Castelli, ultimo assist alla Cia

Ha aspettato cinque mesi. Poi ha risposto di no. Il ministro della giustizia Roberto Castelli ha finalmente replicato alla procura di Milano che chiedeva l’estradizione dei 22 agenti Cia indagati per il rapimento dell’ex imam di viale Jenner Abu Omar. Quarantotto ore dopo la sconfitta elettorale che per il guardasigilli leghista è un avviso di sfratto, Castelli ha ufficialmente detto no. Non presenterà agli Stati uniti la richiesta di estradizione «e di diffusione delle ricerche all’estero» che avrebbe significato la possibilità per qualsiasi paese extra europeo di fermare gli agenti segreti nordamericani responsabili il 17 febbraio 2003 del rapimento di Abu Omar in pieno giorno a Milano. Una «rendition» secondo il codice delle operazioni «sporche» Usa, condannate dal Consiglio europeo (che sta indagando, come il parlamento di Strasburgo, e ha già elogiato il lavoro dei magistrati italiani). Se fossero fermati in Europa gli 007 Usa rischierebbero ugualmente l’estradizione in forza del mandato di arresto comunitario, che non ha caso ha visto la Lega di Castelli fortemente contraria. «Sono stato messo con le spalle al muro dalla procura di Milano», si è giustificato Castelli. Il riferimento è alla lettera del 30 marzo scorso del capo dei magistrati inquirenti Manlio Minale, che in termini molto duri chiariva al ministro che non esiste alcun potere di non decidere. E’ vero che l’articolo 720 del codice di procedura penale lascia al guardasigilli totale discrezionalità sulle richieste di estradizione. Ma, spiegava Minale, esiste un problema di ragionevolezza. «Il procuratore capo mi faceva velatamente intendere che altrimenti sarei incorso in un’omissione di atti di ufficio», ha detto ieri il ministro. Ipotesi piuttosto astratta, ma resta il fatto che Castelli ha lasciato per 5 mesi i pm milanesi sulla graticola, bloccando l’indagine. Che adesso invece potrà riprendere perché resta in piedi la possibilità di processare gli agenti Cia in contumacia. «Non me la sento di mandare agli Stati uniti il segnale che ci occupiamo di arrestare i cacciatori di terroristi», ha argomentato Castelli. «Presenteremo una nuova richiesta al prossimo ministro della giustizia nella convinzione di poter ottenere una diversa valutazione», ha risposto a stretto giro il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro, titolare dell’inchiesta sul rapimento di Abu Omar (ma a Milano stavano indagando sull’ex imam già prima della rumorosa intromissione Cia). «La decisione del ministro – ha aggiunto Spataro – seppure interviene dopo oltre cinque mesi configura un’assunzione di responsabilità di cui la procura non può che prendere atto». Non basta, perché il ministro ha lasciato cadere un’estrema allusione, dicendosi dispiaciuto di essere stato costretto a decidere «perché in questo modo si blocca un’operazione che stavamo portando avanti con gli Stati uniti che speravo andasse in porto. Ora non ho più alcuna arma di pressione». Castelli non ha voluto spiegare meglio, solo che «poteva andare a vantaggio del paese». Sembra un modo, obliquo, per accampare possibili sviluppi del caso Calipari: la procura di Roma aspetta un segnale per poter procedere contro Mario Lozano, il mitragliere che il 4 marzo 2005 uccise Nicola Calipari sparando all’automobile dove c’era anche Giuliana Sgrena lungo la strada per l’aeroporto di Baghdad. Ma sciaguratamente per Castelli nulla sembra muoversi su quel fronte, a dispetto delle sue «trattative». Tanto da autorizzare il sospetto che ci siano anche altre partite aperte con la giustizia Usa, una per tutte: le rogatorie Mediaset. «Il ministro mi aveva effettivamente parlato di una trattativa complessa con gli Stati uniti – ha confermato ieri sera il procuratore generale di Milano Mario Blandini, il tramite tra Castelli e la procura, – ma anche che intendeva attendere altri 15 giorni dopo di che avrebbe risposto alla richiesta di estradizione». Era l’8 marzo scorso.