Care compagne e compagni di Rifondazione, continuiamo a discutere e a lavorare insieme…

* Delegato RSU, Dirigente FIOM Milano
** Senatore PRC XV Legislatura

Dopo avere polemizzato con noi mille dell’ appello “ Per la ricostruzione del Partito comunista”, la segreteria del PRC ci ha negato ogni diritto di replica su “Liberazione”. Siamo dunque costretti ad una nuova sottoscrizione militante per poter pubblicare il nostro punto di vista.

A dieci giorni di distanza dalla pubblicazione dell’appello si sono prodotte reazioni ed effetti politici di non piccola portata. Mentre continuano ad arrivare nuove adesioni che hanno più che raddoppiato il numero dei primi firmatari, si è aperta all’interno del Prc una discussione sulla questione comunista: sul senso e sul significato nel XXI secolo della presenza organizzata dei comunisti, sul profilo e i caratteri del partito comunista, i suoi cardinali punti di riferimento storici, filosofici, strategici, internazionalisti e nazionali. L’appello ha gettato un sasso nello stagno, e già questo lo riteniamo un successo.

Gli interventi dei più importanti dirigenti del Prc hanno dato ulteriore evidenza ad uno dei limiti di fondo del Prc: l’assenza di omogeneità politica sui fondamenti del partito. Si badi: non intendiamo qui omologazione e assenza di dialettica politica interna, che è la vita di ogni partito comunista, ma quei caratteri di fondo comuni che consentano una dialettica di partito su basi condivise, tale da produrre una più avanzata sintesi politica. L’eclettismo conflittuale ha caratterizzato la vita del Prc ed è stato una delle cause delle continue scissioni del partito. Il congresso di Chianciano (2008) non è stato purtroppo risolutore a questo proposito. Le antinomiche concezioni del mondo, della storia del movimento operaio e comunista, le letture divergenti della situazione mondiale, che non giungono a sintesi, si riflettono anche nella paralisi politica, nell’assenza di una linea strategica di ampio respiro, capace di uscire dalle emergenze tattiche contingenti e di saper mobilitare i compagni e strati sempre più vasti della popolazione nell’agire politico e nella lotta di classe. Quella capacità di costruire linea strategica da tradurre in organizzazione e mobilitazione delle masse che la grande tradizione dei partiti comunisti nel mondo (pensiamo a Lenin e alla capacità dei bolscevichi di trasformare la guerra imperialista in rivoluzione) e in Italia (Togliatti e la linea della democrazia progressiva, ad esempio) ci ha consegnato. E che non intendiamo buttare alle ortiche.

I critici della nostra iniziativa si sono divisi in diversi tronconi, che riflettono la divisione profonda, esistente sin dalla nascita nel Prc, sul profilo e l’identità del partito comunista.
Da un lato, la nostra iniziativa è stata criticata essenzialmente sotto un profilo tattico: sbagliata in quanto intempestiva, tendente a forzare i tempi di un processo – l’unità dei due principali partiti comunisti – che era comunque innescato. Dall’altro, coloro che si oppongono all’unificazione col Pdci (e che si erano opposti anche alla creazione della FdS) per quello che esso rappresenta idealmente come ponte con la storia, la tradizione, l’identità comunista. Una parte dei dirigenti del Prc ritiene tuttora quella storia, quei riferimenti ideali un peso morto, il “piombo nelle ali”, di cui sbarazzarsi. Essi proseguono il “bertinottismo” senza Bertinotti, del quale criticano solo l’ultima fase della partecipazione al governo Prodi bis, ma non la demolizione dei principi del comunismo, il disconoscimento del valore storico-fondativo della Rivoluzione d’Ottobre.

Scissione?
I nostri critici hanno tutti declinato in varie forme la parola “scissione” facendo passare la cosa come un’ovvietà, con l’evidente obiettivo di troncare la discussione sul nascere.
Le cose non stanno in questi termini: buona parte dei firmatari non sono più iscritti al Prc da uno o più anni, altri non lo sono mai stati, ma vi hanno gravitato in vario modo come simpatizzanti e votanti. Anziché gridare alla presunta “scissione”, sarebbe più proficuo cercare di capire per quale motivo molti di questi compagni abbiano deciso oggi di investire le loro forze e la loro militanza comunista in ambiti diversi dal Prc.
Un’altra parte significativa dei firmatari è composta da militanti che a fatica si sono iscritti al Prc nel 2010, e che non avevano alcuna intenzione di reiscriversi quest’anno. In assenza di un progetto politico convincente, non avrebbero investito altrove la loro militanza, ma sarebbero tornati a casa, come è già a successo a migliaia di compagni negli anni passati.
Una parte dei firmatari, piccola, ma per noi significativa, ha promosso l’appello e ne condivide il progetto strategico e ideale e la funzione di pungolo e di stimolo, ma ancora si interroga se parteciperà o meno al prossimo congresso del Prc e comunque vuole vedere quale sarà la sua configurazione e le proposte in campo: se il Prc sceglierà finalmente di costruire col Pdci un unico partito comunista, e se i dirigenti del Prc che si pronunciano in questo senso finalmente romperanno gli indugi e porranno termine ad ogni esasperante tatticismo, o se invece tutto si risolverà nell’ennesimo nulla di fatto, e prevarranno nel gruppo dirigente le componenti ostili alla fusione e le estenuanti mediazioni con esse, così come è stato finora, anche dopo Chianciano e anche dopo la scissione ad opera di Vendola e della parte del gruppo dirigente a lui più vicina.

