Centosedici volte Primo Maggio, “temibile” giornata proletaria

«Sono intorno alle 18,25, il comandante Chapus grida: “Fuoco! Fuoco! Fuoco rapido! Mirate al portabandiera! ”. Nove morti, 35 feriti in 45 secondi. Avvenne a Fourmies il Primo Maggio 1891». Così è raccontato in una cronaca dell’epoca, l’eccidio avvenuto appunto a Fourmies, ridente cittadina nel Nord della Francia, quando i gendarmi a cavallo spararono contro un corteo di operai che manifestavano per le otto ore. Tra i morti, quattro donne, erano quasi bambine e agitavano fiori di biancospino: Maria Blondeau, tessitrice, 18 anni, un colpo in testa; Louise Hublet, 20 anni, un colpo in fronte; Ernestine Diot, 17 anni, un colpo nell’occhio sinistro e uno in testa; Felicia Tonnelier, 16 anni, quattro pallottole in corpo. Contro nemmeno 200 manifestanti, vennero mandati 300 soldati equipaggiati col nuovo fucile Lebel, dotato di 9 colpi di 8 mm e capace a distanza di 100 metri di trapassare tre corpi.
Nel 1903 un monumento viene eretto in memoria delle vittime di quel giorno. Le otto ore in Francia saranno concesse per legge quasi vent’anni dopo, il 23 aprile 1919. Ed è in memoria delle ragazzine di Fourmies trucidate in piazza, che l’iconografia popolare in Francia ha spesso associato il Primo Maggio all’immagine di una giovinetta che cammina leggera con in mano un ramo fiorito di biancospino.

Quello che celebriamo domani è il 116° Primo Maggio. In Italia se ne devono calcolare ventitré di meno, perché Mussolini nel ’22 decise di sopprimere la “sovversiva” festa dei lavoratori, sostituendola con quella del 21 Aprile, Natale di Roma. Spento d’autorità, il Primo Maggio continuò a sopravvivere sotto la cenere del Ventennio: un segnaletico garofano rosso che, quel giorno, compariva all’improvviso sui baveri del vestito buono; una “non ordinaria” bevuta convocata all’osteria; una falce e martello dipinta sul muro nottetempo; e anche volantini socialisti messi in giro da mani clandestine. Né mancarono arresti e scontri con i carabinieri.

Cinque giorni dopo la Liberazione, il Primo Maggio è già ricomparso, esplode nelle strade e nelle bandiere ritrovate. E’ un grido di orgoglio e di forza – pugni levati in alto con vessilli tricolore che portano scritto sopra “Festa del lavoro, festa del popolo, festa dell’insurrezione vittoriosa” – il manifesto del Primo Maggio 1945, un disegno d’artista firmato Ennio Morlotti e Bruno Cassinari. Nessuno lo fermerà più, il Primo Maggio. Come disse Andrea Costa: «I cattolici hanno la Pasqua, da oggi in poi anche i lavoratori avranno la loro Pasqua».

Ma non fu una gentile elargizione, il Primo Maggio. La sua stessa origine è cruenta. Nasce in America, quando nel 1886, 12 mila fabbriche e 400 mila operai scendono in sciopero rivendicando le otto ore. Epicentro della manifestazione Chicago, dove la polizia apre il fuoco una prima volta, uccidendo quattro operai; e poi una seconda e una terza nei giorni successivi, con altri morti e feriti; in seguito, dopo lo scoppio di una bomba, otto anarchici vengono arrestati e condannati, uno a 15 anni di carcere e sette alla pena capitale sotto l’accusa di tentato omicidio. Di essi, due si vedono commutare la pena di morte in ergastolo; uno si suicida in cella. Gli altri quattro – Adolphe Fiscer, August Spies, George Engel, Albert Parson – sono impiccati l’11 novembre 1887. Divennero i “Martiri di Chicago”.

Due anni dopo, la Seconda Internazionale Socialista riunita a Parigi decide di lanciare una grande manifestazione in modo che – a una data stabilita, simultaneamente, in tutti i paesi e in tutte le città – i lavoratori scendano in piazza per chiedere, tutti insieme, in America e in Europa, le otto ore. La scelta cade sul primo giorno di maggio, per il valore simbolico che i “Martiri di Chicago” avevano dato a quella giornata. Così il 1 maggio 1890 i lavoratori di tutti i paesi si fermano simultaneamente per la prima volta; il successo è grandioso e l’anno dopo si replica; nell’agosto dello stesso 1891 a Bruxelles, la Seconda Internazionale riunita a congresso decide di rendere permanente quella che resterà per sempre la “Festa dei lavoratori di tutto il mondo”.

Venne accolta a fucilate, in qualche caso anche a cannonate.

