Cgil ancora indietro nel superare la pratica concertativa

In alcuni interventi come quello di pochi giorni fa di Leopoldo Tartaglia, credo ci sia troppa enfasi sulla svolta della Cgil e sul presunto superamento dell’impianto concertativo. Mi piacerebbe sapere se i sottoscrittori del documento dei 49, condividano tale lettura del documento congressuale della Cgil.
Sicuramente la Cgil ha rappresentato un argine al pesante attacco ai diritti.

La mobilitazione contro l’attacco all’articol018, il rifiuto opposto al patto per l’Italia sono punti essenziali di una lotta di resistenza contro la ventata liberista. Ma stupisce il come, con troppa disinvoltura, ci si dimentichi di fare i conti con storture e pratiche contraddittorie, sia sul merito delle scelte assunte nel precedente congresso (politiche contrattuali), che sul metodo (in quante categorie si sono fatti votare gli accordi dai lavoratori?).

Il congresso si svolge in un contesto del tutto particolare.

Confindustria punta, attraverso un accordo centralizzato (definito Patto Costituzionale), per far fronte alle difficoltà competitive del paese, a limitare il diritto di sciopero; stabilire sanzioni per chi non si attiene agli accordi nazionali; la esigibiltà della flessibilità istantanea cancellando il ruolo contrattuale delle Rsu; a che il Contratto si limiti solo a recuperare salario entro i tetti di inflazione programmata e che la contrattazione di secondo livello agisca solo sul salario variabile e su indici relativi agli andamenti aziendali.

Confindustria chiede la cancellazione della contrattazione e del ruolo del sindacato nei luoghi di lavoro. Lo scontro in atto sulla vertenza dei metalmeccanici è proprio su questo punto.

Questo attacco richiede una risposta immediata dell’intero movimento sindacale a sostegno dei contratti aperti. In coerenza con ciò, lo sciopero generale del 25 novembre, oltre che mobilitare contro la finanziaria dovrebbe esplicitamente sostenere la lotta per i rinnovi contrattuali. Due grandi categorie, metalmeccanici e pubblico impiego (dove raggiunto l’accordo quadro, i lavoratori attendono la definizione dei contratti) sono impegnate nello scontro.

Ad oggi non è così. Contratti che si chiudono male o che rimangono al palo fanno gioco per la Confindustria.

La Cgil, a fronte di questo attacco, non può limitarsi a rispondere negativamente alle pretese di Confindustria. Deve mettere in campo, sia sulla crisi industriale che sulle politiche contrattuali, scelte e pratiche sindacali in grado di sconfiggere questo disegno e riconquistare centralità e potere al lavoro.

Mi chiedo: se fosse vera la condivisione unanime del superamento delle politiche concertative, allora perché non dire sin d’ora e con nettezza che non si è disponibili per nessuna ipotesi di patto centralizzato, di riedizione del 23 luglio?

Ci troviamo, a mio modesto parere, di fronte ad un documento congressuale netto e condivisibile nel contrastare le politiche messe in campo da Berlusconi, mentre per le scelte relative al fare del sindacato, nei fatti, rinvia la discussione e le scelte di merito al dopo elezioni. Se non fosse così, perché il patto dei 12 segretari che congela gli equilibri del precedente congresso?; perchè l’assurdità di parlare di congresso libero(unitario e a tesi), per poi pretendere il relatore unico? Per quanto mi riguarda il primo problema è che il congresso si faccia e sul serio. Naturalmente discutendo pacatamente di merito e mettendo gli iscritti alla Cgil in condizioni di decidere. Le tesi di Rinaldini, a mio avviso, hanno un primo merito, quello di costringere tutti a decidere sulle questioni dirimenti, senza rinvii. Il Congresso deve, innanzitutto, fare un bilancio di questi ultimi 12 anni. Il sistema di regole del 23 luglio 1993 è stato superato, azzerato nei fatti. Oggi, oltre a chi come me non l’ha condivisa, sono in tanti, diversamente collocati in Cgil, a sostenere che questa esperienza non è più ripetibile.

Dal ’93 al 2004, a fronte di aumenti dei prezzi mediamente del 40%, si è avuto un recupero medio dei salari pari al 25%, e ciò nonostante i due livelli di contrattazione, con una perdita media del potere d’acquisto del 15%.

Per invertire questa tendenza è necessario rilanciare funzione e ruolo della contrattazione che affermi la centralità del lavoro.

Vanno confermati i due livelli di contrattazione. Il Contratto Nazionale, quale elemento di solidarietà dell’insieme delle lavoratrici e dei lavoratori, va rafforzato e nella parte normativa deve affermare processi di stabilizzazione dell’occupazione coerentemente alla richiesta di abrogazione della legge 30;
Deve rafforzare il ruolo delle Rsu come soggetto contrattuale, rifiutando qualsiasi ipotesi di superamento dell’orario settimanale e di flessibilità gestite unilateralmente dalle imprese;
Sul salario non si tratta di sostituire l’inflazione programmata con un altro riferimento di inflazione, ma deve affermare esplicitamente criteri di riferimento (potere d’acquisto, andamento del settore, produttività) che prevedano un aumento reale dei salari.

La tesi presentata da Rinaldini (8a), assume pienamente questi punti e rifugge dal proporre una manutenzione dell’Accordo del 23 luglio.

Rifiuta la definizione di una gabbia entro cui confinare la contrattazione del salario. Non a caso la tesi recita che: «Deve essere l’autonoma valutazione del sindacato a definire, fermo restando l’obiettivo dell’aumento reale del salario, le rivendicazioni retributive». Centrale resta il tema della democrazia.

Assumere come vincolante la validazione delle Piattaforme e degli Accordi attraverso lo strumento del Referendum, ossia lo strumento in grado di certificare in modo preciso e trasparente il voto dei lavoratori è elemento dirimente nella discussione aperta su questo punto. La tesi Rinaldini (9b) afferma che questo diritto deve esserci senza vincoli né di raccolta di firme tra i lavoratori, né con il diritto di veto di sigle sindacali.

*Segretario Fiom Torino