caracas, entrambe nel mirino del governo, sono a capitale Usa. Denaro americano è presente anche nel bacino petrolifero dell’ Orinoco, dove i giacimenti inesplorati hanno bisogno di investimenti enormi. Chávez non ha posto barriere quando si è trattato di affidare lavoro ad imprese straniere, come dimostrano le ricche commesse vinte da società italiane. Ma il panico ha scosso i mercati finanziari. La Borsa di Caracas è crollata del 15 per cento.