Cgil, un congresso davvero straordinario

Il congresso della Cgil cade in un momento assolutamente straordinario. II termine va usato in senso propriamente etimologi­co. E’ fuori dall’ordinario la crisi economica, sociale e politica che attraversa il Paese, crisi dove con­vivono e si confrontano due ipote­si d iuscita dal fallimento del berlu­sconismo: una uscita morbida che lasci inalterato il cuore delle politi­che neoliberiste oppure l’apertura di un nuovo corso. Occorre rico­noscere che la Cgil ha svolto, in questi anni, un ruolo fondamen­tale nel promuovere ed animare il movimento di lotta contro il go­vemo Berlusconi anche, almeno in una prima fase, con un ruolo di supplenza al deficit di opposizio­ne che veniva dal campo riformi­sta e moderato delle opposizioni. E va ancora ricordato a merito del­la Cgil di aver resistito alle sirene del “Patto per l’Italia” e di essere stata la forza che per prima e con grande forza ha lanciato l’allarme sulla recessione, sulla crisi deva­stante che assieme coinvolge i dati macroeconomici dell’economia e quelli microeconomici dei bilanci familiari e ha coniato 1’espressione “declino” per delineare i contor­ni di una vera e propria condizione di crisi generale del Paese.

In questo percorso, non credo possa essere dimenticata la posi­zione che la Cgil ha assunto per il Si al referendum sull’articolo 18. In quell’occasione, la più grande organizzazione dei lavoratori, appunto la Cgil e la più grande as­sociazione della società civile, 1’Arci hanno guadagnato un’au­tonomia dal quadro politico, dai Ds in particolare, che è frutto di un salto politico e culturale di pri­ma grandezza.

Certo, in tutto questo, c’è stato lo scavo del movimento dei movi­menti, la sua capacità di inciden­za, l’onda lunga di una ripresa di un protagonismo sociale ché è la grande novità di questo inizio secolo. Non è un bilancio tutto in po­sitivo e permangono ancora zone d’ombra e contraddizioni.

Come anche giustamente alcu­ni giorni fa rilevava Paolo Ferrero, rimane una contraddizione di fondo tra un impianto generale che segna avanzamenti impor­tanti e, invece, una pratica sinda­cale non all’altezza di quell’ispira­zione, piattaforme contrattuali spesso ancora dentro la vecchia logica della concertazione, un rap­porto con i lavoratori di molte ca­tegorie ancora privo di una idea e una pratica della democrazia sia per quanto riguarda le piattafor­me che per la ratifica degli accordi.

Dentro questa contraddizione, occorre far crescere una vera spin­ta per una sinistra sindacale che riesca a far compiere un salto di qualità a tutto il sindacato. Questa è la vera sfida e la strada certo non è semplice o senza insidie. Siamo di fronte a un passaggio decisivo. La possibilità stessa di aprire un nuo­vo corso si fonda sul rapporto tra l’autonomia dei movimenti e del conflitto con il governo. Se, dopo 1’auspicata spallata al governo del­le destre , prevalesse l’idea di riproporre la strada del collateralismo al quadro politico sarebbe la fine per qualsiasi progetto di costruzione dell’altemativa e il suicidio di ogni ipotesi di ricollocazione del sindacato in un rapporto diretto con i la­voratori. Una deriva questa che aprirebbe la strada a un nuovo pat­to concertativo. Non solo ogni ipotesi di vero cambiamento ne risul­terebbe mortificata ma si aprireb­be una crisi profonda dentro la Cgil medesima.

Oggi, la sinistra sindacale den­tro la Cgil può compiere un salto di qualità. Al suo interno, si confron­tano due diversi percorsi che par­lano di due differenti linee e prefigurano due differenti approdi.

La prima è la strada indicata dalla Fiom e che, in un percorso aperto, ha coinvolto altre impor­tanti categorie, come per esempio la Funzione Pulíblica e la Scuola.Si

Tratta di una battaglia limpida che, da Genova in poi, in un rapporto di internità con il movimento, ha fat­to della ricostruzione di un rap­porto democratico con i lavoratori e di un’autonomia con il quadro politico, l’asse di una ripresa del conflitto. Una strada che ha dato buoni frutti, ha riproposto un pro­tagonismo operaio (vedi Melfi), ha ricreato le condizioni di una batta­glia di vero avanzamento unitario con movimenti anche che si inter­secavano con il sindacato e la so­cietà (vedi la battaglia della scuola contro la Moratti), ha alimentato uno scontro vincente contro il go­vemo (vedi la vicenda contrattua­le della Funzione Pubblica).

L’insieme di questa iniziativa indica un percorso che le tesi al­ternative della Fiom indicano con chiarezza. Su quel percorso è possibile costruire una sinistra sindacale che compia un salto di qualità, ovvero come una forza che supera ogni condizionamento minoritario (compreso quello che consiste nel difendere nicchie di posizioni) e aspira, invece, a poter essere maggioritaria den­tro la Cgil.

La seconda strada, invece, è proprio quella consistente nel ridurre la battaglia della sinistra sin­dacale a una concertazione minoritaria della presenza nei gruppi dirigenti, come la dirigenza di La­voro e Società ha fatto nell’accor­do verticistico che ha teso ad im­balsamare i gruppi dirigenti sulla base di un accordo preventivo a prescindere dal consenso ottenu­to tra i lavoratori.

Accanto a questo, la deriva poli­ticista ed elettoralistica in cui gruppi e gruppetti cercano di lu­crare una rendita di posizione. Tutto il contrario di quanto sareb­be giusto e necessario non nell’in­teresse di una vera sinistra sinda­cale ma della prospettiva della ri­nascita di un vero sindacato di classe che fa del rapporto con i la­voratori il fondamento di un vero protagonismo sociale.