Carta europea, l’araba fenice

La «Costituzione» riappare come tema centrale nel dibattitto dell’Unione europea, rilanciato dalla Germania, che ha appena assunto la presidenza di turno della Ue. E’ una buona notizia, anche se i sospetti (non immotivati) sulle intenzioni di Berlino di riaccreditarsi come primus super pares in Europa anche per questa via, già addensano nubi sullo stesso europarlamento: che martedì eleggerà come suo presidenteil tedesco Hans-Gert Pöttering.
Ma , come l’esperienza della precedente Convenzione per elaborare il testo della Carta insegna, non ci si può aspettare un percorso men che accidentato per delineare un profilo politico e istituzionale europeo. Strada impervia, dall’esito non scontato, ma ineludibile a quanto pare, visto che la «costituzione» data per morta oggi risorge come un’araba fenice dalle sue ceneri.
Nell’intervista di questa pagina l’eurodeputata verde Monica Frassoni recrimina che i fautori del No ai referendum francese e olandese, una volta raggiunta la bocciatura del testo della Carta non abbiano più fatto nulla.
E’ vero. Ma va detto che anche coloro che si schierarono per il Sì, sembrarono perdere ogni lena subito dopo i referendum. Quasi a incarnare quella confusione fra mondo del sé e mondo esterno – invalsa non da oggi – che disegna una delle trappole classiche del desiderio: io ti voglio ma se tu mi respingi io ti dichiaro inesistente, decreto la tua fine. Nel caso, fine della discussione sulla Costituzione, uguale morte di una possibile «Europa politica».
Anche i movimenti che avevano dato vita ai Forum sociali europei, dopo il grande successo di Firenze 2002 via via li hanno stinti concentrandosi sui propri conflitti interni. Certo, una botta non da poco era arrivata intanto dai governi europei, divisi sulle avventure di guerra intraprese dagli Usa. Ma resta che la campagna avviata dal movimento sulla «cittadinanza europea», contro le parole scritte nel testo costituzionale che ne escludevano coloro che per ‘origine’ fossero incasellati come «extracomunitari», ancorché residenti in paesi del continente, si stemperò nel nulla.
Eppure da allora la materia si è fatta ancor più bruciante, in un’Europa che si è attrezzata come fortezza alzando muri terracquei contro le ‘invasioni barbariche’ dei migranti: salvo il potere attribuitosi dai singoli stati, col beneplacito di Bruxelles, di regolare i «flussi migratori», a discrezione, nel controllo della mobilità della forza lavoro.
L’apartheid gioca all’esterno come all’interno dell’Europa: e si richiede perciò una riflessione ardita e complessa, prima di lasciare nelle mani delle estreme destre le risorgenze xenofobe che nascono spesso da pulsioni di difesa della vita immediata dallo sradicamento globale in atto. Perché non è forse nata dal tentativo di una difesa, e rielaborazione in chiave politica, rispetto alla turboglobalizzazione, il tentativo europeo di darsi una «costituzione«?