L’unica, vera scissione che oggi minaccia Rifondazione è quella scissione silenziosa, che viene da lontano, che ha fatto sì che centinaia di migliaia di militanti in questi 20 anni si siano iscritti per un breve periodo per uscirne poi individualmente, in silenzio, delusi da quella esperienza. Un vero e proprio stillicidio di abbandoni, che continua anche oggi e che non si argina con le prediche o con uno sforzo puramente organizzativo: soprattutto se esso si sostituisce alla chiarezza politica ed elude le ragioni più profonde della crisi del progetto originario del Prc, come, per altri versi, di quello del Pdci.

Comunisti e FdS
Alla luce di tutto questo, lasciamo con serenità al giudizio delle compagne e dei compagni che hanno la pazienza di leggerci la valutazione se si tratti di una “scissione”, o viceversa del tentativo estremo di dare una sponda politica costruttiva, “dentro” la FdS e “non già contro di essa”, come scriviamo nell’appello, a migliaia di compagne e compagni che diversamente sarebbero perduti per qualsivoglia militanza comunista, e che certamente non approderebbero alla FdS, se non vedessero che dentro di essa matura uno spazio politico indipendente, consapevole e organizzato per la ricostruzione di un partito comunista nel nostro paese. Un partito che sappia riunire nelle sue fila tutte le forze che vedono nella storia del comunismo un capitolo cruciale nella storia dell’emancipazione dell’umanità, che credono alla prospettiva del socialismo, e che intendono perseguirla senza liquidare, bensì innovandolo e arricchendolo, tutto il patrimonio migliore della storia del movimento comunista italiano e internazionale di ispirazione leninista, a partire dal PCI e dalle esperienze più mature della nuova sinistra.

Ciò non vuol dire agitare la bandiera generica e velleitaria dell’unità “a prescindere” di tutti coloro che amano definirsi “comunisti” in un solo partito. Ma non può neppure voler dire dividere in modo alquanto manicheo il mondo in comunisti buoni (i rifondatori) e comunisti cattivi (tutti gli altri: cubani, vietnamiti, cinesi, sudafricani, indiani, brasiliani, greci, portoghesi…): quelli cioè che preferiscono alla “rifondazione” l’attualizzazione del marxismo e del leninismo; e che stanno cambiando il mondo del XXI secolo e – in contrasto stridente rispetto a quanto avviene in Italia – godono di un largo sostegno di massa nei rispettivi paesi e continenti.

Si tratta semmai di riunire in un patto di unità d’azione tutte le forze comuniste e di sinistra di classe disponibili, senza preclusioni aprioristiche, dentro e fuori la FdS, su un insieme vasto e praticabile di obiettivi concreti di lotta, per dare insieme una sponda credibile, anche quanto a massa critica, sul piano politico ed anche elettorale, alle lotte del lavoro, alle mobilitazioni promosse dalla Fiom e dalla parte più avanzata del sindacato e dal movimento studentesco.
Questa unità d’azione non richiede una piena omogeneità di cultura politica. La richiede invece la costruzione di un partito (tanto più se comunista): a meno che esso non voglia essere, come per 20 anni è stata Rifondazione, un assemblaggio eclettico di componenti eterogenee, destinate a dividersi ad ogni significativo tornante dell’esperienza storico-politica.
Se non si fanno i conti con questo problema e si presenta anche il tema della fusione Prc-Pdci come un problema essenzialmente organizzativo o di mera convergenza di obiettivi programmatici, non si risolverà mai la questione in modo duraturo.

