«Cgil, tutto già deciso tranne le decisioni»

La prima cosa che ha detto al telefono quando abbiamo preso appuntamento alcuni giorni fa per discutere di che cosa si sta progettando nel congresso della Cgil in corso è stata: «non c’è un congresso». Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della Fiom, che ha dato vita assieme ad altri alla Rete 28 aprile, «un nuovo soggetto politico in costruzione» dentro la Cgil, quando poi lo incontriamo spiega la sua polemica e soprattutto la preoccupazione per il futuro.

Le tue prime parole «questo non è un congresso» sono una battuta, un paradosso, che cosa intendi?

Forse il paradosso è in ciò che sta avvenendo: c’è un congresso che non è un congresso ma poi deciderà come un congresso. Perché vi si dovrebbe discutere di strategia per i prossimi cinque anni, invece è preso nella pura contingenza, si ferma all’11 aprile, quando avremo i risultati delle elezioni politiche. Le questioni cruciali, la contrattazione che non va bene, le minacce sul contratto nazionale, la democrazia, la condizione del lavoro presa tra precarietà e salario decrescente, di tutto ciò il gruppo dirigente sceglie di non parlare, rinvia tutto al «dopo».

Ma allora su cosa si misura il congresso?

Sugli equilibri interni. Spero che cambi da qui a marzo, devono ancora concludersi i congressi di base ma per ora, questo, che era stato presentato come «un congresso aperto», di discussione, riflessione, perciò dopo tanto tempo «unitario» e «a tesi», nella realtà spesso è il più blindato, bloccato dagli accordi preventivi tra i gruppi dirigenti. Dopo tanto tempo, siamo di nuovo alle correnti predeterminate, al patto tra apparati, perché questo è stato l’accordo preventivo tra i 12 segretari della Cgil: si è deciso a tavolino che Lavorosocietà, che come mozione di minoranza all’ultimo congresso aveva preso il 20% manterrà questa percentuale, indipendentemente dai voti che può prendere stavolta la sua Tesi; mentre l’80% sarà conservato all’allora maggioranza di Cofferati,, oggi di Epifani.

Se si è già decisa una spartizione fra gruppi dirigenti 80% a 20%, su cosa dovrebbero votare i lavoratori?

Appunto, e infatti c’è una pressione fortissima degli apparati, dalla Campania alla Toscana, ostacoli continui alla presentazione delle Tesi del segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini – che chiedono la discussione su alcuni dei temi cruciali come contrattazione, democrazia, su come si ricostruisce concretamente il conflitto. Insomma, se il congresso è «unitario», Rinaldini, Cremasachi, gli altri, con queste Tesi, vogliono rompere le scatole. E’ una tenaglia, e chi magari aveva votato l’altra volta per Lavorosocietà (anch’io avevo votato per la mozione che aveva primo firmatario Patta), o chi invece per la maggioranza (lo aveva fatto anche Rinaldini), oggi da molte parti viene «sconsigliato» a scegliere le Tesi di Rinaldini: «ma non sai che c’è il patto fra le correnti, se ti metti fuori chi ti eleggerà poi?» nel tale o tal altro organismo. E purtroppo Lavorosocietà è spesso utilizzata come crocevia di questi accordi burocratici. Il problema è di fondo: nel sindacato cresce il peso degli apparati, il ruolo politico «generale», rispetto al ruolo contrattuale, e crescono le risorse a favore del livello confederale rispetto alle categorie, si tolgono i mezzi all’azione diretta (ho letto un documento della Fim-Cisl con sottolineature analoghe rispetto alla sua confederazione). Questo meccanismo di centralizzazione burocratica, rende gli apparati sempre più autonomirispetto al «basso» sempre più legati al governo dall’alto, da cui dipendono sempre di più nella loro «carriera». Quindi cresce lo spirito gregario.

Insomma, un improvviso degrado verso la centralizzazione burocratica?

No, è un processo che si è accentuato senza dubbio negli anni della concertazione, negli anni di Cofferati, pur con i «3 milioni in piazza». La Cgil è diventata sempre più un’organizzazione centrista, politica, e centralizzata, sempre più una sorta di lobby politicosociale verso i partiti, piuttosto che uno strumento di contrattazione. E contano sempre meno non solo i lavoratori ma anche gli iscritti.

