Ceuta e Melilla, la pelle come passaporto

Questi sono i racconti dei migranti che hanno tentato di saltare i reticolati di Ceuta e Melilla, ma che non ce l’hanno fatta. Sono racconti di uomini e donne vittime di guardie corrotte che lungo il cammino sequestrano loro denaro e vestiti, come a quel ragazzo che rimane senza jeans e per chilometri viaggia seminudo e senza scarpe; di scafisti che non se la sentono più di prendere il mare e allora insegnano a un coltivatore di cotone come usare la bussola, o di uomini lasciati in mezzo al deserto che corrono dietro alle guardie «come fanno i cuccioli quando li abbandoni e non sanno dove andare».
Sono i racconti dei più fortunati, perché vengono dal Mali, e il Mali, insieme al Senegal, ha firmato un accordo col Marocco perché i suoi cittadini vengano rimpatriati. Ma patiscono l’onta di chi ritorna a mani vuote. «Meglio la morte della vergogna», spiega Mamadou Diariman.

Gli altri compagni di viaggio, malmenati dalle forze dell’ordine, sono stati abbandonati nel deserto senza acqua né cibo. Come quel migrante che sul punto di morire di sete chiama col cellulare il compagno di prigionia e gli chiede l’ultimo perdono.

Altri invece sono morti, uccisi a bastonate dalla Legione Straniera spagnola, o con un colpo di fucile. Come quel ragazzo freddato dalla polizia marocchina che gli aveva appena ammazzato il fratello. «Non avevamo fatto niente di male né ai marocchini né agli spagnoli», dice Makàn Sidibé. «Volevamo solo passare».

L’Occidente ignora i viaggi lunghi anni che i migranti dell’Africa subsahariana compiono per raggiungere le frontiere con l’Europa, e ignora che in quel tragitto sono morti almeno 4mila ragazzi e ragazze solo negli ultimi quattro anni. Ignora che ai confini tra l’Algeria e il Marocco si sono ammassati 20mila disperati, in attesa di raggiungere Ceuta e Melilla, e che 10mila si trovano già nelle prossimità.

Si nascondono nei boschi e intagliano lunghe scale di legno per saltare con più facilità i due reticolati che li dividono dall’Eldorado. Fanno notizia perché adesso gli assalti sono di massa: a centinaia si lanciano correndo contro i muri di filo spinato (alti tre metri, ma a breve li alzeranno a sei), e ingaggiano battaglie all’ultimo sangue con le guardie di frontiera.

Le testimonianze dei 200 rimpatriati sono state raccolte a Bamoko, la capitale del Mali, dal 18 al 20 ottobre, un’iniziativa che ha rappresentato il punto di partenza per un altro viaggio, quello della “carovana della dignità”, promossa dalle donne del Forum per un altro Mali e della Rete degli artisti e intellettuali africani, guidate dalla scrittrice Aminata Traoré. La carovana ha poi toccato il Marocco, la Spagna, la Francia, l’Italia e il Belgio, per denunciare le umiliazioni che i figli dell’Africa patiscono a casa loro e nel loro pacifico cammino verso l’Europa.

«Torniamo dall’inferno», esordisce Mahadi Cissoko, «ci avevano detto che il cammino verso la Spagna è pieno di pericoli, ma non potevamo certo immaginare la rabbia e l’odio delle forze dell’ordine marocchine e della Guardia Civil, la polizia spagnola. Che cosa gli hanno detto sul nostro conto perché ci frantumino in quel modo le ossa e il morale? Dal primo assalto a Ceuta, nella notte dal 28 al 29 settembre, i militari marocchini colti di sorpresa hanno reagito a colpi di fucile, e hanno ucciso due persone. Dopo aver scavalcato il primo reticolato, stavamo cercando un modo per arrivare a Ceuta senza dover saltare anche il secondo, visto che quando ci sei sopra sei una preda facile. La Guardia Civil ha reagito sbarrando le uscite con le loro camionette e ammazzando quattro persone. Poi hanno raggruppato noi che eravamo riusciti a passare. Ci siamo seduti e ci siamo rifiutati di muoverci. Con uno dei nostri telefonini abbiamo chiamato Elena, un attivista spagnola per i diritti dell’uomo con base a Tangeri e che ci aveva prestato enorme aiuto quando eravamo ancora nascosti nei boschi. Non la dimenticheremo mai. Ci ha consigliato di rimanere lì dove eravamo, fino all’alba. Ma la Guardia ci ha picchiati così ferocemente che alla fine abbiamo ceduto. Allora ci hanno ammanettati due a due prima di consegnarci ai marocchini, i quali ci hanno portati in prigione».

