Caso Baricco, e se i critici non servissero più a nulla?

L’affaire Baricco. Potrebbe essere definita così la polemica innescata tre giorni fa dallo scrittore torinese nella sua “autodifesa”, pubblicata sulle pagine di Repubblica. Il “je accuse” di uno dei più conosciuti narratori italiani è rivolto alla critica, rea di prestare poca attenzione e cura alla sua opera. «Recensitemi o stroncatemi, ad ogni modo leggetemi», il succo della faccenda. Che, a guardarla meglio, non merita di essere liquidata con facilità ad esercizio di personalismo. Perché se da scrittore affermato Alessandro Baricco ha la possibilità di farsi giustizia da solo, per questioni di visibilità i minori non possono permettersi altrettanto. E al di là della fondatezza o meno della sua accusa, permane il sentore di una qualche insofferenza tutta interna ad una industria culturale che va configurandosi sempre più mercato.
Lo conferma il fatto che l’atto di dolore ci ha messo poco a fare il giro delle principali testate giornalistiche nazionali. Per tentare di uscire dal salotto letterario, e per far riprendere la parola agli scrittori – come suggeriva Renzo Paris ieri sulle pagine di questo giornale – abbiamo chiesto ad alcuni autori di esprimere un parere sulla vicenda Baricco. Occasione che ha prestato il fianco ad una riflessione sullo stato di salute dell’editoria italiana. Con il risultato di una diagnosi tutt’altro che incoraggiante.

Edoardo Sanguineti intravede nell’“autodifesa” «un eccesso di narcisismo». «La pretesa di essere recensito dimostra che vendere tante copie ed essere tradotti può portare profitti molto alti, ma di per sé non è una garanzia. E’ come vedere i film hollywoodiani con gli effetti speciali, bastano poi dieci minuti di un film di Buñuel per far crollare tutto. C’è chi riesce a produrre delle merci seducenti e crede di avere dei diritti straordinari. La verità è che il mercato domina tutto. Nel mondo borghese esiste solo la merce ed il feticismo del successo. La polemica di Baricco è una pubblicità che gli si ritorce contro: si goda i suoi soldi ed il suo successo. Ci sono tante altre cose su cui discutere. Si richiede all’intellettuale di assumere una responsabilità civile, questo mi sembra un aspetto completamente trascurato». Isabella Santacroce rileva una certa superficialità da parte della critica, che scrive su libri che neanche conosce, spesso e volentieri con pregiudizi nei confronti dell’autore: «I critici dovrebbero leggere ciò che scrivo e non stare a guardare come mi vesto».

Dal fronte dei giallisti, a detta delle vendite gli unici a non poter lamentare una mancanza di attenzione nei loro confronti, la musica non cambia. Per Massimo Carlotto la critica è sacra ma c’è un problema da chiarire: «La narrativa poliziesca-noir è da una parte letteratura della realtà e dall’altra letteraura della crisi. Non è stata la critica a convincere i lettori a leggere il poliziesco e il noir, perché per molto tempo siamo stati snobbati. L’interesse verso di noi è venuto fuori prima dai lettori e solo in un secondo momento dalla ciritica». Carlo Lucarelli condivide appieno la posizione di Baricco e si augura che questa polemica serva a far discutere la critica e a portare un’altra voce degli scrittori. «E’ un appello alla serità, perché anche i critici quando scrivono devono avere lo stesso obbligo del giornalista e del lettore. Tante volte leggiamo delle recensioni che sembrano riassunti, e mi chiedo quanto i critici scrivano sotto la pressione degli uffici stampa. Il mercato editoriale è influenzato dalla critica fino ad un certo punto, riguarda più i lettori forti. Ciò che cambia è un rapporto nostro con i critici, io vorrei avere la sicurezza che quando leggo un critico non debbo interpretare il suo pensiero, su cui si innescano meccanismi che vanno al di fuori dell’ambito strettamente letterario. E’ un richiamo alla serietà e alla passione, perché molte volte ho l’impressione che le loro non siano parole sincere».

«Ho letto l’autodifesa di Baricco e l’ho trovata divertente e condivisibile, forse la sua critica vale più per Piero Citati che per Giulio Ferroni», commenta Lidia Ravera. «Un critico letterario con trent’anni di carriera alle spalle dovrebbe interrogarsi di più. Io ad esempio sono rimasta l’autrice di Porci con le ali, ma non basta. Di fatto le recensioni non servono a nulla, se non all’ego degli scrittori. I critici non esercitano né un lavoro maieutico nei confronti degli scrittori, né un lavoro di cinghia di trasmissione con il pubblico. Il più grande problema dell’editoria è che si pubblicano troppi libri, per un paese dove si legge poco. I risultati di una sovrapproduzione sono ecidenti: i critici si occupano sempre degli soliti cinque scrittori e il pubblico è disorientato. Bisogna che si interroghino prima gli editori, i quali pubblicano solo in base all’appeal mediatico».