Censurato “My name is Rachel Corrie”, polemica negli Usa

«Da che cosa negli scritti di Rachel Corrie, nei suoi pensieri ed emozioni, nella sua confusione e idealismo, nel suo coraggio e nella ricerca di senso, da cosa il pubblico di New York dovrebbe essere protetto?». Anche Harold Pinter è intervenuto nella controversia americana che circonda la pièce My name is Rachel Corrie, tributo all’attivista americana 23enne uccisa a Rafah, nella striscia di Gaza, tre anni fa da un tank israeliano mentre faceva da scudo umano alla casa di un medico palestinese.
Insieme a Gillian Slovo, Stephen Fry e altri diciotto scrittori ebrei, il Nobel inglese per la letteratura ha firmato un lettera pubblicata il 22 marzo dal New York Times in cui si schiera contro la decisione del New York Theatre Workshop, un teatro dall’orientamento progressista, di “rinviare” a data imprecisata lo spettacolo.

My name is Rachel Corrie è andato in scena per la prima volta lo scorso anno a Londra registrando il tutto esaurito. Poco dopo la morte di Rachel, i genitori Craig e Cindy hanno messo alcune sue lettere sul sito web dell’International Solidarity Movement, l’organizzazione di cui l’attivista statunitense faceva parte. Il Guardian le ha riprese e il londinese Royal Court Theatre ha chiesto ai Corrie l’autorizzazione ad usarle in una pièce teatrale. Dopo un’iniziale esitazione, la risposta è stata positiva. La famiglia ha consegnato al teatro 184 pagine tratte dai diari e dalle lettere di Rachel. Il Royal Court Theatre le ha affidate ad Alan Rickman e Katherine Viner, giornalista del Guardian, che le hanno riadattate insieme all’attrice Megan Dodds. La reazione del pubblico inglese è stata straordinaria e decine di teatri in tutto il mondo, Israele compresa, hanno richiesto lo spettacolo.

La prima al New York Theather Workshop era in programma il 22 marzo. Gli autori inglesi erano pronti a volare negli Stati Uniti, i biglietti erano già in vendita on-line, i comunicati stampa approvati, quando qualcosa si è rotto. Il teatro newyorchese ha annunciato alla produzione inglese di voler rinviare lo spettacolo a data da destinarsi. Volevano più tempo per “contestualizzare” le parole di Rachel, probabilmente affiancandogli un altro spettacolo centrato sulle vittime israeliane dei kamikaze palestinesi.

Intervistato dal Guardian, il direttore artistico James Nicola ha dichiarato: «Nel corso dei lavori di pre-produzione e mentre parlavamo con le nostre comunità di New York, abbiamo avvertito che in seguito al coma di Ariel Sharon e l’elezione di Hamas, c’era una situazione molto tesa. La nostra presentazione di quel lavoro artistico avrebbe mostrato una presa di posizione in un conflitto politico che invece non vogliamo prendere». Katherine Viner ha immediatamente denunciato la “cancellazione” e la “censura politica”. Nomi di primo piano come Vanessa Redgrave hanno chiesto al teatro di tornare sui suoi passi. Il magazine The Nation ha dedicato al caso la copertina dell’ultimo numero e un lungo articolo firmato da Philip Weiss che sottolinea: «Come può l’Occidente condannare il mondo islamico per il rigetto delle vignette su Maometto quando una scrittrice americana, che parla in nome dei palestinesi, è ridotta al silenzio?».

Secondo la rivista, il New York Theatre Workshop sarebbe stato preoccupato delle reazioni di funzionari vicini al sindaco Michael Bloomberg e della Anti Demafation League, organizzazione filo-israeliana. The Nation, inoltre, afferma che il teatro americano, nel suo giro di consultazioni non avrebbe coinvolto le comunità arabo-americane. James Nicola ha ammesso l’omissione addebitandola però a mere questioni di tempo e negando ogni pressione politica. In un confronto serrato con Katherine Viner ai microfoni di “DemocracyNow! ”, ha dichiarato che le sue esitazioni derivano soprattutto dalle chiacchiere con gente comune e dalle disinformazioni su Rachel che circolano su Internet.

Di certo, non sarà la controversa decisione del New York Theatre Workshop a fermare lo spettacolo. Anzi, le polemiche hanno avuto un effetto moltiplicatore, a dimostrazione che questa volta, davvero, «the show must go on».

Il 22 marzo, gli attivisti del sito Rachelwords. org hanno organizzato una serata nella Riverside Church di Harlem. Oltre 1000 persone, tra cui i Corrie e Patti Smith, hanno partecipato ad una maratona di quattro ore in cui video e musica hanno accompagnato le parole di Rachel. «Sento incredulità e orrore – scriveva due settimane prima di morire – sono delusa che questa sia la realtà del mondo in cui viviamo. Non è questo quello che avrei voluto quando sono venuta al mondo».

My name is Rachel Corrie tornerà a Londra a fine mese in un teatro sulla West End, molto più grande di quello dove è andato in scena la prima volta. A Seattle il Bread and Puppet Theater ha presentato Daughter Courage, un altro spettacolo basato sugli scritti di Rachel, dal titolo ispirato al classico di Bertolt Brecht Madre Coraggio. Intanto, Cindy e Craig Corrie continuano la battaglia legale: hanno infatti deciso di ricorrere in appello contro la decisione dei giudici di archiviare la loro denuncia contro Caterpiller, l’azienda che fornisce a Israele i veicoli corazzati, uno dei quali ha ucciso Rachel. E, chissà, forse un giorno anche il pubblico di una città liberal come New York riuscirà a vedere My name is Rachel Corrie.