In quella notte ufficialmente morirono cinque migranti. Due di essi presentano ferite da arma da fuoco. La procura di Ceuta sta indagando. Durante la visita della Sinistra Europea a Melilla, il comandante della Guardia Civil ha assicurato gli europarlamentari che nessun migrante era morto in quella enclave.

«Io ero a Melilla», è il racconto di Amadou Sangaré, «Al tramonto ci siamo raggruppati al limitare della foresta. All’incirca alle due del mattino siamo partiti a centinaia verso i reticolati. I marocchini, poco numerosi, si sono intimoriti e si sono dati alla fuga. La Guardia allora ha iniziato a sparare dall’interno del reticolato. Ci siamo ritirati ma io sono rimasto colpito alla gamba. Così ho invitato i miei compagni a non aspettarmi perché stavo male. In quel momento mi sono ritrovato in mezzo a dei corpi inerti, potevano essere sei. Per paura di essere scoperto e malmenato mi sono finto morto. La mattina gli spagnoli hanno aperto il reticolato e dato dell’acqua ai marocchini perché ce la versassero per constatare se eravamo vivi o morti. Allora ho dovuto farmi scoprire. Mi hanno picchiato e buttato nella loro vettura. Ma un altro africano che era rimasto accanto al cadavere del fratello minore, pazzo di dolore, ha detto loro che non aveva più motivo per vivere e che chi aveva ammazzato il fratello poteva fare la stessa cosa con lui. I militari marocchini l’hanno abbattuto a sangue freddo. La scena l’ho vista con i miei occhi».

La “Asociaciòn pro derecho a la infancia”, una ong attiva a Melilla, ha presentato alla procura dell’enclave spagnola una denuncia a carico della Guardia Civil per l’uccisione di un migrante che tentava di scavalcare il secondo reticolato. La prova sarebbe raccolta in un filmato girato dalla stessa ong, nel quale tre migranti affermano di essere testimoni del fatto. “Asociaciòn pro derecho” dice anche che negli ultimi giorni di settembre sono avvenute altre sei morti sospette, dalla parte spagnola e marocchina del reticolato, ma che a livello ufficiale sarebbero state occultate. Medici senza Frontiere e Amnesty International esigono un’inchiesta indipendente.

«Anch’io ero a Melilla», continua Dianguina Coulibaly, «dove gli agenti marocchini e la Guardia spagnola ci hanno stretti tra i due reticolati. Sparavano su chi tentava di scalare la rete. Ad un certo punto mi hanno colpito ad una gamba. Siaka Diarra, l’amico mio che non era riuscito a scappare, è stato picchiato a morte, il cranio fracassato».

Seydou Coulibaly è un veterano della migrazione: «Ci accampiamo per mesi davanti ai reticolati di protezione, normalmente per gruppi della stessa nazionalità. I gruppi si formano per passare il muro tutti insieme. Prima del 2003 tentavamo la sorte da soli oppure in due o tre per volta, ma il rafforzamento della sorveglianza delle vie marittime ha fatto sì che si gonfiasse il numero di quelli che venivano a passare la frontiera nei reticolati. Con gli assalti di massa abbiamo fatto vedere al mondo quello che ci succede, per sottolineare che i maltrattamenti e le morti risalgono al 2003».

Il governo Zapatero afferma che la striscia di terra larga due metri tra un reticolato e l’altro è “tierra de nadie”, terra di nessuno. Così chi passa il primo muro di rete non si trova più in Marocco, ma nemmeno è già in Spagna. Ecco perché la Guardia Civil li cattura e li riconsegna alle guardie marocchine, violando in realtà le convenzioni internazionali. In un reportage de El Mundo, alcuni migranti raccontano di aver visto chiaramente come gli agenti spagnoli corrompessero gli omologhi marocchini, pagandoli 50 euro per ogni migrante che riprendevano in consegna.

