Caso Cia, Castelli attacca

La legge è piuttosto chiara, il ministro della giustizia può anche rifiutarsi di dar corso a richieste di estradizione. Però deve darne comunicazione agli uffici giudiziari procedenti. E invece Roberto Castelli non solo non dà corso ma neppure comunica. Anzi non si limita a non comunicare: ieri ha aggredito pubblicamente la procura e la procura militare di Milano perché si permettono, guarda un po’, di ricordargli il problema. La vicenda che fa tanto imbestialire il guardasigilli leghista del governo Berlusconi è quella dei 22 agenti accertati e presunti della Cia accusati di aver rapito a Milano l’imam egiziano Abu Omar il 17 febbraio del 2003, come noto sono destinatari di mandati d’arresto (ora anche europei) firmati tra il giugno e l’ottobre 2005 dai giudici del capoluogo. Insomma una vicenda per la quale – se fosse vero che il governo italiano non era stato avvertito e nulla sapeva dell’operazione organizzata da uno sgangherato commando al centro di Milano, accanto alla moschea di via Quaranta che da anni è al centro di mille indagini antiterrorismo ed era o doveva essere sotto sotto il costante controllo di polizia carabinieri e servizi segreti – Berlusconi dovrebbero gridare ai quattro venti che gli alleati americani hanno violato la sovranità nazionale italiana, oltre che il codice penale che vieta di infilare un uomo in un furgone, imbarcarlo per Aviano, farlo volare a Manheim e quindi in Egitto, a quanto pare per torturarlo come Osama Nasr alias Abu Omar ha denunciato per telefono dal suo paese. A margine della registrazione di una trasmissione tv Castelli se l’è presa con il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro, capo del pool antiterrorismo che ha indagato tra l’altro sul commando Cia e che di recente aveva denunciato la mancata collaborazione del ministero anche davanti alla commissione d’inchiesta del parlamento europeo sui voli segreti e le carceri dell’intelligence americana in Europa: «Adesso – ha detto il ministro della giustizia – non si possono dire tutte le cose, ma, tra qualche anno, credo che si potrà parlare di questa vicenda, e si dimostrerà come Spataro abbia creato con le sue dichiarazioni un grave danno al paese». Spataro per lui è un magistrato militante e Castelli lo ha preso di mira ogni volta che ha potuto. I solleciti però sono arrivati anche dal vertice della procura generale e il ministro dice: «Ho dato una prima risposta». E’ una risposta che non risponde, la lettera in cui il ministro il 3 marzo spiegava alla procura di non aver ancora deciso e sosteneva che il procedimento può andare avanti anche senza la sua decisione. In realtà il ministro sa benissimo – qualcuno deve averglielo spiegato – che la legge non gli dà il potere di temporeggiare, come invece ha fatto chiedendo alla procura generale tutti i faldoni del procedimento contro gli agenti Cia. «Ai magistrati di Milano non devo comunicare nulla», questa la risposta di Castelli.

La replica questa non è arrivata da Spataro ma dal suo collega Ferdinando Pomarici, l’altro aggiunto che ha condotto le indagini sulla Cia, che come lui ha un lungo curriculum di indagini sul terrorismo di ogni specie e matrice. «Castelli non faccia polemica con i magistrati di Milano – ha detto Pomarici – ma faccia il ministro e assuma le sue determinazioni in ordine ad un fatto che ha vanificato un’indagine importantissima». E ha ricordato che i magistrati attendono risposte ormai da ben quattro mesi. Il procuratore Pomarici prosegue: «Grave e deplorevole è stato l’intervento degli agenti della Cia perché ha violato la sovranità dello stato italiano. In proposito, credo al presidente del Consiglio quando parla di mancanza di consapevolezza del governo sull’azione degli agenti ma sottolineo che c’è stata comunque una gravissima violazione della sovranità. Mi stupisce su questo punto l’assoluta indifferenza di Castelli, indifferenza che non ho notato invece nelle parole di Fini quando ha incontrato il segretario di stato americano e ha riferito di avergli chiesto chiarimenti in meriti all’omicidio di Calipari e al sequestro di Abu Omar. Il problema del principio della sovranità non è sfuggito a Fini che, in quella occasione, lo ha evidenziato pubblicamente». Dalle opposizioni Paolo Cento dei Verdi e Massimo Brutti dei Ds hanno richiamato Castelli alla necessità di collaborare con la magistratura.