Cgil: povera Italia stangata da Berlusconi e dal fiscal drag

Famiglie italiane povere, soprattutto quelle con un capofamiglia che lavora in una industria manifatturiera, ed economia messa in seria difficoltà dal forte calo della produttività.
Il quadro che l’Ires-Cgil presenta attraverso lo studio sull’andamento dei salari dal 2002 al 2005 non lascia spazio alle interpretazioni: 10% della popolazione possiede il 45,1% della ricchezza netta.

«L’Italia di oggi è una casa che rischia di bruciare», dice Agostino Megale, presidente dell’Ires-Cgil che ieri insieme al segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani ha presentato i risultati dell’indagine. Per il ministro Ferrero, «questo 10% di famiglie rappresenta un grande serbatoio al quale attingere per poter operare nella direzione di una redistribuzione della ricchezza in Italia».

Tra il 2002 e il 2005, il periodo in cui Silvio Berlusconi da presidente del Consiglio ha attuato una politica dei redditi disatrosa grazie a una inflazione distante anni luce da quella reale e ritardando di parecchi mesi il rinnovo del contratti, un lavoratore dipendente con una retribuzione lorda di 24.584 euro l’anno ha subito una perdita cumulata in busta paga di 1.647 euro. Un risultato dovuto per 1.082 euro dalla perdita “secca” del potere di acquisto accumulata nei 4 anni e per 565 euro dalla mancata restituzione del fiscal drag. Una retribuzione lorda media annua pari a 22.881 euro nel 2002, tenendo il passo con l’inflazione reale, avrebbe dovuto essere pari a 24.745 euro; invece, risulta pari a 24.584.

La restituzione del fiscal drag è un punto sul quale la Cgil insiste da tempo. E anche ieri, il segretario Guglielmo Epifani è tornato a sottolinearne l’importanza. «» necessario trovare delle priorità per risolvere la perdita del potere d’acquisto delle famiglie italiane. Per noi la priorità è la restituzione del drenaggio fiscale che potrebbe compensare una parte consistente di quella perdita sia per lavoratori che per pensionati».

In Italia, attualmente, le persone “a rischio impoverimento” sono circa 16,5 milioni; «prendendo come riferimento – si legge nel rapporto dell’Ires-Cgil – la soglia dei 1.000 euro netti al mese, secondo i dati della Banca d’Italia, sono circa 6,5 milioni i lavoratori che guadagnano meno di tale soglia e circa 10 milioni i pensionati che percepiscono non più di 800 euro netti al mese». «Le persone a rischio diventano circa 20 milioni – continua – se si considera anche la fascia di lavoratori con un reddito interiore alla soglia appena più alta di 1.350 euro netti mensili» Questa fascia è composta da quelle “categorie discriminate” come i lavoratori del Mezzogiorno (retribuzione lorda annua di 17.161), gli addetti delle piccole imprese (15.200), i lavoratori immigrati (15.101) e i giovani (18,564) che, pur qualificati, hanno un contratto al di sotto delle loro necessità e aspettative. In questa “rosa” troviamo anche le lavoratrici che per la gran parte hanno un salario interiore alla media nazionale del 18, 2%, «a causa delle difficoltà strutturali di accesso e di gestione del lavoro». «Si riscontra anche un’incidenza di lavoratori “sotto i mille euro al mese” – si legge ancora nel rapporto – tra i dipendenti di alcuni rami del settore manifatturiero e dei servizi alla persona».

Interessanti i dati che raccontano la percezione della crisi da parte delle famiglie italiane. Se nel 2001 il 48% degli italiani dichiarava di essere riuscito a risparmiare nell’anno, nel 2005 questa percentuale è scesa al 36% dopo un declino continuo. «Dal 2001 si nota un marcato rallentamento – si legge nel rapporto dell’Ires – contraddistinto da una variazione media dei consumi collettivi per il periodo 2002-2005 di 0,3 punti percentuali ogni anno, confermata dall’ulteriore stallo dei consumi familiari nel 2005, in cui si registra una variazione di appena +0,1 punti percentuali».

Tutto questo disastro per Agostino Megale si spiega con la “cattiva concertazione” del periodo in cui il centrodestra è stato al governo: il mancato intervento per controllare prezzi e tariffe, «in violazione di quanto previsto dall’accordo del luglio ’93 che prevedeva il meccanismo del price cap». Una tesi che non salva certo la “concertazione buona”. Tanto più, per ammissione della stessa Ires-Cgil, nello periodo di Berlusconi «il passo delle retribuzioni contrattuali si è tenuto al ritmo di crescita dell’inflazione» e l’indice delle “retribuzioni di fatto” anche se negativo non ha rappresentato certo una debàcle. I danni della concertazione, sia buona che cattiva vengono fuori se il confronto si fa sul lungo periodo. Scrive il sociologo Luciano Gallino: «Le disuguaglianze di reddito si sono fortemente approfondite in Italia non da ieri bensì tra la metà degli anni ’80 e la metà degli anni ’90. In seguito sono rimaste relativamente stabilli». «Tra la metà degli anni ’70 – prosegue Gallino – e i primi anni 200, la quota di reddito da lavoro dipendente in rapporto al valore aggiunto è scesa di ben dieci punti, dal 48 al 38 per cento, mentre la quota dei profitti nel settore privato saliva di sei-sette punti già a metà degli anni ’90 e si manteneva stabile dopo allora».

E passiamo al capitolo dedicato alla produttività. «Negli ultimi quattro anni, i dati della Banca d’Italia evidenziano i ritardi della produttività del lavoro nel nostro sistema-Paese rispetto all’Unione europea – si legge nel rapporto dell’Ires – con valori negativi sia nel 2002 ed nel 2003, rispettivamente -0, 9% e -0, 2%, a differenza dell’Ue15 in cui si è registrato un aumento medio vicino al punto percentuale; nel 2004 la crescita della produttività del lavoro in Italia ha segnato una variazione positiva (+0,4%) ma nettamente inferiore al resto dei paesi europei in cui è arrivata mediamente a +1, 8%; nel 2005 si calcola mediamente un +0, 6% nell’Ue25 a fronte di un andamento ancora negativo (-0,3%) in Italia nel corso dello stesso anno».