C’era una volta la Tecnosistemi, ora c’è una fabbrica fantasma

105 lavoratori vivono nello stabilimento occupato vicino Palermo: da due anni senza stipendio, da tre mesi niente cassa integrazione

Ormai è da un mese che occupano la loro fabbrica-museo. Ci dormono dentro, anche se, volendo, la notte potrebbero tornare fra le mura di casa. Da tre mesi non percepiscono stipendio. Tirano a campare grazie al sostegno delle famiglie. I guardiani del museo sono i 105 dimenticati dello stabilimento della Tecnosistemi di Carini, a trenta chilometri da Palermo, fabbrica specializzata da sempre nella progettazione e realizzazione di apparati per l’energia indispensabile a Telecom e a tutte le altre aziende della telefonia. I 105 guardiani del museo, se vogliono, possono ancora oggi andare a mensa, perché – sulla carta- non è cambiato nulla. C’è la mensa e, all’ingresso, il servizio-sicurezza che regola gli accessi. Né Kafka ne Gogol sarebbero riusciti a immaginare lavoratori che vanno a mensa nella fabbrica che non c’è e i vigilantes che vigilano su portelloni metallici e blindati che si spalancano sul nulla.
Cos’è la Tecnosistemi? Neanche questo è stato facile capire. Anche perché, prima, dovremmo sapere se questa Tecnosistemi esiste veramente. Vi stiamo raccontando la storia di un pozzo nero, un piccolo grande polo industriale che imputridisce nel silenzio e nel disinteresse generali. Un gioco di bussolotti, scatole cinesi, scatole vuote, al quale sovrintende, con l’abilità di un disinvolto croupier, il governatore di Sicilia Totò Cuffaro.
Qualche data, qualche cifra. L’insediamento risale esattamente a 30 anni fa, al 1975, quando l’Italtel, che già era insediata da quasi 30 anni nella borgata palermitana della “Guadagna”, decide di aprire anche a Carini. Per anni la fabbrica rappresentò uno dei “fiori all’occhiello” dell’omonimo complesso industriale su scala nazionale: sino a 1500 i lavoratori impiegati. Di questi, hanno sempre fatto parte gli odierni dipendenti del “museo del lavoro”. Farli parlare non è stato facile. Con il passare del tempo e delle promesse che non si realizzavano mai, sono diventati quasi afasici. Esprimono rassegnazione, ancor prima che rabbia. D’altra parte noi, più che lo sfogo corale su lavoro che non c’è più, abbiamo cercato di ricostruire gli anelli di un catena emblematica e perversa.
Marcello Di Maria, 42 anni, al termine di silenzi imbarazzati, è designato a parlare a nome di tutti: «La partenza reale del sito produttivo non c’è mai stata. Avrebbero dovuto garantire l’occupazione per 145 lavoratori, ma già nel marzo 2002, 80 erano in cassa integrazione mentre 50 venivano dichiarati “esuberi”. Intanto, i rimanenti 15 furono messi in carico a un’altra società della Teconosistemi». Partenza dal classico piede sbagliato: «I nuovi proprietari ci dissero che una mega commessa brasiliana, legata all’ipotesi del rifacimento delle linee telefoniche in Brasile, era andata perduta. Iniziò il lungo stillicidio della cassa integrazione e il susseguirsi di incontri con le istituzioni locali con le promesse che si fanno in casi del genere. Poi malgrado gli accordi per agganciarsi agli ammortizzatori sociali e alla pensione, la sopravvenuta beffa del crack finanziario della Tecnosistemi blocca la speranza di chi, avendo superato i trentacinque anni di lavoro, toccava ormai con mano una pensione che non fosse di fame».
