«C’è un muro tra Parigi e la banlieue»

L’ampiezza delle rivolte dei giovani delle banlieues francesi di questi giorni hanno già trasformato questa fiammata di violenze in un fatto storico. Anche se è presto per valutarne il peso e le conseguenze, chiediamo allo storico Jean Chesneaux di inquadrare la situazione attuale in una prospettiva storica.

Professore, stiamo assistendo a un nuovo ’68, come dicono alcuni, oppure piuttosto agli ultimi momenti di Weimar?

Diffido dei riferimenti storici: la storia non si ripete e ogni crisi importante è sovradeterminata, come direbbe Althusser, quindi singolare. Il `68 è stato un avvenimento singolare: un attacco frontale contro l’ordine stabilito da parte di strati sociali e di una generazione che in grosso beneficiavano di questo stesso ordine, ma volevano altro, di più. Oggi la situazione è completamente diversa. Il movimento in corso è alimentato dagli strati più sfavoriti e da una generazione senza speranze. Tuttavia, c’è un carattere comune con il maggio `68: entrambi i movimenti non rientrano nelle categorie politiche razionali. Gli avvenimenti del 27 ottobre 2005 sfuggono all’analisi politica classica, nessun partito li sostiene. Si situano all’esterno dei processi politici classici, come il maggio `68. La prova è che, oggi come allora, i media e i politici non sembrano capire nulla di quello che succede. Maggio francese o Weimar? Il maggio `68 era un movimento di iniziativa dinamica, di forze sociali all’attacco dell’ordine stabilito. Weimar è invece un movimento di difesa disperata dell’ordine borghese tradizionale. La monarchia era finita, l’autorità dell’esercito senza più credibilità, ma la società borghese si appropria disperatamente dell’ordine bismarckiano. Un ordine che era minacciato da forze sconosciute e imprevedibili, da cui è venuto fuori il fascismo, il nazismo. Weimar è un riferimento più angosciante del `68, perché nel Maggio c’era slancio, attivismo, gioia di vivere, mentre Weimar difende un regime minacciato di morte e che finirà per morire.

Ma come a Weimar c’è il rischio della morte di un ordine sociale in agonia?

Se oggi in Francia l’ordine non viene ristabilito, in condizioni accettabili sia per i giovani che per la cittadinanza repubblicana – cioè nel rispetto dei valori repubblicani – si può temere che il degrado della situazione nelle banlieues porti alla presa del potere da parte di elementi che approfittano dell’imperizia dell’Ump, dei chiracchiani, per stabilire un ordine nuovo, che non avrà certo nulla in comune con il nazismo, ma che merita di essere messo in parallelo con Weimar: cioè sarà il crollo della V Repubblica. E’ un riferimento inquietante che fa riflettere sulla gravità della situazione.

Ci sono altri riferimenti storici possibili?

Se bisogna cercare dei precedenti non è certo dal lato dei sollevamenti operai, né il `68, ma nei movimenti di disperazione dei neri negli Usa negli anni `65-’70. Watts, Detroit: è il solo movimento precedente di autodistruzione, di protesta senza prospettive e senza speranza. Quartieri interi bruciati, distruggere per distruggere. Le forze sociali del movimento attuale sono senza prospettive, senza idee direttrici. Possiamo cercare un’analisi sociologica. Le strutture più gravemente prese di mira sono quelle dell’ordine, dell’apparato della società: scuole, Posta, trasporti, evidentemente la polizia e i commissariati. Dall’altro ci sono i simboli del consumo, i supermercati. Ma sarebbe superficiale leggere questo movimento come rivolto contro le strutture di ordine e il consumo, perché sarebbe cercare qualcosa che non esiste, una razionalità che non c’è.

Allora è più adatta un’analisi di psicologia sociale?

Bisogna difatti parlare di richiamo del vuoto, di pulsione del nulla, di abisso. Le analisi marxiste rifiutano questa dimensione, che sfugge alla ricerca della razionalità. Noi siamo figli di Descartes, di Newton, di Leibniz: a un problema vogliamo trovare una soluzione. Ma qui non c’è soluzione. C’è una pulsione di distruzione che si ferma alle vicinanze, sono le auto dei poveri che vengono bruciate, le imprese locali, così compromettono il loro avvenire e la vittima principale è lo spazio sociale di prossimità. Non bisogna quindi, secondo me, cercare una razionalità in un movimento che è fondamentalmente espressione di pulsioni irrazionali. Questo ci riporta a Weimar, alle folle che aspettavano Hitler, alcuni psichiatri dicono che la Germania ha “desiderato” Hitler, nel senso freudiano del termine. Naturalmente è un’irrazionalità diversa dal nazismo, non siamo alla stessa epoca, le condizioni non sono le stesse, la tecnologia non è la stessa, bisogna considerare il ruolo dei telefonini, della tv, che ha il dovere di mostrare le immagini delle distruzioni, ma al tempo stesso queste immagini sono malsane.

Villepin dice che la Francia non è un paese come gli altri. Ma questi incendi non segnano il fallimento del modello francese di integrazione, sulla carta non comunitaristico?

E’ il fallimento completo, anche se altrove le cose non vanno meglio. Siamo al grado zero dell’integrazione, all’avvenire zero, non c’è lavoro, non c’è promozione sociale. Siamo anche al rispetto zero. A Parigi le fortificazioni sono state abolite nel 1924. Non bisogna dimenticare che Parigi era una piazza militare. Ma queste fortificazioni sussistono, c’è un muro morale tra Parigi e la banlieue. Anche nel più modesto arrondissement parigino c’è una fierezza culturale, un’arte di vivere che, a parte alcune rare eccezioni, non esiste in banlieue, luogo “bandito”, come dice il nome. E’ la V Repubblica che ha rotto le relazioni tra Parigi e la sua periferia. Prima della V Repubblica esisteva il Dipartimento della Senna, che risaliva alla Rivoluzione. L’architetto Paul Chemetov dice che con la V Repubblica Parigi ha dato congedo alla sua banlieue, come si licenzia una cameriera. Non ci sono più le fortificazioni, ma il périphérique è una barriera psicologica e culturale, non solo urbanistica.