Chavez, il guastafeste

Un incontro con l’ambasciatore del Venezuela

Alla fine della settimana scorsa tre notizie diverse riguardanti il Venezuela e l’America latina sono passate quasi inavvertite sui media italiani. Un giudice dell’immigrazione di El Paso, in Texas, ha negato l’estradizione a Caracas del terrorista cubano-venezuelano Luis Posadas Carriles, venerdì i presidenti dei 12 paesi latino-americani che hanno aderito alla Comunidad Sudamericana de Naciones hanno firmato la «Dichiarazione di Brasilia» che ne istituzionalizza la nascita, il giorno prima è stata sancita un’alleanza strategica fra tre imprese statali – la venezuelana Pdvsa, la brasiliana Petrobras e l’argentina Enarsa – e una privata – la spagnola Repsol-Ypf – molto vicina al governo Zapatero, che nei fatti minaccia (anzi promette) di cambiare alle radici la situazione dell’America latina nel settore decisivo dell’energia: una sfida aperta al dominio degli Stati uniti. A Brasilia il presidente Hugo Chavez ha fatto la parte, che gli riesce benissimo, del guastafeste, ma un guastafeste propositivo. Ha rischiato perfino di far saltare il vertice dei 12 criticando duramente l’impostazione «burocratica e neo-liberista» della «Dichiarazione» sostenendo che l’integrazione politica e commerciale non basta ma bisogna pensare agli aspetti sociali, affrontando temi come il debito estero e le privatizzazioni.

C’è voluta tutta la tenacia di un irritato Lula (tuttavia prodigo di elogi per Chavez: «in Venezuela di democrazia ce n’è a bizzeffe e non c’è mai stato un presidente che abbia usato così bene i proventi del petrolio per i poveri») per superare la impasse, con l’impegno di presentare «un piano strategico» concreto entro 90 giorni.

Di questo abbiamo parlato con l’ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Roma, Rodrigo Oswaldo Chaves Samudio, indaffaritissimo nelle preparazione della visita di Chavez che sarà in Italia dal 16 al 18.

Per negare l’estradizione di Posada gli Usa hanno violato gli accordi bilaterali in materia del `23, `71 e `97, dice l’ambasciatore e fa notare come Posada sia stato giudicato (e assolto) negli Usa per reati legati all’immigrazione non al terrorismo. «Il Venezuela è contro il terrorismo, da qualunque parte provenga, ma Bush ha mostrato ancora una volta una doppia morale» premiando un «un terrorista di Stato».

Quanto ai contrasti sorti intorno alla «Dichiarazione di Brasilia», l’ambasciatore ricorda che il punto fermo di Chavez è «il sociale» e invece «alcuni» dei leader latino-americani sembrano più attratti verso l’Alca – libero mercato e libero scambio – a cui lui contrappone l’Alba, l’Alternativa Bolivariana para las Americas che privilegia il sociale. Quei contrasti non meravigliano, «sono due visioni diverse dell’unità latino-americana», dice.

E qui entra in campo il petrolio, l’oro nero su cui galleggia il Venezuela e che Chavez usa con intelligenza e generosità per i suoi tre obiettivi di fondo: i bisogni sociali, il contrasto del monopolio Usa e l’integrazione latino-americana. L’ambasciatore snocciola cifre e mostra grafici che dimostrano come il Venezuela sia il paese del mondo con le maggiori riserve, a cui presto si aggiungerà il petrolio delle regioni dell’Orinoco e del delta…

E’ con queste «armi» che Chavez e la «rivoluzione pacifica bolivariana» sfidano e fanno dannare Bush.