«La tua pelle è il tuo passaporto e se sei nero, e per di più povero, non passi. Anzi, devi anche sparire. Questa è la mia sensazione», racconta Mamby Dembele, «Altrimenti perché arrivano a strappare o bruciare i nostri passaporti, e persino le nostre carte d’identità, quando non ci uccidono? Loro ci vogliono senza identità, né esistenza. Ci spogliano spesso anche dei più piccoli pezzi di carta e delle informazioni che custodiamo, senza permetterci così di continuare il nostro cammino o di contattare i nostri genitori».

«Vi dico io cosa significa farci sparire», spiega ancora Seyde, «Significa che ci prendono e ci portano in mezzo al deserto, il più lontano possibile, senza cibo né acqua, e lì ci disperdono. Come i cuccioli che quando li cacci via si mettono poi a correrti dietro perché non sanno dove andare, noi inseguivamo i militari incaricati di abbandonarci nel deserto. Seccati, tornavano sui loro passi e ci malmenavano per dissuaderci. Spesso minacciavano la gente del posto di non aiutarci, e la incoraggiavano invece a svelare i nostri nascondigli. Ma il comportamento dei marocchini ordinari, specialmente le donne, non ha niente a che vedere con quello della polizia. Hanno mostrato tutta la loro compassione spesso quando tentavamo più volte di saltare i reticolati, sui quali erano rimasti impigliati i nostri vestiti. Io mi ero aggrappato con forza al filo spinato. Per obbligarmi a lasciare la presa le guardie mi sparavano addosso e mi battevano sui fianchi. Ho dovuto mollare. Lì ci ho lasciato la camicia, le scarpe, e sanguinavo tutto».

Issouf Sangare fa notare un particolare: «Date un’occhiata alle scarpe che indosso. Sapete perché non ho più i lacci? Me li hanno tolti per legarmi i polsi e quando li hanno tolti li hanno buttati. E sapete come ho avuto queste scarpe? Facendo l’elemosina. Perché ci sono dei momenti nei quali non si trova neanche un lavoretto qualsiasi per poter sopravvivere.

Allora ci avviciniamo alle case, suoniamo timidamente campanello e ci allontaniamo dal portone per non spaventarli. Chi capisce la nostra situazione ci apre e ci regala cibo, vestiti o scarpe».

Sidi Diarra racconta: «Il telefonino che carichiamo con batterie portatili ci permette di tenerci in contatto fra noi e con le nostre famiglie. E’ così che prima di morire di sete nel deserto, uno dei nostri compagni abbandonato nel Sahara poté chiamare Ballo, un giovane che che si trovava con noi nella prigione di Nader, e gli chiese perdono per il male che poteva avergli fatto nel periodo in cui stavano insieme. Il moribondo gli ha anche chiesto di informare la stampa di quella forma di condanna a morte. Ballo riuscì a contattare l’Ortm (Office de Radio e Telévision Malienne), a Bamako. Un commissario irruppe nella nostra cella sotterranea cercando il possessore del telefonino. Noi negammo di aver denunciato alcunché. Eppure da quel momento divenne più prudente e le frustate e le altre umiliazioni che ci infliggevano improvvisamente cessarono. Ma quello che aveva il telefonino se ne sbarazzò buttandolo nel water».

«Se capiscono che hai un telefonino o dei soldi, alcuni agenti ti seguono fin nel gabinetto per toglierteli. Lo stesso quando indossi qualcosa che gli piace. Io portavo un paio di jeans e delle scarpe che probabilmente hanno attirato i loro sguardi. Me li hanno presi. Ho viaggiato mezzo nudo e senza scarpe finché la gente del posto non mi ha donato qualcosa da vestire. (…) Quando resisti, poi, ti debarquer, ti frustano e ti strappano di dosso tutti i soldi, non importa quanti. Ho visto un uomo a cui prendevano più di un milione di franchi. Quelli algerini non ti chiedono nulla, mentre gli agenti maliani rappresentano la prima tappa difficile, con il pretesto che il presidente della Repubblica ha imposto loro di non lasciarci andare all’estero. Una volta rimasti al verde, per continuare il nostro viaggio siamo obbligati a fermarci ad ogni villaggio, in Algeria, e qui lavoriamo nei campi, o costruiamo case, finché arriviamo in Marocco. In quattro mesi ho messo da parte 600 euro per continuare il mio cammino», è l’esperienza di Souleymane Traore.

