Cgil, un congresso straordinario. Ecco perché, in quattro ragioni

Al di là delle due tesi in campo, oggi nel sindacato è necessaria la svolta
non solo nella sua politica ma anche nel ricambio del personale sindacale

Questo congresso della Cgil è per davvero straordinario, come già diceva Francesco Ferrara su questo giornale. Evento non ordinario sarebbe già quello di inaugurarlo con uno sciopero generale contro la Finanziaria. Ma questo è un altro discorso.
Il congresso è straordinario per almeno quattro ragioni, che ora allineo facendole precedere da una considerazione. Forse sarebbe stato meglio, questa è la considerazione ormai datata però, svolgerlo (il congresso) dopo le elezioni politiche quando non si tratterà più di dire che Berlusconi va cacciato ma, come Sindacato, si tratterà di affrontare il nodo del rapporto da far intercorrere con l’augurabile Governo amico.

Allora un congresso, calato nel cuore del problema, avrebbe dovuto affrontare due nodi che oggi solo sfiora: come affrontare la crisi, di cui solo in quel momento si avrà percezione del suo reale spessore, senza farla pagare ai lavoratori e come, difendendo salario e pensioni, negare per davvero quella concertazione, nata il 23 luglio del ’93 ma concepita dal Governo Amato nel ’92, che è la genesi di troppi mali, ma di cui si potrebbe rischiare, fra duecento giorni, una riedizione sostenuta da Montezemolo e non solo. Ora le quattro ragioni di quella straordinarietà.

E’ questa la prima volta che la più importante categoria, i metalmeccanici, in un congresso si contrappone (almeno nella sua maggioranza) alla Confederazione o, almeno alla sua maggioranza, su due questioni così strategiche come quella della contrattazione e quella della democrazia.

Oggi il contratto nazionale è nel mirino e la democrazia, che si usava dire si fermasse ai cancelli delle fabbriche, negli ultimi 15 anni si è fermata ben prima. E si contrappongono, i meccanici, dentro un impianto congressuale unitario che però riconosce i passi avanti compiuti dalla Cgil: in materia di pace e guerra, di articolo 18 o di critica al governo e alla Confindustria di D’Amato.

Ma, nel contempo, è una scelta che non isola la Fiom né la costringe al silenzio, come invece sarebbe successo avesse aderito (la Fiom) o a una mozione alternativa o fosse stata costretta a piegarsi dentro il documentone Epifani.

La scelta che perciò compie la Fiom di Gianni Rinaldini e, con loro altri dirigenti della Cgil, del Sindacato Scuola, della Funzione Pubblica, è assai efficace: essa si colloca, insieme, dentro il dibattito di tutta la Cgil, la costringe al merito stringente e, nello stesso tempo, si situa dentro l’alveo tracciato da Claudio Sabattini, nel percorso che va da Genova a Melfi, dai contratti nazionali non sottoscritti alla vertenza Fiat. Sono poi questi i fatti concreti che hanno anticipato le tesi.

Per tutti i lavoratori italiani si tratta perciò, in buona sostanza (così il succo politico delle tesi), di allentare la morsa che li stringe: compressi come sono da una parte dalla diserzione degli industriali che passano alla finanza quando non delocalizzano, come dall’altra, premuti dal disimpegno della politica in materia di economia e lavoro.

Un esempio del disimpegno? La Fiom qualche mese fa interrogò la politica su sei punti. Il giorno successivo era tutto un ribollire di dichiarazioni di assenso ma, due giorni dopo, è calato il silenzio di tomba. Sul lavoro la politica è assente. Amaro riconoscerlo ma è così.

Ma non sarà facile far affermare le due tesi anche perché, in Cgil e in molte categorie, in questi 15 anni di “concertazione dell’arretramento”, è andato in dissolvenza, con la nozione di contrattazione (alcuni contratti nazionali ce lo spiegano), democrazia e conflitto, anche l’antico profilo dei sindacalisti. Con le idee si è perso anche il “mestiere”.