Sempre più centralizzato, sempre più «lobby politica»: non è una scappatoia per sopravvivere, di un sindacato in crisi in tutto l’Occidente?

Non c’è dubbio, e proprio per questo la «crisi del sindacato» doveva essere il tema di rifelssione di questo congresso. Invece si spera semplicemente che vada al governo il centrosinistra – perché «con un’altra fase Berlusconi non reggiamo». Perciò si è voluto fare il congresso prima delle elezioni, e a marzo mi aspetto una kermesse, con segretari di partito, ministri passati e futuri, con la parola d’ordine «cacciamo Berlusconi».

Ma Berlusconi, effettivamente, non è ancora stato battuto…

Certo, e mi auguro che lo sia. Ma anche contro le politiche di Berlusconi, contro il liberismo, che fa il sindacato? Chiede al centrosinistra di abrogare la legge 30, la legge Moratti (Rutelli ha già detto di no), ma che fa per «abrogarle» con la sua pratica? Non si può sempre coprire col sindacato dei convegni, degli scioperi politici annuali, pur necessari contro la finanziaria ma sempre più rituali, l’assenza di conflitto quando ti chiudono la fabbrica, ristrutturano, tagliano i posti di lavoro. Alle affermazioni politiche «generali», corrisponde la discrasia di una pratica sindacale sempre più moderata. E’ urgente discutere questo: come si contratta, chi contratta, come si trovano punti di unificazione tra i lavoratori precari; come si evita di andare avanti con accordi sempre più diffusi sul «doppio regime» – dove si salvano «i diritti» per quelli che sono al lavoro, in cambio della rinuncia totale di quelli che entreranno. Ossia, come si costruisce una solidarietà conflittuale contro la cultura e le pratiche liberiste. Invece, il congresso finisce dove dovrebbe cominciare: c’è qui la deformazione frutto degli anni di concertazione, centralizzazione, che ha prodotto quest’idea del sindacato grande lobby, che si rivolge ai poteri sennò affoga: al di là delle affermazioni ufficiali, c’è un totale bisogno del «governo amico».

Nel tuo scenario, Epifani è dunque l’eroe che bissa la centralizzazione, ripristina la concertazione con lo sperato «governo amico»?

Sì, ritengo che Epifani lo pensi – d’altronde è stata la strategia sindacale fin dal lontano Lodo Scotti – ma un nuovo accordo centralizzato di concertazione sulle relazioni sindacali con quali intelocutori politici si può fare, con Maroni? Perciò capisco che tutto sia rinviato a dopo. E «dopo», incombe una fatidica data «il luglio» 2006. E il gruppo dirigente da un congresso così trarrà una sorta di mandato in bianco per fare l’accordo con Cisl e Uil e tornare alla concertazione. Ma se il futuro diventasse il passato, credo che il conflitto si aprirebbe dentro la Cgil.

Quali guasti promette il «luglio» con la Confindustria di Montezemolo e il «governo amico»?

Per esempio, si parla di un accordo non più sull’inflazione programmata ma su quella «attesa»: le confederazioni all’inizio dell’anno «predefiniscono» l’inflazione per i contratti, ossia il loro costo. A quel punto, il contratto nazionale è liquidato.

E’ l’obiettivo di Montezemolo?

Il suo obiettivo, fallito lo scontro frontale col sindacato tentato dall’ex presidente della Confindustria D’Amato, è quello di attingere alla consolidata tradizione italiana per la quale si fa anche un accordo con il sindacato, si passa attraverso una «regola», per deregolamentare. Il padronato, non ho dubbi, pensa per un lungo periodo di puntare sul salario e la flessibilità…

Sul salario e la precarietà…

Sì, perciò il sindacato deve decidere se vuole riaprire il conflitto sul salario, e la precarietà: che sono due questioni collegate. I lavoratori sono precari perché così si pagano meno: insisto, la precarietà è un mezzo, non un fine. Lasciamo stare le tesi postmoderne, i padroni non sono così ideologici: se il lavoro diventa sempre più a disposizione – la Federmeccanica ce l’ha spiegato – non c’è neppure più bisogno di formule, di leggi 30, di quelli che sono semplicemente strumenti giacobini, dall’alto, per forzare, frantumare le resistenze del lavoro. L’offensiva sulla «produttività» e sulla «competitività» è un’offensiva contro il lavoro, non un’offensiva tecnologica.