In Francia, alla vigilia del primo maggio 1890, il governo dispone immediatamente uno straordinario dispiegamento di truppe con lo scopo preciso di fronteggiare i manifestanti. Come in Francia, anche in Germania, Inghilterra, ovunque esistano nuclei organizzati del movimento operaio, la “giornata” lanciata dalla Seconda Internazionale è infatti in alacre, straordinaria preparazione. E ovunque, nell’opinione pubblica borghese, tra padroni e governanti, si sparge il panico. Quell’unica “giornata” del capitalismo che il movimento operaio ha deciso di “prendere per sé”, dedicandola alle otto ore e alla sua emancipazione, è letto come un atto “sovversivo”, tanto più pericoloso in quanto internazionale e simultaneo. Quella “giornata” – è proprio l’ordine “scritto” dei Palazzi – deve perciò essere abbattuta.

Lo spettro della Comune aleggia in una Parigi che, all’alba del primo maggio 1890, si sveglia in stato d’assedio, i ricchi sono scappati in campagna, le tipografie chiuse d’autorità, proibiti i cortei, arrestati i militanti. Identiche misure, nello stesso giorno, vengono adottate in Germania, Austria-Ungheria, Italia, Bulgaria, Spagna. In tutti i paesi europei cortei e manifestazioni sono vietati, l’apparato repressivo è rapidamente approntato. A Barcellona arrivano le navi da guerra, i cannoni puntati sulla città in sciopero; ad Amburgo la polizia ingaggia un durissimo scontro con gli operai; in Italia il governo Crispi proibisce ogni tipo di manifestazione su tutto il territorio nazionale (ma in quel primo maggio 1890 si avranno dimostrazioni, proteste e scontri con la polizia a Milano, Torino, Genova, Livorno, Napoli e in decine di altri centri). Fanteria, cavalleria, polizia armata di tutto punto sono mandate in campo in tutta Europa contro la “temibile” giornata proletaria, simbolo di una presa di coscienza di classe che è sentita dal potere come una minaccia da stroncare sul nascere.

Quello di Fourmies non è il solo episodio sanguinoso in Francia, in quel primo maggio 1891; anche a Clichy, piccolo centro alle porte di Parigi, la gendarmeria si scatena con selvaggia brutalità contro un corteo operaio. E in Italia, dove il ministro Nicotera ha proibito le manifestazioni, scontri a fuoco in piazza Santa Croce in Gerusalemme a Roma costeranno cinque morti, oltre cento feriti e centinaia di arrestati. (E sarà tragico il Primo Maggio 1908, Bava Beccaris fa sparare a Milano sulla folla che protesta per l’aumento del prezzo del pane; e dovranno passare undici, combattuti anni prima che i metallurgici e altre categorie di lavoratori, nel Primo Maggio 1919, possano festeggiare la conquista delle otto ore).

Mentre in Gran Bretagna la celebrazione della “giornata” si svolge senza incidenti sia nel ’90 che nel ’91 (in centomila sfileranno in Hidepark, suscitando l’ammirazione di Engels), in Russia il governo zarista reagisce con una repressione durissima (il Primo Maggio resterà violentemente proibito fino al fatale 1917). Manifestazioni e scontri avvengono a Tiblisi, Kiev, Odessa, Helsinki; nel 1893 forti dimostrazioni a Kazan, successivamente a Mosca, Saratov, Minsk.

Il momento culminante in Russia è toccato nel 1905, quando il Primo Maggio viene celebrato in 177 città dell’impero zarista. Sette anni più tardi, nel 1912, quattrocentomila operai entrano in sciopero dopo la fucilazione di alcuni operai, avvenuta in Siberia, sul fiume Lena: da questo momento in poi, l’agitatore rivoluzionario che fino allora è da tutti conosciuto come Vladimir I. Ulianov, si farà chiamare Lenin. Con un decreto del 1918, il Primo Maggio nella Russia sovietica verrà poi proclamato festività nazionale.

Altrettanto violenta è la repressione in Polonia. Il Primo Maggio polacco del 1892 è passato alla storia come “la rivolta di Lodz”. Il proclama degli operai – almeno 60 mila nelle piazze – diceva: «Chiediamo di lavorare soltanto otto ore al giorno, per non deperire, per avere più tempo per l’istruzione, lo svago e il riposo… Chiediamo la libertà politica». Bandiere rosse e nere sono sospese ai fili, lo sciopero è pacifico: ma, ubbidendo agli ordini del generale Ivan Hurko, viene aperto il fuoco sulla folla. I morti furono duecento. Il proclama del generale Hurko diceva: «Non risparmiate le munizioni, entro domani mattina l’ordine deve essere ristabilito».

Primo Maggio. Nel suo evangelico “Inno dei lavoratori” scritto per la Festa del 1891, Pietro Gori, l’indimenticabile anarchico dal grande cuore, autore anche di “Addio Lugano” e “Canto a Caserio”, così chiudeva la sua canzone-poesia: «Date fiori ai ribelli caduti con lo sguardo rivolto all’aurora/al gagliardo che lotta e lavora/al veggente poeta che muor».

Primo Maggio. Sempre quello.