E’ stata infatti selezionata prima e allevata poi una generazione – quella della concertazione – che non ha più né la cultura né la cognizione anche tecnica degli strumenti indispensabili per un ritorno alla contrattazione, alla democrazia, al conflitto che sarebbe il ritorno al futuro, un futuro da elaborare. Taluni lo temono.

Possono perciò – i soggetti di questa leva – fare resistenza, e su di loro possono anche essere esercitati odiosi ricatti sull’inquadramento (il mobbing sindacale c’è, eccome!): potrei allineare esempi di penosi ripiegamenti ma, in verità, anche esempi di scatti d’orgoglio in controtendenza.

Però un punto resta chiaro: anche al di là delle due tesi, oggi nel sindacato è necessaria la svolta non solo nella sua politica ma anche nel ricambio del personale sindacale che la deve agitare. Altimenti, invece di tornare al futuro, torniamo agli errori gravi del passato non remoto.

La terza e la quarta ragione sono assai delicate e chiamano in causa, l’una in negativo l’altra in positivo, anche Rifondazione Comunista. Investono il Partito. Il messaggio in negativo ci arriva da quei settori di quella sinistra sindacale che, nella Confederazione e con la presenza appunto d’iscritti al Partito, si configurava nell’area di “Lavoro e Società” e che oggi, dopo aver polemizzato per mesi e mesi con la Fiom, si inventa un cambio di rotta come già intervenuto in Cgil e quindi, ci racconta che i contenuti delle due tesi alternative sono già assunti nel documentone Epifani. Non è così.

Ma non è nemmeno questo il punto, questo semmai è solo un falso scopo, un pretesto acrobatico, per abilitare tutt’altra operazione che rappresento così, per quello che ho capito: tu operaio, impiegato, ricercatore, commessa, fatevi pure il vostro congresso, discutete e schieratevi come vi pare ma, attenzione, giù le mani dalla mia poltrona che, a prescindere dal congresso, ho già contrattato come gruppo dentro l’area. Ho capito bene se interpreto che in Cgil c’è già una maggioranza d’ufficio e che Lavoro Società vi entra e vi resta senza diritto di proposta?

Ma se ho capito bene questa è la logica di una tribù che si autotutela imboscandosi negli apparati e sostiene, ma in apparenza, la democrazia magari con una “tesi civetta”, ma la sostiene solo per le fabbriche e negli uffici, mentre la calpesta già negli uffici della Cgil. Questo è il modo peggiore per celebrare i 100 anni della “premiata ditta”. Ecco, a questo Sindacato, si affermasse questo scivolone etico se non morale, non rinnoverei più l’antica tessera.

Ci arriva però anche il messaggio in positivo perché un congresso a tesi ci parla di una organizzazione che vorrebbe superare le componenti secche di partito, o ci prova perché ad essa appunto si oppongono i dirigenti delle percentuali garantite, che si rifiutano di dichiararsi “segretari uscenti” come si dovrebbe fare nel congresso non finto.

Siamo però sul bivio, congresso vero, congresso finto: anche questo è elemento di straordinarietà. E una nuova e vera sinistra sindacale, che uscirà dal congresso vero, interroga la politica, ha bisogno della politica come, del resto, la “nostra politica” ha bisogno della nuova e vera sinistra sindacale, e le dice alto e forte: senza lavoratrici e lavoratori, senza il ritorno alla centralità del conflitto, del salario, dei diritti, senza la ritrovata centralità del lavoro (“il lavoro è il motore dell’alternativa” diceva Rinaldini sul Manifesto), la politica non va da nessuna parte. E’ un bel messaggio questo se Rifondazione, oggi attiva nel campo di una scelta difficile, sa raccoglierlo. Fiom e Rifondazione: la chiave di volta per l’alternativa sono poi loro.