“Confluenza” nel Pdci?
Si è detto ancora che l’appello configurerebbe, “di fatto, la confluenza nel Pdci”.
Le cose non stanno così. Sappiamo bene che la crisi dei comunisti in Italia è complessiva e che non ci sono “isole felici”. Sappiamo – e lo abbiamo scritto – che il Pdci non rappresenta la soluzione della questione comunista in Italia. Sono i suoi stessi dirigenti i primi a riconoscerlo. Se la prospettiva fosse quella di una mini-confluenza, non saremmo interessati e certo non avremmo atteso il 2011. Il punto è un altro, e cioè che il Pdci per primo, consapevole della propria inadeguatezza, è impegnato da alcuni anni in una riflessione critica e autocritica che lo ha condotto a perseguire il progetto della ricostruzione di una nuova forza comunista unita ed unitaria, e oggi avanza la proposta di avviare, nei prossimi mesi, una fase congressuale aperta ai comunisti che vengono da esperienze diverse dalla sua – capace di avviare un vero e proprio cantiere per la “ricostruzione del partito comunista”.
E ciò non in alternativa o in contrapposizione alla FdS, ma nell’ambito di un processo unitario a sinistra che, per essere tale, deve andare ben al di là dei comunisti, senza però confondere i due piani. È il passo che, nonostante sollecitazioni che durano ormai da tre anni, il Prc nei suoi organismi dirigenti non ha mai voluto fare.
Ciò determina una situazione nuova. E rende possibile dare, insieme ai comunisti italiani e a chiunque sia disponibile, e nelle forme che sarà il congresso a decidere, un primo segnale nella direzione di un processo ricompositivo che va ben oltre i confini del Pdci, che parla alla diaspora e mantiene e rafforza l’interlocuzione unitaria col Prc.

Prc e Pdci
Sappiamo che la ricostruzione di un partito comunista in Italia è un processo arduo e complesso, non certo di breve periodo, di cui dobbiamo saper individuare fasi e tappe intermedie. Nessuno ne possiede le chiavi esclusive né è questione che si possa risolvere in modo soggettivistico. Con la nostra iniziativa vogliamo essenzialmente contribuire a fare un primo passo, piccolo ma netto ed inequivocabile, in quella direzione. E lì investire le nostre forze e le nostre idee.
Chi vuole davvero l’unificazione dei due partiti, dovrebbe intendere il senso generale dell’appello, anziché deformarlo con una propaganda dozzinale, rappresentando ad es. la FdS come un luogo “nel quale tra i due soggetti principali si organizzano scissioni”, o quando si dice che la FdS viene “indebolita” dall’appello: questo è così poco vero che una componente essenziale della FdS quale Socialismo 2000 ha dichiarato di vedere “con favore” l’unificazione dei due partiti comunisti proprio nel contesto di un rilancio della Federazione. E infatti il nostro appello non solo non la danneggia, ma vi porta o vi tiene collegate forze che diversamente si disperderebbero; tanto più se si considera che i suoi mille promotori sono in buona parte quadri o militanti attivi nel mondo del lavoro, nella cultura, nel sindacato. E con la crisi di militanza che investe sia il Prc che il Pdci, non ci sembra – di questi tempi – un apporto privo di rilievo.
Si è detto infine che vi sarebbe da parte nostra un atteggiamento sprezzante verso il Prc. Non è così. Il nostro giudizio è rispettoso e tutto politico. Consideriamo tuttora il Prc la forza politica più consistente della sinistra anticapitalistica italiana, in cui militano compagne e compagni che sentiamo idealmente vicini e con cui vogliamo tenere aperta l’interlocuzione. Ma – questo il motivo essenziale delle nostre scelte – a causa delle resistenze che ancora oggi persistono nella grande maggioranza del suo gruppo dirigente, non ritroviamo più in questa esperienza “un fattore propulsivo della ricostruzione del partito comunista in Italia”. È su questo punto concreto per noi essenziale, non in generale, che valutiamo diversamente la disponibilità attuale del Pdci: non perché ci mettiamo a dare i voti. Del resto, sono i fatti a parlare: è da poco meno di 3 anni che, alla disponibilità esplicita e dichiarata del Pdci ad un processo di riunificazione col Prc, quest’ultimo risponde in maniera talora sprezzante, più spesso elusiva e comunque senza mai dare riscontri concreti.

Care compagne e compagni di Rifondazione, saremo assieme nelle lotte di tutti i giorni che uniscono la sinistra e la FdS. Con gran parte di voi, ne siamo certi, ci ritroveremo prima o poi nel processo di ricostruzione unitaria del partito comunista. Come e quando, sarete voi a deciderlo.
Continueremo a discutere e a lavorare insieme affinché il nostro impegno comune si arricchisca innanzitutto del contributo delle giovani generazioni, che non hanno vissuto gli errori e le sconfitte del passato, e a cui appartiene il futuro.