Cercando un’altra strada

In questo tempo di governo riformista siamo di fronte alla più grande offensiva antiriformista della storia repubblicana; e come spesso accade nella storia, il lavoro sporco lo debbono fare i riformisti al governo. La classe operaia – è comune sentire – non c’è più e l’obiettivo di questa offensiva è il volgo disperso di chi lavora per campare, dei precari, dei poveri, insomma di quella maggioranza della popolazione che non dispone di beni capitali. Proletari, si diceva una volta.
L’attacco è a tutto campo: i diritti di chi lavora, il salario, la salute, la scuola, la sicurezza (gli infortuni crescono) e anche la pensione, cioè – grosso modo – il salario differito, cioè il conquistato diritto ad avere una retribuzione dopo anni e anni di lavoro salariato, il diritto di non dover mendicare una volta diventati vecchi. L’economia non va tanto bene e l’imperativo è quello di dare soldi alle imprese e di risparmiare sulle spese sociali. Anche con questo governo, il famoso «cuneo fiscale» ci dice questo.
Il blocco sociale capitalista non è miope e l’offensiva contro le pensioni è cominciata in qualche modo nel 1995, con la forse dimenticata riforma Dini e con il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo. Una volta era semplice: con trentacinque anni di lavoro dipendente avevi diritto al 70 per cento dell’ultima paga. Ora questa certezza non c’è più, anzi è sicuro che avrai molto di meno e se poi tu, povero pensionato, volessi recuperare un po’ di quei denari che in passato ti erano assicurati, affida la gestione della tua pensione ai privati fondi di investimento: potrai tentare l’avventura capitalista, ma da poveraccio.
Se gli investimenti del tuo fondo (soprattutto all’estero e non nell’economia nazionale) andranno male, allora molto bene: ti diranno che sono le leggi del mercato e tanto peggio per te e per i tuoi diritti, messi in gioco su un tavolo dove tu non conti niente. Per quanto il presente governo cerchi di presentarla diversamente e di attenuarne gli effetti, questa è la strada intrapresa da tempo: ma non è una scelta obbligata, anche se ci viene raccontata come una sorta di inevitabile «stato di natura». Cari lettori, amici, compagni, questa è la stagione: ci sono la globalizzazione, il progresso tecnologico, l’informatica e il vostro lavoro, passato e presente, viene considerato alla stregua di un’inutile anticaglia, da usare e buttare.
Ma questa è la verità o l’ideologia della minoranza attualmente vincente? Senza il lavoro dei subalterni, questa società sarebbe ancora in piedi? Senza il lavoro ci sarebbero ancora ricchezza e lussi? Non credo proprio. E allora, già con questo giornale, riprendiamo la ricerca di una strada diversa: la lotta per i diritti di chi lavora, per il salario, la scuola, la sanità, la pensione. E cominciamo proprio «dal fondo», da quella previdenza che ritorna periodicamente come risorsa cui attingere per sanare i conti dello stato e su cui anche nella maggioranza di questo governo si discute e ci si divide. Iniziamo con l’articolo di Roberto Pizzuti, che troverete a pagina 2; e continueremo contro venti e tempeste. Alla fine la realtà finirà col prevalere.