Caso-Enron: stanno suicidando e infartuando tutti i protagonisti…

La saga Enron non smette di riservare sorprese. L’altra notte Kenneth Lay, presidente della fallita società energetica è morto improvvisamente. Il bolettino medico parla di infarto, ma visto il ruolo e il peso dell’uomo i dubbi sono difficili da cancellare. C’è chi la considera una sconfitta dei giudici che l’hanno condannato e chi pensa che sia tutta una messa in scena, e chiede l’esame del Dna. Resta il fatto che la morte di Kenneth Lay, inventore della Enron e amico della Casa Bianca, ha colto tutti di sorpresa, dagli avvocati con cui stava preparando il ricorso alle autorità, fermamente decise a portare avanti la causa civile perché «la famiglia non può continuare a usufruire del ricavato delle sue truffe» come ha dichiarato al New York Times un funzionario che ha voluto restare anonimo. Una fortuna personale stimata intorno a 400 milioni di dollari che la giuria, riconoscendo Lay colpevole di 19 capi d’imputazione, ritiene siano stati accumulati con la frode e la cospirazione. Si è detto che i giudici sono stati influenzati dal furore dell’opinione pubblica. Sicuramente il giustizialismo non è mai un bello spettacolo ma c’è da dire che il fallimento della compagnia ha polverizzato dall’oggi al domani qualcosa come 68 miliardi di dollari. Per non parlare dei fondi pensione dei dipendenti pubblici (un altro miliardo) di alcuni municipi che si erano lasciati sedurre dai teorici della “distruzione creativa”, frase coniata dall’entourage del ragazzo della Enron – “Kenny Boy”, come lo chiamava il giovane Bush. Particolarmente odioso è stato il comportamento del padre-padrone nei confronti dei dipendenti Enron, incoraggiati a comprare le azioni della compagnia mentre lui, sottobanco, aveva già cominciato a venderle. Così migliaia di persone insieme al lavoro hanno perso anche i propri risparmi, facendo precipitare la fiducia dell’opinione pubblica nel capitalismo al punto più basso dopo la Grande Depressione.
La parabola di Ken Lay potrebbe essere la sceneggiatura di un film sul sogno americano. Nato in una famiglia povera del Missouri, il giovane Ken è riuscito a risalire la scala sociale con le unghie e con i denti: lavorando, studiando e coltivando amicizie importanti una volta trasferitosi in Texas.

Negli anni Settanta, dopo un breve passaggio al Dipartimento dell’Interno come consulente energetico, Lay si tuffa nel business appena in tempo per approfittare della deregulation reaganiana: la compagnia nata dalla fusione fra la Houston Natural Gas e l’Inter-North del Nebraska, è lo strumento perfetto per tentare la scalata al cielo.
Perché Lay non vuole soltanto trasportare gas ma è più interessato alle transazioni di borsa tanto che, allo scoccare del 2000, quando Enron è ormai diventata la settima corporation statunitense e viene vezzeggiata dagli analisti economici di tutto il mondo, il suo business principale sono proprio gli scambi azionari di qualunque cosa, dall’acqua ai cavi elettrici passando, appunto, per l’energia.

E’ proprio in occasione delle presidenziali del 2000 che Lay capisce di poter sfruttare appieno i vecchi rapporti con un giovane rampollo texano che non riesce a tenere in piedi le compagnie petrolifere finanziate dal papà presidente. Per i ragazzi di Houston è essenziale che la deregulation energetica non rallenti e, soprattutto, che non passino le nuove leggi proposte dall’amministrazione Clinton per contenere i movimenti speculativi sul mercato azionario. Non a caso Enron, principale finanziatrice elettorale della coppia Bush-Cheney, fu l’unica compagnia ad avere accesso alle riunioni del Dipartimento per l’Energia presiedute dal vice-presidente anche se era già oggetto di numerose inchieste relative alle sue responsabilità nei blackout californiani dell’estate del 2000.

Il coinvolgimento della Casa Bianca con gli affari della compagnia di Houston è emerso nel corso delle inchieste che sono seguite al crollo della Enron ma sono state necessarie fortissime pressioni – ad esempio quella del General Accounting Office, l’organismo di controllo che opera per conto del Parlamento – per costringere l’amministrazione ad ammettere di avere incontrato Lay e soci parecchie volte, e l’ultima appena dieci giorni prima del tracollo. La Casa Bianca è riuscita però a segretare i verbali delle riunioni (nel corso delle quali non si sarebbe mai parlato della crisi finanziaria imminente, ha dichiarato Cheney) insieme alla maggior parte dei documenti relativi all’amicizia di lunga data fra Kenny Boy e la famiglia del presidente.

Non basta certo questo per gridare al complotto ma di sicuro l’ex braccio destro di Lay, Jeff Skilling, non deve sentirsi molto tranquillo in qualità di ultimo sopravvissuto di quel pugno di “angeli”, altro soprannome coniato all’epoca da giornalisti entusiasti, capaci di pensare “fuori dagli schemi”. Sì perché Lay non è l’unico dirigente Enron ad avere lasciato questo mondo anzitempo. La prima morte eccellente risale al 2002 quando il cadavere dell’ex presidente della compagnia, Clifford Baxter, viene ritrovato in una Mercedes parcheggiata in una strada di Sugar Land, cittadina residenziale vicina a Houston. Ufficialmente si trattò di suicidio, visto che accanto a lui viene rinvenuta una calibro 38 e un biglietto indirizzato alla moglie nel quale chiedeva scusa per il suo gesto.

Ma perché Baxter avrebbe dovuto uccidersi? Era l’unico dirigente Enron a non essere sotto processo e si era dimesso in tempi non sospetti proprio perché in disaccordo con la gestione “creativa” dell’accoppiata Lay-Skilling. Un disaccordo importante e messo agli atti, tanto che Baxter stava per essere chiamato a testimoniare davanti alla Commissione d’inchiesta del Senato istituita per fare luce sull’Erongate. «Avremmo voluto interrogarlo» dichiarò il presidente della Commissione James Greenwood dopo il presunto suicidio, «ci sembrava qualcuno che aveva capito ciò che non andava; era un personaggio ben posizionato all’interno della compagnia». Un testimone chiave insomma, che non risultava affetto da crisi depressive o da tendenze suicidali. Al contrario, pare invece che fosse spaventato e in procinto di assumere una guardia del corpo, come ha raccontato al New York Times un misterioso ex-socio.

Se è improbabile che un uomo ricco, con una famiglia felice e la coscienza a posto si svegli nel cuore della notte per andarsi a suicidare in un posteggio, può sembrare ancora più incredibile che l’abbia fatto sparandosi da una certa distanza con un fucile da caccia. David Martin, il giornalista che ha avuto modo di visionare il rapporto dell’autopsia, è rimasto colpito dalla forma della ferita, una lesione che sembra prodotta da una raffica di pallini da caccia: «Chi vorrebbe, o potrebbe, spararsi alla tempia in questo modo?». Del resto anche Lay sembrava in ottima salute quando, qualche settimana fa, aveva annunciato un cambiamento di strategia per il ricorso autunnale. Qualcuno aveva sperato che, pur di evitare l’ergastolo, finalmente avrebbe cominciato a parlare.