Madou Keita ha conosciuto l’angoscia del viaggio per mare: «Non so niente di Ceuta e Melilla, né di reti di protezione. Ma so tutto delle sventure di una traversata in barcone. E che barcone! Gli scafisti che avevamo contattato ci portarono in nascondigli alle pendici delle colline. Stemmo lì ad aspettare, pigiati l’uno sull’altro, con pochissimo cibo e poca acqua. Ti danno una ciotola d’acqua che ti deve bastare per giorni. Se non rispetti gli ordini muori di sete. Ad un certo punto gli scafisti vennero a prendere un gruppetto perché li aiutassero a costruire la barca. Nel passato erano gli arabi a guidare la traversata, ma oggi ti danno delle bussole, ti insegnano ad usarle, e ti fanno partire. Io ho tentato la via del mare tre volte, senza successo. Ho visto tanta gente morire. Il bilancio della terza traversata fu di sette sopravvissuti, tra i quali c’ero anch’io, e 35 annegati».

«Ci buttiamo sui reticolati e montiamo sulle barche che costruiamo noi con la paura nello stomaco. Ma ci diciamo che meglio la morte della vergogna. Pensiamo che i nostri compagni caduti a Ceuta e Melilla o nel deserto, come anche quelli annegati nel mare, non sono dei banditi ma uomini degni. Hanno rischiato la vita non per se stessi ma per la famiglia e il loro paese. Partirò ancora non appena avrò messo da parte abbastanza denaro, a meno che il Mali non inizi occuparsi di noi», promette Mamadou Diariman.

Djanguina Coulibaly: «Chi siamo? Tra noi ci sono contadini e figli di contadini. Mio padre possiede un terreno molto esteso che io stessa potrei coltivare se ne avessi i mezzi. Non ho un diploma ma mi sento in gradi di fare in questo paese quello che ho fatto lavorando nei campi in Algeria».

«Io sono commerciante. Viaggiavo tra Bamako e Lomé, portavo a casa dei tessuti, pezzi di macchina. Ma oltre alle dogane, i gendarmi e i poliziotti lungo la strada, tutti in Mali sono diventati commercianti, compresi i funzionari. Non si vende più nulla, salvo a credito, e chi compra difficilmente ripaga il debito. Ho dovuto lasciare il commercio», dice Issouf Sangare.

Il dramma di chi torna è l’umiliazione, perché è partito con la speranza di aiutare la famiglia, come Mamadou Diarima: «Tornando a casa in queste circostanze ritroviamo i nostri cari senza poter fare più nulla per loro. Al contrario, sono loro che devono prendersi cura di noi. Vi rendete conto? C’è la sensazione che le autorità non capiscano il nostro senso del sacrificio. Al nostro arrivo in Mali, avremmo desiderato un giaciglio per dormire profondamente e a lungo, tanto siamo fisicamente provati. Avremmo voluto mangiare e bere a sufficienza, perché abbiamo sofferto la fame e la sete quando eravamo nel deserto. Chi ci ha accolto ha solo avuto cura di identificarci e vaccinarci. Alcuni hanno mangiato, altri nemmeno quello. Continuiamo ad avere fame e aspettiamo dal governo del Mali la prova che se laggiù ci maltrattano e ci espellono, qui c’è ancora bisogno di noi. Siamo pronti a servirli, perché non abbiamo un’altra terra e non sappiamo più dove andare senza venire umiliati o uccisi».

Alla fine dei loro racconti, i rimpatriati maliani hanno chiesto alle autorità di Bamoko una nuova carta d’identità, cure mediche per i feriti, il rimpatrio immediato di chi si trova ancora in Marocco, un aiuto per la ricerca di un lavoro, la caccia alla rete di trafficanti di uomini e donne. Alla comunità internazionale chiedono invece che si apra un’inchiesta per chiarire ciò che è successo nelle ultime settimane alle frontiere di Ceuta e Melilla.

Molti di loro riproveranno a raggiungere l’Europa.