C’è un limite alla guerra: il suo costo

LE Borse avevano festeggiato l’ultimatum all’Iraq e l’inizio delle ostilità. Si risolveva un’incertezza e
La prima categoria di costi della guerra comprende quelli più diretti e le spese di ricostruzione. La stima presentata dalla Casa Bianca è pari a circa lo 0,7% del Pil Usa. Sembra sopportabile, ma si basa sull’ipotesi di un periodo di belligeranza e occupazione intensa di circa 6 mesi. Se il conflitto si allarga e si allunga il conto sale. Il problema è che per ora l’azione degli angloamericani appare più come un’occupazione che come una liberazione dell’Iraq. Ciò significa costi più alti, più difficili da condividere con la comunità internazionale, come si era potuto fare nel 1991, proibitivi per i deficit pubblico ed estero statunitensi. Il dollaro e l’equilibrio finanziario mondiale potrebbero soffrirne gravemente.

Una seconda categoria di effetti economici della guerra riguarda la sua relazione col petrolio. E’ sciocco dire che la guerra è stata fatta per il petrolio ma è certo che la strategia degli Usa, così come quelle della Francia, della Russia e della Cina, riflettono anche il fatto che il petrolio mediorientale è molto abbondante ed ha un costo di estrazione bassissimo. La conflittualità più o meno esplicita sul controllo delle fonti energetiche potrebbe crescere e complicare sia la conclusione del conflitto che la ricostruzione. Quanto al prezzo del petrolio, a parte le fluttuazioni speculative durante il conflitto, è improbabile che si creino le condizioni per una sua diminuzione sostanziale e durevole, rispetto ai livelli considerati «normali» prima della guerra. In teoria il Medio Oriente potrebbe produrre quasi tutto il petrolio necessario al mondo ad un prezzo molto basso. Non succede così perché il prezzo sconta la scarsità di lungo periodo del petrolio, perché il cartello dei produttori ha convenienza a sostenerlo e perché i consumatori hanno interesse a diversificare le fonti sfruttando anche quelle più costose. Queste ragioni non verranno meno con la guerra. Anzi, un’occupazione angloamericana lunga e controversa aumenterebbe la domanda di petrolio di zone «sicure» dove è molto più costoso estrarlo.

Un’ultima categoria può comprendere tante altre conseguenze economiche più indirette della guerra e dell’impressionante deterioramento delle relazioni internazionali. Dal freno alla liberalizzazione degli scambi in sede Wto al rallentamento dell’integrazione europea, dal clima avverso agli investimenti di cui il ciclo mondiale avrebbe bisogno all’impatto specifico ma potenzialmente contagioso su alcuni settori, come il trasporto aereo e il turismo. Sono costi netti per l’economia globale che difficilmente saranno compensati dall’effetto espansivo delle spese militari e della ricostruzione. In ogni caso la dimensione economica ha diritto di stare al centro del dibattito sulla guerra, insieme alle questioni etiche e politiche. C’è chi è giunto ad accusare gli Usa di aver fatto la guerra per rilanciare l’economia. In un certo senso è vero il contrario: il costo della guerra potrebbe diventare una delle ragioni per rivedere la strategia che ha condotto al conflitto.