Cos’è esattamente la “Spa Tecnosistemi”? Una holding: galassia di sei società, alle quali facevano capo oltre 30 aziende tutte acquisite dal mercato delle cessioni di rami d’azienda tanto di moda nella seconda metà degli anni 90. «Noi eravamo una di quelle – prosegue Di Maria – Che fine hanno fatto le sei società? Tutte vendute singolarmente nel resto d’Italia, e tutte in amministrazione straordinaria. I dati ci dicono che il disastro è generalizzato: su 1800 lavoratori ne restano impiegati meno di 400. Tornando a noi. Dopo due anni di amministrazione straordinaria, l’unica offerta di acquisto è pervenuta da un imprenditore barese che fa capo alla Sme impianti, società che lavora nell’impiantistica industriale, nota per essersi aggiudicata appalti con gli aeroporti, con le ferrovie e l’Enel. La Sme ha lanciato un’offerta d’acquisto, ma limitata a 22 ricercatori e tecnici, rimandando l’assunzione degli altri a quote di fatturato ipotetiche. Fatto sta che, al momento di presentarsi dal notaio per la firma dell’accordo, la SME ha brillato per la sua assenza. Ora la domanda conclusiva è: era stato tutto congegnato per ottenere la liquidazione anziché il fallimento o c’è una trattativa e le istituzioni non danno abbastanza garanzie all’imprenditore perché la trattativa vada avanti?».
E poi il pallino è passato al croupier Cuffaro, più volte chiamato in causa. «Ci ha raccontato tante di quelle cose che non è possibile riferirle tutte» conclude Di Maria. Ma la sua ricetta, rendere appetibile l’azienda per poi rivenderla, ha dato il risultato negativo dell’offerta Sme.
Visito i cinquemila metri quadrati del museo dove il tempo del lavoro si è fermato. Sono insieme a Italo Tripi, eletto segretario della CGIL siciliana che ha appena assunto di fronte ai lavoratori l’impegno di coinvolgere anche gli altri due sindacati in una battaglia che si presenta difficilissima. Sui tavoli da lavoro schede elettroniche e carpenterie, persino i cacciaviti del giorno in cui la fabbrica chiuse, come in un fermo immagine che ibernò tutto.
Ignazio Marino, bella figura di anziano capo operaio che si autodefinisce «vecchio lupo di battaglie sindacali», rende noto che la magistratura palermitana da anni è stata investita dalle denunce dei lavoratori; ma che il tempo passa e non succede nulla, anche perché l’Italtel ha iniziato una battaglia legale per spostare la competenza al Foro di Milano. Spiega Marino: «L’operazione di compravendita ha tutto il sapore di essere stata una truffa bella e buona. Malgrado è qui che si sia consumato il delitto, noi dovremmo andare a Milano a spese nostre. Io da solo ho 79 testimoni, mi dica come faccio a portarli a Milano… ».
Interviene Francesca Drago: «Non abbiamo stipendio da due anni, da tre mesi neanche la cassa integrazione. Occupiamo dal 30 agosto. Ormai siamo troppo grandi d’età per riuscire a trovare un altro lavoro». Voci femminili: «La Regione avrebbe dovuto risolvere questa situazione da tempo. Invece non ci riceve, ci lascia in asso. Il fatto stesso che a una riunione di un paio di giorni fa che si teneva a Roma, un tavolo importante, la Regione non si presentata, fa capire in che mani siamo… ». Francesca Drago racconta che Ballarò inviò una troupe: «Ma la sera in cui doveva mandare in onda il servizio, invitarono Cuffaro e il servizio non si vide mai. Forse perché c’era Cuffaro?».
Pino Martinez, è una figura simbolo di questa vertenza. Era il braccio destro di don Pino Puglisi, ora Martinez ha deciso che questa è la sua nuova frontiera. Ascoltiamolo: «Nell’ultimo mese abbiamo intensificato le nostre forme di lotta, in maniera più estrema. Cinque di noi hanno fatto anche uno sciopero della fame che è durato dieci giorni. Sono dovuto ricorrere alle cure dei medici che hanno constatato quanto fosse vero il mio sciopero della fame. Proprio per cercare di stare male e di rendere credibile il mio gesto, negli ultimi tempi ho addirittura rinunciato a prendere i succhi di frutta e ho bevuto meno acqua. Volevo stare male, dovevo stare male: era il segnale che intendevo lanciare. Ma neanche così è successo nulla di significativo». Amelia Barca conclude: «Chiediamo al sindacato tutto, senza distinzioni, di starci accanto e di essere incisivo. Da soli non andiamo da nessuna parte… ». Che ne sarà di loro?