Caro Sansonetti, “Liberazione”non è tua proprietà…

Che l’articolo di Piero Sansonetti pubblicato su Liberazione lo scorso 17 ottobre avrebbe provocato un putiferio di proteste ci voleva poco a immaginarlo. Sono sicuro che di ciò era consapevole il medesimo autore. Mi sono chiesto: a che pro? Il direttore replica: la fine di un congresso non può chiudere la discussione. La risposta mi pare del tutto reticente. All’indomani di una direzione del Prc che ha provato tenacemente (direi, ostinatamente) a indicare la strada di un possibile equilibrio tra le esigenze del giornale e quelle del partito di cui esso è organo (smentendo tutte le cassandre che da giorni strumentalmente prefiguravano una “resa dei conti”), è evidente che non si può prescindere dalla natura e dalla qualità dello spunto che reitera una tale discussione.
Il direttore opta infatti per il “muro contro muro”, non cerca affatto di collocare in un nuovo contesto la discussione medesima, provando a lenire le ferite congressuali, anche sull’onda di manifestazioni di massa che dovrebbero aprire i cuori ad uno sforzo comune di iniziativa politica e di consolidamento di consensi; al contrario, taglia i temi con l’accetta e torna a dividere. Come è noto, chi semina vento raccoglie tempesta: a conferma di ciò, basta leggere le incredibili meditazioni di Michele De Palma (Liberazione, 18 ottobre), il quale – forse anche un po’ ingenuamente – confessa che la manifestazione dell’11 lo “ha fatto sentire più solo del giorno prima”. E’ triste, per me, vedere un giovane dirigente che, anziché cogliere al volo la prorompente sinergia delle centinaia di migliaia di manifestanti che in giorni diversi si sono riversate per le strade di Roma (e non solo), si perde nello sterile esercizio di contrapporre manifestazione a manifestazione, quella del 20 ottobre dello scorso anno a quella dello scorso 11 ottobre, quest’ultima alla “radicalità matura, molecolare, moltitudinaria” della piazza extraconfederale. Senza neanche accorgersi del paradosso rappresentato dal fatto che chi indulge in un tale esercizio di divisione è lo stesso che dichiara di voler unire (la sinistra).
Tornando dalla grande manifestazione del sindacalismo di base, con ancora in testa le parole d’ordine ascoltate, l’immagine di insegnanti, studenti, lavoratrici e lavoratori dei servizi, ragazzi dei call center, in tanti abbiamo pensato: neanche la pioggia battente li ha fermati, così ce la possiamo fare. E’ esattamente lo stesso sentimento complessivamente espresso nell’articolo di Claudio Grassi dopo la nostra manifestazione: la soddisfazione per aver superato un delicato passaggio politico, per aver clamorosamente bucato la barriera di invisibilità con cui siamo stati circondati. Alla faccia di chi ci vuole male. Ma tu, Sansonetti, cosa fai? Prendi carta e penna (o raggiungi la tastiera del computer) e, anziché guardare avanti con rinnovata energia, volgi lo sguardo all’indietro e torni a riproporre, come se il tempo si fosse fermato, le diatribe congressuali. C’è poi da stupirsi se una quantità abnorme di iscritti e dirigenti del Prc non ama più ‘Liberazione’? Se il giornale non è comprato, se non è più diffuso da nessuno? Avrà o no contribuito anche questo aspetto al lento ma inesorabile declino delle vendite?
Un brutto articolo, dunque. Innanzitutto perchè lascia la netta sensazione di sottrarre tempo a riflessioni e impegni più produttivi: infatti, non solo in politica, le polemiche che si trascinano avvitandosi su se stesse comportano l’indesiderato effetto di perdere in efficacia e di estenuare quanti sono costretti a farvi i conti. Nel merito, esso affastella una sull’altra grandi questioni, meritevoli di ben altro peso argomentativo, per arrivare a proporre per l’ennesima volta e fuori tempo massimo la stessa e ormai arcinota tesi “oltrista”: “andare oltre”, contrastando quanti si attardano a ripetere le “proprie certezze novecentesche”, e “proporre la formazione di una nuova forza politica della sinistra”. Non so se le mie certezze siano tutte novecentesche: credo di averne anche qualcuna ottocentesca e persino sei-settecentesca. Inoltre, di questi tempi, ho anche più di un dubbio (non c’è infatti qualcuno, per quanto possa dichiararsi post-novecentesco, che abbia l’esclusiva del dubbio): ad esempio, concernenti il cammino che i comunisti – e più in generale la sinistra anticapitalista – debbano concretamente intraprendere, per provare a gettare i semi di “un nuovo mondo possibile” in quella che si è palesata come una vera e propria crisi sistemica del modo di produzione capitalistico. A questo proposito, giunge opportuna l’intervista concessa ieri a Liberazione da Marco Revelli: lo stesso compagno che non da oggi è in disaccordo (come è peraltro ribadito nella stessa intervista) con quanti non cessano di puntare sulla rifondazione comunista e sul consolidamento del Prc, quale imprescindibile viatico per il rafforzamento della sinistra nel suo complesso. Revelli fa infatti un’affermazione molto importante: “La crisi non (è) del capitale finanziario, come si ostina a dire qualcuno, ma del capitalismo tout court”. Cosa assai diversa da quel che pensa Achille Occhetto, il quale – su L’Unità di ieri – propone un’impostazione analitica che vede la crisi attuale svilupparsi nella finanza e, da questa, estendersi al resto del sistema e all’economia reale: il tutto nei termini riduttivi di una critica al “modello di sviluppo neoliberista”, che glissa sull’origine “strutturale” della crisi stessa. Qui, caro Sansonetti, c’è un decisivo nodo da sciogliere: che almeno dovrebbero provare a sciogliere quei dirigenti del Prc che hanno ostentatamente sfilato assieme ad Occhetto l’11 ottobre scorso.
In conclusione, vorrei dire al direttore di ‘Liberazione’: caro Piero, abbiamo capito come la pensi, visto che continui come un disco rotto ormai da lungo tempo. Ma si dà il caso che il congresso del Prc si sia già celebrato e che quanti la pensano come te lo abbiano (seppur di poco) perso. Ciò vuol dire che la maggior parte delle compagne e dei compagni vede le cose diversamente: considera questo partito uno strumento indispensabile di lotta, e intende restare comunista, ritiene che chi (come te) vorrebbe sbaraccare, sbaglia di grosso (e ha continuato a sbagliare in questi anni, generando gravi disastri: fino all’ultimo in ordine di tempo, l’Arcobaleno). Questa è la realtà, non un’altra. Con questa realtà avresti dovuto relazionarti, anziché continuare a tirare fendenti con poco costrutto (e con obiettivi incerti) . Beninteso, ognuno può avere e pubblicizzare le idee che crede. Ciò concerne tutti, quindi anche il direttore di un giornale che si definisce “quotidiano del Partito della rifondazione comunista” (vedi prima pagina in alto a destra). Ma al direttore di quest’ultimo è contestualmente richiesta un’attitudine di equilibrio, il riconoscimento di un limite dettato dalla ragionevolezza e dal buon senso: perché, se è assai opportuno che un giornale di partito non sia il passacarte del partito stesso, è bene altresì che quel giornale non divenga proprietà privata del suo direttore. Sapendo, tra l’altro, che sono in tanti coloro che oscuramente lavorano ogni giorno per rilanciare il Prc e difenderlo da chi lo vorrebbe far fuori: ‘Liberazione’ è anche il loro giornale.